SEI AMERICANI SU DIECI SONO CONTRARI ALLA GUERRA IN IRAN, UN LIVELLO DI DISAPPROVAZIONE PARI A QUELLO DELLA GUERRA DEL VIETNAM: MA COME MAI NON SI VEDONO PROTESTE DI MASSA NEGLI STATI UNITI? SE LE PERSONE SCENDONO IN PIAZZA CONTRO LE VIOLENZE DELL’ICE PERCHE’ NON LO FANNO PER QUESTIONI DI POLITICA ESTERA? L’IRAN È LONTANO, I SOLDATI COINVOLTI SONO POCHI, LA CRISI ENERGETICA COLPISCE PIÙ L’EUROPA CHE GLI STATI UNITI - LA RISPOSTA VA CERCATA ANCHE NELLA…
Chiara Cordelli per https://www.editorialedomani.it/ - Estratti
Sei americani su dieci sono contrari alla guerra in Iran, un livello di disapprovazione pari a quello della guerra del Vietnam nella sua fase finale. Una domanda sorge dunque spontanea: perché non si vedono proteste di massa negli Stati Uniti?
Subito dopo l’attacco all’Iran ci sono state manifestazioni in alcune grandi città, ma si trattava di poche centinaia, al massimo un migliaio di partecipanti. Molti campus universitari oggi sembrano villaggi turistici, privi di dissenso politico. Vista la gravità della situazione — il mondo gettato nel caos dalla follia di Trump e il rischio di un conflitto globale — ci si aspetterebbe una mobilitazione maggiore, per usare un eufemismo.
Non si può certo spiegare tale inattivismo con la popolarità del presidente, eletto nel 2024 con meno della metà dei voti popolari, circa il 49 per cento, e la cui popolarità è poi scesa significativamente.
È vero che gli Stati Uniti sono un paese molto esteso e che i sindacati – strutture fondamentali per le proteste di massa in Europa – sono deboli.
Ciò spiega in parte perché negli Usa le grandi manifestazioni siano più rare. Tuttavia, l’America ha dimostrato di saper mobilitare grandi numeri: il movimento Black Lives Matter ha riunito milioni di persone, così come le proteste del 2020 contro il rifiuto di Trump di accettare il risultato elettorale.
Non si può neppure dire che la società civile americana sia paralizzata dalla paura a seguito delle crescenti repressioni. Molti cittadini hanno infatti partecipato alle manifestazioni “No King” e alle proteste contro le violenze dell’Ice. Se le persone scendono in piazza per questioni interne, perché non lo fanno per questioni di politica estera?
Forse vi è un’indifferenza maggiore verso i problemi altrui. L’Iran è lontano, i soldati coinvolti sono pochi, la crisi energetica colpisce più l’Europa e l’Asia che gli Stati Uniti, e lo stesso vale per i flussi migratori. (…)
La risposta va in parte cercata nella trasformazione della cultura politica durante il periodo neoliberale: l’erosione del senso dello Stato, della fiducia nel governo federale e di una concezione della cittadinanza come agente politico collettivo.
La privatizzazione sistematica di funzioni pubbliche ha rafforzato l’idea che il mercato, non lo Stato, sia il principale fornitore di beni essenziali.
Parallelamente, la crescita delle disuguaglianze economiche ha accentuato la separazione tra gruppi sociali, indebolendo l’idea di una cittadinanza condivisa. A ciò si aggiunge la polarizzazione politica sotto Donald Trump.
Senza senso dello Stato e senza un soggetto politico unitario vengono meno le condizioni per la responsabilità collettiva. Se il governo federale è visto come un’entità distante, le sue azioni non sono percepite come compiute “in nome” dei cittadini. E, in assenza di un soggetto politico unitario, chi si assume la responsabilità per tali azioni? Questa mancata assunzione di responsabilità contribuisce a spiegare perché la società civile non scenda in piazza per dissociarsi dalle scelte di Trump, pur riconoscendone la gravità.
Trump però è stato eletto e occupa una carica sancita dalla Costituzione. In quanto sovrano, il popolo americano rimane politicamente responsabile delle sue azioni. Potrebbe l’esperienza della guerra aiutare gli americani a ricostituire un senso di responsabilità collettiva? Forse. Se così fosse, vedremo presto le strade di New York, Chicago e San Francisco gremite di gente che grida «Not in my name».
Cosa più importante: il caso americano dovrebbe far riflettere gli europei su cosa si perde quando si insegue il modello economico e sociale statunitense. Come direbbe Rousseau, quando «il legame sociale comincia ad allentarsi e lo stato a indebolirsi… allora l’interesse comune si altera e trova oppositori». È in queste condizioni che prosperano gli autoritarismi.
donald trump al cellulare
VIGNETTA ELLEKAPPA - NETANYAHU TIENE AL GUINZAGLIO TRUMP


