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OCCHIO, LA LIBIA RESTA UNA MINA PRONTA A ESPLODERE – IL GOVERNO DI UNITÀ NAZIONALE DI ABDULHAMID DBEIBEH HA ANNUNCIATO UN RIMPASTO “RIFORMATORE”. MA I GRUPPI ARMATI DI TRIPOLI CONTROLLANO INFRASTRUTTURE STRATEGICHE (PETROLIO) E CENTRI DI DETENZIONE – LE TENSIONI INTERNE E LA DEBOLEZZA ISTITUZIONALE SI RIFLETTONO SULLE MIGRAZIONI: UN GROSSO PROBLEMA ANCHE PER L’ITALIA…

Estratto dell’articolo di Daniele Ruvinetti per www.med-or.org

 

Abdul Hamid Dbeibeh

In assenza di legittimità diffusa, di un controllo effettivo del settore della sicurezza e di un minimo consenso tra Ovest, Est e Sud, l’operazione rischia di consolidare lo status quo. Il nodo elettorale resta centrale, ma privo dei presupposti necessari; nel frattempo, le fragilità del Fezzan e le tensioni Est–Ovest continuano a riflettersi in modo diretto sulle dinamiche migratorie e sulla sicurezza regionale. […]

 

L’annuncio di un rimpasto “riformatore” da parte del Governo di unità nazionale (GUN), atteso simbolicamente attorno al 24 dicembre – data che coincide con l’anniversario dell’indipendenza libica e che viene spesso utilizzata come riferimento politico per rilanciare narrative di unità nazionale – si inserisce nel quadro del dialogo strutturato promosso dalla Missione delle Nazioni Unite di sostegno in Libia (UNSMIL). L’obiettivo dichiarato è aumentare efficienza, performance istituzionale e consenso, evitando l’apertura di una nuova fase transitoria.

 

soldati di pattuglia a tripoli libia

Sul piano politico, tuttavia, il rimpasto appare più come una manovra di consolidamento che come un passaggio trasformativo. Il GUN soffre di una legittimità limitata presso la popolazione e porta con sé il peso di un mandato disatteso: l’esecutivo avrebbe dovuto – secondo una roadmap fissata dall’Onu – accompagnare il paese alle elezioni nel 2021, obiettivo rimasto irrealizzato. Questo scarto tra aspettative e risultati condiziona oggi qualsiasi iniziativa di riorganizzazione interna.

 

[…]  Tuttavia, la tenuta del governo continua a dipendere dai ministeri “di potere”, in particolare Interno e Difesa, dove la questione centrale non è amministrativa ma securitaria.

 

abdul hamid mohammed dbeibeh con giorgia meloni

Il Ministero dell’Interno resta un pilastro dell’equilibrio politico e militare dell’Ovest libico. Il rafforzamento del profilo pubblico del titolare del dicastero, soprattutto sul dossier migratorio, segnala la centralità del controllo degli apparati di sicurezza e delle reti locali di potere, inclusi i legami con attori territoriali chiave della Tripolitania occidentale. Molto di questo ha un riflesso internazionale, ovvero la creazione legittimazione esterna.

 

Ancora più sensibile è il capitolo Difesa, formalmente vacante. L’assenza di una guida politica pienamente legittimata amplifica il peso dei viceministri e dei meccanismi di mediazione, spesso sostenuti da attori esterni.

 

CENTRO DI DETENZIONE MIGRANTI IN LIBIA

Le tensioni tra il governo e alcuni gruppi armati della capitale, che di fatto controllano territorio e dinamiche (anche politico-istituzionali), si snodano in particolare attorno al controllo di infrastrutture strategiche e dei centri di detenzione, ed evidenziano la fragilità dell’assetto securitario. In questo contesto, è difficile che un rimpasto ministeriale possa incidere senza un riassetto più profondo del settore della sicurezza.

 

Elezioni: obiettivo condiviso, condizioni mancanti

 

SOLDATI IN LIBIA

La prospettiva elettorale resta formalmente al centro della roadmap Onu, che prevede un ritorno alle urne entro 12–18 mesi, accompagnato dall’unificazione delle istituzioni e da un quadro elettorale solido. Tripoli insiste sul fatto che l’attuale esecutivo debba guidare il paese fino al voto, respingendo l’ipotesi di un nuovo governo transitorio. Dall’Est, il governo non riconosciuto che muove le attività in Cirenaica, non può che essere in disaccordo – anche perché nell’ultimo anno ha guadagnato peso, attenzione e vari tipi di riconoscimenti, sebbene meno formali.

