SEMBRA FACILE FARE UN GOVERNO - ANGELINO NON VUOLE SCHIODARE DAL VIMINALE E CHIEDE MODIFICHE ALL’ITALICUM MA IL ROTTAM’ATTORE NON È DISPOSTO A METTERE IN DISCUSSIONE L’INTESA RAGGIUNTA COL CAV

Carmelo Lopapa per ‘La Repubblica'

«Ci sono ancora ostacoli da superare, ma io sono dell'idea che noi la sfida di Renzi dobbiamo accettarla». Angelino Alfano è nella sala riunioni del suo studio, al primo piano del Viminale, ministero chiave che non intende lasciare, sul quale proverà fino all'ultimo a tenere issata la bandiera del Nuovo Centrodestra. Al tavolo di lavoro siede lo stato maggiore del partito. E tutti sono d'accordo con lui nel momento in cui tira le somme: Maurizio Lupi, Fabrizio Cicchitto, Gaetano Quagliariello, Renato Schifani, Enrico Costa, Pietro Vignali, Luigi Casero.

In quel governo gli alfaniani intendono restarci con almeno tre dei quattro ministeri occupati finora nel governo Letta. L'obiettivo dichiarato dal vicepremier uscente è di mantenere gli stessi dicasteri agli Interni, ai Trasporti, alla Sanità, oltre al suo posto di numero due al governo. Ma se non sarà così, allora le alternative dovranno compensare in misura adeguata il «sacrificio».

Un braccio di ferro ancora abbastanza aperto, a sentire chi circonda il premier incaricato, che di pedine al Ncd vorrebbe destinarne invece non più di due e non entrambe di primissima fila. Alfano, per esempio, sarebbe pure disposto a lasciarlo vicepremier, ma non al Viminale.

La battaglia sta lì e non solo lì. L'altro macigno è la legge elettorale. L'Italicum così com'è non va. Soglia di sbarramento da rivedere, secondo il ministro degli Interni e gli altri big del partito. E soprattutto, lo dichiara a chiare lettere davanti alle telecamere Fabrizio Cicchitto, «le maggioranze variabili non saranno accettabili». D'accordo l'accordo con Forza Italia, ma solo dopo averne chiuso uno nuovo, quanto meno ritoccato, tra le forze di governo. E anche qui, la disponibilità di Renzi di tornare indietro è vicina allo zero.

Una discriminante non da poco, tanto più che il nuovo capo del governo ha già preannunciato con una certa enfasi di volerla vedere approvata entro febbraio, la riforma elettorale. Poi quelli del Ncd pongono questioni di principio e di «contenuti». Principio come i temi etici. Contenuti come una legge sulla famiglia, con aumento delle detrazioni per i figli a carico. E altri argomenti «sensibili» per i moderati, come il no all'aumento della tassazione sulle rendite finanziarie.

Che il cammino sia in salita è confermato dal fatto che l'atteso faccia a faccia tra Matteo Renzi e lo stesso Angelino Alfano, atteso per domenica, poi per ieri, è slittato e probabilmente ormai ci sarà solo nelle consultazioni ufficiali del premier col Ncd, in calendario per questa sera alle 19. A quell'appuntamento, fanno sapere Alfano e i suoi, si presenteranno con tanto di programma in Excel. Provvedimenti da inserire nell'agenda di governo e tempi di realizzazione, come piace al pragmatico, futuro presidente del Consiglio.

Ma l'incontro formale non sarà la sede migliore per chiudere un accordo politico così delicato. Ecco perché Renzi e Alfano, che anche ieri si sono sentiti, continueranno ad avere contatti diretti oggi. Come ne avranno gli ambasciatori Graziano Del Rio e Renato Schifani, tra gli altri.

E alle consultazioni con Renzi, appuntamento per mercoledì mattina, si presenterà ancora una volta Silvio Berlusconi, proprio come avvenuto al Quirinale. Ieri il Cavaliere è rimasto ad Arcore, assorbito dagli affari delle aziende. Che, a proposito, vanno a gonfie vele, se a dispetto del nascente governo avversario il titolo Mediaset ha registrato +3,41 per cento.

Infausto invece il responso della Sardegna. «Me lo attendevo, Pili ha rotto il fronte dei moderati e ci ha fatto perdere» è stato il commento del leader forzista, che minimizza la portata anche in vista delle Europee. Renzi lo ha visto in tv subito dopo l'incarico e ha commentato con un filo di sarcasmo: «Se facesse davvero quel che ha detto, sarebbe un bene per il Paese e noi daremmo il nostro contributo. Ma non lo hanno informato del fatto che, tra burocrazia e alleati, il premier non ha alcun potere».

 

 

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