AMARCORD PALOMBA - VENT’ANNI FA BETTINO CRAXI CHIAMAVA DI PIETRO “UN AMICO NOSTRO, UNO CHE LA SERA ESCE CON PILLITTERI” - L’IDEA CHE I DUE POTENZIALI CANDIDATI AL COLLE, ANDREOTTI E CRAXI, FOSSERO OGGETTO DI ATTENZIONI SPECIALI (STRANI FURTI, FINTI ARRESTI PER DROGA, FINTI DOSSIER), PROPRIO PER STOPPARE LA LORO CORSA CHE ALLORA SEMBRAVA IRRESISTIBILE, REGNAVA IN TRANSATLANTICO MOLTI GIORNI PRIMA DELL’AVVIO DI MANI PULITE…

Barbara Palombelli per "Il Foglio"

Venti anni fa, ancora in questi giorni, Bettino Craxi raccontava il giovane magistrato Antonio Di Pietro come "un amico nostro, uno che la sera esce con Paolino Pillitteri, uno che conosciamo" e Mario Chiesa come "un mariuolo", l'ennesimo protagonista di uno scandalo che pensava di controllare nei suoi limiti e confini.

Aveva molto più paura, il leader socialista, di quegli strani messaggi che pensava gli avessero mandato "i servizi" (da lui allora temuti assai più dei magistrati, che in fondo avevano sempre inseguito la politica fermandosi un attimo prima del tracollo). Finti furti nelle abitazioni di famiglia, finti dossier su un presunto traffico di stupefacenti (alla partita del cuore 1991, sugli spalti si sparse la voce di un fermo di Stefania, primogenita, per detenzione di droga, una balla che nessun giornale riprese ma che pure fece i giri giusti nei corridoi del potere).

I boatos su un clamoroso arresto imminente "in casa Craxi" mi arrivarono da palazzo Chigi - dove allora regnava Giulio Andreotti - mentre ero a letto influenzata. Chiamai Bettino in via del Corso, lui confessò le strane e simultanee visite nelle abitazioni sue e della figlia, mi chiese di capire se mai qualcosa sarebbe uscito sui giornali. Lavoravo - allora per il quotidiano "La Repubblica", in primissima fila contro il Psi craxiano, che seguivo tutti i giorni come cronista parlamentare.

Eugenio Scalfari e Bettino Craxi si combattevano duramente - con una reciproca lealtà che oggi a ripensarla fa tenerezza - ma i colpi erano, come si diceva, tutti al di sopra della cintura. Non sotto. Così come fece sempre Claudio Rinaldi, cestinando decine di articoli che gli venivano proposti sugli amori e le avventure altrui. Scalfari ascoltò i racconti sugli strani messaggi che arrivavano attorno al leader Psi, scegliendo la linea dell'attesa. Qualche settimana dopo, in piazza Indipendenza, si tenne uno storico "forum" con Craxi.

Nella tana del nemico Scalfari, con cui la cordialità non venne meno (Bettino raccontò di essere diventato nonno, il direttore gli lanciò un "beato te", dall'alto dei suoi dieci anni di più), furono poi trascritte forse le sue ultime parole serene. L'idea che i due potenziali candidati al Colle - Andreotti e Craxi - fossero oggetto di attenzioni speciali, proprio per stoppare la loro corsa che allora sembrava irresistibile, regnava in Transatlantico molti giorni prima dell'avvio di Mani Pulite.

Risale ad allora - per quanto mi riguarda, ma allora non eravamo pochi a diffidare - un certo scetticismo nei confronti delle inchieste di Milano. Non per sfiducia nel "pool" o per simpatia nei confronti dei tangentari, per carità. E' che la successione delle notizie ci faceva un po' impressione: a ottobre, da un giornale americano arrivano le accuse di mafia per Andreotti (che verrà poi, più tardi, azzoppato dall'omicidio di Salvo Lima), e non passava giorno senza che qualcuno dicesse: Craxi da un minuto all'altro sarà colpito.

Era come se, fallita la campagna di discredito - costruita sulla fantasia che una donna giovane, appena madre, potesse trasportare droga - si trovassero altre strade per eliminare un bersaglio già identificato.

Tutto il resto, è diventato storia, libri, memorie. Ma da allora ad oggi, un mito è stato sfatato. Quello della cosiddetta società civile, migliore della politica. Un esempio per tutti? Il gioco che i banchieri e gli immobiliaristi hanno condotto spregiudicatamente, regalando proprietà pubbliche, aziende e palazzi agli amici, iniziò proprio allora e non sembra finire mai. Proprio in queste ore si discute molto, non sui giornali che fanno capo ai salotti buoni, di ennesimi pasticci milionari: trasferimenti di denaro, creazioni di società per la cessione di aziende e di palazzi e altre oscure vicende.

La differenza con venti anni fa? Immensa. Allora si rubava su opere pubbliche che poi si realizzavano, su affari che alla fine andavano in porto. Oggi si ruba a tutti i cittadini senza produrre né lavoro né crescita: finanza su finanza, immobili su immobili, italia verso estero. Le manette tintinneranno ancora, secondo me non dovremo aspettare molto.

 

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