conte recovery plan

NON ESISTONO PASTI GRATIS – MENTRE ITALIA VIVA TIENE PER LE PALLE CONTE SUL “PIANO NAZIONALE DI RIPRESA E RESILIENZA” CI SIAMO DIMENTICATI UN PICCOLO PARTICOLARE: QUEI SOLDI INCIDONO SULLA SPESA PUBBLICA E SE TUTTI I 127 MILIARDI VENISSERO USATI PER USCITE AGGIUNTIVE FAREBBERO SCHIZZARE DEFICIT E DEBITO – NIENTE PROGETTI FANTASIOSI O SCIUPONI: IL NOSTRO PROBLEMA È SEMPRE STATO QUELLO DI NON SAPERE USARE I FONDI SALVO POI FARE PIAGNISTEI PERCHÉ NON CE NE SONO ABBASTANZA...

Alessandro De Nicola per "La Stampa"

 

il Piano nazionale di ripresa e resilienza

Oggi il ministro dell'Economia, Roberto Gualtieri, dovrebbe portare in Consiglio dei Ministri la versione riveduta e corretta del Pnrr, il Piano nazionale di ripresa e resilienza presentato il 9 dicembre scorso da sottoporre successivamente alle istituzioni europee. Come è noto la versione di qualche settimana fa è stata oggetto di critiche e suggerimenti da parte di tutti i partiti di maggioranza, essendo le più veementi quelle di Italia Viva.

 

matteo renzi roberto gualtieri

Andiamo con ordine, perché in molti non si raccapezzano più in questa girandola di miliardi, spese a debito, prestiti e sussidi a fondo perduto. In luglio le istituzioni europee hanno approvato il piano NextGeneration Eu che viene spesso chiamato Recovery Fund (in realtà comprende altre voci come il React-Eu).

 

conferenza stampa di fine anno di giuseppe conte 1

Il programma prevede ben 750 miliardi di cui 209 sono destinati all'Italia: 81,4 miliardi sotto forma di sussidi e 127,4 come prestiti. Orbene, tre sono i punti essenziali su cui dovrà focalizzarsi il governo.

 

Il primo è che non ci sono pasti gratis. Gli investimenti pianificati grazie ai prestiti del Recovery Plan incidono sulla spesa pubblica italiana e se l'intero importo di 127 miliardi venisse utilizzato per uscite aggiuntive farebbe sballare i nostri deficit e debito pubblico già oggi ad un impressionante livello, rispettivamente del 10% e 160% del Pil.

 

riforme chieste dalla commissione ue per il recovery fund

Pertanto, per una parte, il Recovery fund servirà a finanziare, indebitandosi a tassi più convenienti (l'Europa ha un rating di credito stranamente migliore del nostro), spese già previste dal governo italiano. E, d'altronde, se così non fosse, quando le regole europee, ora sospese, rientreranno in vigore nel 2022, andremmo incontro a una procedura d'infrazione e, ancor peggio, alla sanzione dei mercati finanziari che non comprerebbero i Btp che la Bce non potrà continuare ad acquistare per sempre in questi volumi.

 

SANCHEZ CONTE RUTTE ALLA DISCUSSIONE SUL RECOVERY FUND

Il secondo è che non possiamo finanziare progetti fantasiosi o sciuponi (ivi inclusi quelli già previsti). Il problema dell'Italia è sempre stato quello di non sapere usare i fondi a disposizione salvo poi fare piagnistei perché non ce ne sono abbastanza.

 

Dei 44,8 miliardi messi a disposizione nel bilancio comunitario 2014-2020, il Belpaese ne ha spesi solo il 38%, battuti quanto a negligenza dalla sola Croazia. Orbene, in questo caso non solo la Commissione europea ha già indicato quali sono le destinazioni dei finanziamenti (green, digitale, inclusione, istruzione), ma l'Italia dovrà dimostrare, per potervi accedere, di aver programmato in modo efficiente, con un'analisi costi-benefici puntuale e tenendo conto del famoso effetto moltiplicatore.

 

GIUSEPPE CONTE IN UN MOMENTO DI PAUSA DURANTE LE TRATTATIVE SUL RECOVERY FUND

Ricordiamo, come ha ammonito recentemente il Fondo monetario internazionale, ormai diventato grande sponsor degli investimenti pubblici, che una percentuale robusta degli stessi ha un moltiplicatore inferiore ad 1: per 100 euro spesi il ritorno è di 99 o meno.

 

Ammesso che il nostro Pnrr venga approvato da Commissione e Consiglio europeo, all'inizio ci saranno disponibili solo 25 miliardi e per beneficiare delle varie tranche di pagamenti dovremo pure dimostrare che stiamo spendendo nei tempi previsti e con criterio.

 

MATTEO RENZI GIUSEPPE CONTE

Il terzo è che rimangono in piedi le raccomandazioni specifiche che la Commissione indirizza ogni anno a ciascun paese: riforma della giustizia, della P.a., flessibilità e politiche attive per il lavoro, politiche di bilancio prudenti (appunto), promozione della concorrenza (la grande dimenticata).

 

Se affiorassero sprechi, omissioni o ritardi, d'altronde, grazie alla procedura cosiddetta del "freno di emergenza", qualunque Paese può portare la questione in Consiglio che dovrà esaminare il reclamo e decidere se meritiamo l'erogazione prevista. Insomma, mentre abbiamo sentito discussioni surreali sulla "condizionalità" e lo "stigma" del Mes sanitario, ci apprestiamo a confrontarci con le istituzioni europee in uno stato ancora piuttosto confuso. Istituzioni che dobbiamo per ora benedire perché, senza i loro vincoli, la misura più probabile sarebbe stata Quota 99.

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