AUNG CHE FREGATURA! UN NOBEL DALLA PACE ALLA PECE

Alessandro Ursic per "La Stampa"

Collabora con i suoi ex carcerieri, accetta fondi dal peggiore oligarca del regime, tace di fronte agli abusi delle forze armate e ai pogrom contro una minoranza discriminata: l'ormai deputata Aung San Suu Kyi sembra un'altra rispetto all'icona della dissidenza che ha ispirato il mondo durante i suoi 15 anni di prigionia. Con molti suoi sostenitori già perplessi, ora è arrivata la prima contestazione in Birmania: «Avevi detto che non avresti ingannato la gente. Così infanghi il nome di tuo padre Aung San».

La protesta, inscenata dai residenti del distretto Nord-occidentale di Monywa, è giunta durante una visita nella zona di una contestata miniera di rame. Lo scorso novembre, un sit-in contro l'impianto fu disperso dalla polizia con bombe al fosforo che provocarono 100 ustionati tra i monaci; una brutalità che ricordò i metodi della dittatura militare. Ma l'inchiesta della commissione guidata da Suu Kyi si è appena conclusa con un rapporto molto leggero verso le forze dell'ordine, nonché un semplice auspicio di indennizzo per i 3 mila ettari espropriati. E soprattutto con un via libera alla miniera, gestita in collaborazione tra la Cina e l'esercito.

Gli abitanti dei 66 villaggi costretti al trasferimento si sono sentiti traditi. «Avevamo così tante speranze, ma il suo rapporto è una condanna a morte per la gente», ha gridato una donna tra le oltre 300 persone che ieri hanno assediato il convoglio di Suu Kyi. Circondata dalla sicurezza, dispensando vaghe nozioni sul rispetto della legge e il dovere di onorare i patti con i malvisti investitori cinesi, «la Signora» è apparsa distante di fronte alle rivendicazioni popolari. Ma il malcontento verso il suo voltafaccia istituzionale si stava accumulando da mesi.

In gennaio, Suu Kyi ha dichiarato di «avere un debole» per l'esercito: una frase che ha lasciato di stucco le migliaia di ex prigionieri politici. Ha poi ammesso che il suo partito ha ricevuto 65 mila euro da Tay Za, uno dei magnati birmani con le mani più sporche, quasi sorpresa dalla controversia generata. Di fronte a centinaia di musulmani Rohingya uccisi nel 2012 dai buddisti nello Stato Rakhine, non ha mai preso posizione.

E anche le altre minoranze etniche - un terzo della popolazione - la guardano ora con diffidenza: a febbraio i ribelli Kachin, bombardati dai jet militari per le loro richieste di autonomia, non hanno voluto Suu Kyi come mediatrice. Persino dalla sua «Lega nazionale per la democrazia», dove è stata appena rieletta leader (era l'unica candidata), trapelano mugugni; nonostante il nome, le decisioni sono imposte dalla «Signora».

Per la maggior parte dei birmani il suo mito rimane comunque vivo, e la Lega - che un anno fa conquistò 43 seggi su 44 in elezioni suppletive - può sperare in un trionfo nel voto del 2015. Proprio con tale prospettiva, alcuni analisti ipotizzano che l'avvicinamento all'esercito e al governo degli ex generali faccia parte di un calcolo strategico: l'attuale Costituzione impedisce a Suu Kyi di governare il Paese, e per cambiarla servono i voti dei militari in Parlamento.

Ma con la popolarità del presidente Thein Sein in crescita, la disparità di fondi tra la Lega e il partito del regime, nonché la disaffezione dei giovani che non hanno ricordo della sua odissea, il rischio è che «mamma Suu» arrivi al voto snaturata e con meno figli al seguito. Nel frattempo, il governo che l'ha cooptata si gode la ritrovata credibilità internazionale.

Ieri Thein Sein - dato come possibile Nobel per la Pace - è stato ricevuto con gli onori di Stato in Nuova Zelanda. Mentre in patria, Suu Kyi veniva contestata da dei birmani che non la riconoscono più.

 

LABBRACCIO TRA OBAMA E AUNG SUU KYI Aung San Suu Kyi libera

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