 

Abdul Hamid Mohammed Dbeibeh - Recep Tayyip Erdogan - Giorgia Meloni

In generale, le divisioni politiche e istituzionali rendono lo scenario altamente incerto. Il dialogo nazionale può contribuire a creare un contesto più favorevole, ma il suo mandato è limitato e non sostitutivo di una reale convergenza politica. Senza un minimo di consenso tra le principali componenti del paese e senza un esecutivo percepito come rappresentativo, le elezioni rischiano di diventare un fattore di ulteriore instabilità, piuttosto che uno strumento di normalizzazione.

 

Le criticità del Sud rappresentano, inoltre, una variabile spesso sottovalutata ma decisiva. Secondo analisi recenti sostenute da Interpol, Unione Africana e Unione Europea, la Libia meridionale sta registrando un peggioramento del quadro di sicurezza, con un aumento della presenza armata e una riorganizzazione delle reti criminali lungo il triangolo di confine con Niger e Ciad.

 

SOLDATI IN LIBIA

Il deterioramento degli equilibri tribali e la proliferazione di gruppi armati rendono il Fezzan un potenziale epicentro di instabilità per l’intero Sahel. Le operazioni di sicurezza hanno modificato le modalità dei traffici illeciti, ma senza eliminarli, spostandoli verso nuove rotte e città. Questa dinamica conferma la fragilità strutturale del controllo statale nel Sud e la sua rilevanza per la sicurezza regionale.

 

Le tensioni interne e la debolezza istituzionale si riflettono, infatti, immediatamente sulle migrazioni – e ciò che accade nel Fezzan si lega anche a questo, con il territorio che è storicamente una terra senza legge, pregna di traffici di ogni genere, compresi quelli di esseri umani. La presenza di centinaia di migliaia di rifugiati, in particolare sudanesi che scappano dall’enorme crisi umanitaria in corso, e il continuo adattamento delle rotte terrestri e marittime mostrano come ogni crisi locale produca effetti a catena. Il Mediterraneo centrale resta una delle rotte più letali, mentre nuove aree costiere emergono come hub del traffico.

 

naufragio migranti al largo della libia 2

Le iniziative umanitarie e di gestione dei flussi, sostenute da organizzazioni internazionali e partner europei, evidenziano la necessità di cooperazione, ma anche i limiti di un approccio che non affronti il nodo politico di fondo: senza stabilità e controllo territoriale, le politiche migratorie restano reattive e vulnerabili.

 

 

In parallelo al rimpasto, Tripoli tenta di rilanciare una narrativa di normalizzazione attraverso il settore energetico e l’attrazione di nuovi investimenti, ma anche con iniziative simboliche come la riapertura del museo nazionale.

naufragio migranti al largo della libia 1

 

Si tratta di segnali rilevanti, anche in chiave geopolitica, ma insufficienti se non accompagnati da un quadro politico stabile. In un paese ancora diviso, il rischio è che tali iniziative rafforzino assetti esistenti senza produrre una reale trasformazione istituzionale.

 

Il rimpasto del Governo di unità nazionale può contribuire a una gestione più ordinata, ma non risolve le cause profonde dello stallo libico. La prospettiva del voto non è altresì rassicurante.

 

abdul hamid mohammed dbeibeh con giorgia meloni

La priorità strategica resta la costruzione di un percorso credibile verso un governo unitario, verosimilmente attraverso elezioni certamente, ma solo a condizione che vengano creati i presupposti minimi: quadro legale condiviso, controllo del settore della sicurezza e un consenso politico inclusivo.

 

In assenza di tali condizioni, i rischi di disordine continueranno a manifestarsi soprattutto sul fronte migratorio e della sicurezza locale, mentre le iniziative economiche resteranno fragili. Per gli attori internazionali, la sfida è evitare che interventi settoriali – politici, securitari o economici – contribuiscano involontariamente a cristallizzare uno status quo instabile, anziché favorire una stabilizzazione sostenibile della Libia.

scontri a tripoli libia CENTRO DI DETENZIONE MIGRANTI IN LIBIAle due motovedette libiche donate dall italia alla libia

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