AVVISATE PRODI CHE IL PARTITO DEMOCRATICO E’ STATO SOLO UN MISCHIONE DI EX DC ED EX PCI PER BATTERE L’AVVENTURIERO BERLUSCONI; CADUTO IL BANANA, ERA LOGICO CHE IL PD SI SPAPPOLASSE

Filippo Ceccarelli per La Repubblica

Addio Prodi, eh sì, "senza polemica": e a pensarci bene è proprio quest'assenza di acredine, questo vuoto di animosità, nemmeno l'ombra di una possibile rivalsa, a dare il senso dell'autentico distacco.

Addio Pd. Prevedibile o meno che fosse si consuma l'epilogo, il partito immerso nelle sue più riprovevoli beghe e il Professore che nemmeno ritiene di commentarle perché troppo lontano, anzi ormai "fuori".

E così solo nella tempestosa vicenda della sinistra italiana poteva insediarsi la figura, al tempo stesso ovvia e contraddittoria, del Vincitore Sconfitto, del Fondatore Rinnegato. Un finto buono, un leader caparbio e tutto sommato gioviale che rinunciando alla tessera e disertando le primarie fa rotolare la più pesante pietra sul sepolcro del partito che per primo e più di ogni altro egli ha voluto.

Certo non il Pd com'è oggi. Il mancato amalgama per eccellenza; un'entità defunta prima ancora di nascere, una congerie di appetiti che tiene insieme il peggio della tradizione comunista e di quella democristiana. Non si fatica a descrivere con severità tale oligarchica e litigiosissima creatura, nel corso degli anni specializzatasi soprattutto nello spegnere qualsiasi speranza, nel far pentire il prima possibile chi, nella solitudine dell'urna, per disperazione ha messo la croce su quel simbolo così freddo e così inutile.

La post-politica vive anche di mimica, per cui forse basta immaginare il faccione di Prodi, già presidente dell'Unione europea, quando ha saputo che in certe zone tesseravano gli albanesi, i bengalini, i rom; e poi anche quando gli hanno detto - è notizia di giornata - che nel pieno del caos congressuale si è riaperta la più ricorrente, comica e vana questione che fin dall'inizio, ma secondo misteriosi e pretestuosi algoritmi, rallegra e affligge il gruppo dirigente, e cioè la collocazione europea del Pd, se cioè esso vada compreso, sia pure ormai in grave ritardo, nell'alveo della socialdemocrazia europea bla-bla-bla; o non si è mai capito bene dove altro, ma l'onorevole Fioroni certo lo sa, potrebbe collocarsi - sempre che non si faccia decidere ai nuovi iscritti extracomunitari.

Tutto insomma lascia pensare che da un certo tempo e con fondate ragioni Romano Prodi si sentisse indifferente al Pd. E ciò senza che in tale comprensibile atteggiamento influisse, su di un piano più personale, quel formidabile tris di fregature, per non dire quelle tre ferite infertagli alle spalle, che gli attuali dirigenti
del Pd, in varie e mutevoli combinazioni e perciò anche con ruoli alternati, gli hanno comunque rifilato in appena quindici anni, un record.

Ma nel riepilogarle anche sommariamente, la caduta del suo primo governo (ottobre 1998), la caduta del suo secondo (gennaio 2008), l'impallinamento a volto coperto della candidatura al Quirinale (aprile di quest'anno), più che le oscure e diavolesche mire dei suoi inaffidabili "alleati", più delle obiettive complicità dei comprimari, da Cossiga a Bertinotti a Mastella, colpisce il senso generale della sua avventura politica e di potere, specie in rapporto al presente.

Per cui, se la parola Ulivo sembra del tutto espunta dal vocabolario politico, più passa il tempo e più Prodi, come leader ma anche come persona, come cultura progettuale e come stile di comando, come esperienza di governo e come tratto di costume, insomma risulta estraneo non solo e non tanto al Pd, ma all'intera scena politica italiana.

A quest'ultima, più che gli obiettivi successi di governo e l'invincibilità elettorale ai danni di Berlusconi, lo tengono semmai inchiodato gli inganni orditi ai suoi danni, che i suddetti inaffidabili "alleati" ogni volta si precipitano a negare, come timorosi della sua vendetta, ma anche per questo, come si è visto mesi orsono, pronti di nuovo a tagliargli l'erba o a tirargli via il tappeto da sotto i piedi.

Così, se si scrive che nel 1998 fu D'Alema, con la partecipazione straordinaria di Marini, a favorire la fuoriuscita di Prodi da Palazzo Chigi, per poi mettercisi lui, guardacaso, ecco che immediatamente insorge il leader Maximo producendo ricostruzioni storiche aggiornate e collaterali; così come, se si ipotizza con qualche pezza d'appoggio che nel 2007 fu Veltroni a preparare al Prof la via del congedo dichiarando ad Orvieto che il Pd sarebbe andato alle elezioni da solo, Walter non solo si avvilisce, "ma è l'unica cosa che ancora oggi mi fa infuriare".

E allora saranno stati campi magnetici, o frutti d'equivoci, come la standing ovation che precedette la solenne trombatura decretata dai 101 franchi tiratori. E posto che in politica il tradimento è un'entità relativa, e che lo stesso Prodi non è esente da debolezze strutturali ed inconfessati errori, resta un fatto del tutto rimarchevole che egli sia rimasto vittima di gente assai peggiore di lui, e che oggi, da Vincitore Sconfitto trovi assai poco allettante, nel affannoso pista-pista precongressuale, il generico nuovismo di Renzi o l'arcano orizzonte di Cuperlo.

 

prodi romano berlusconi prodiBerlusconi Prodipro37 prodi veltroniprodi dalema 2006 lapCUPERLO RENZI pd scon dalema berlusconi

Ultimi Dagoreport

giorgia meloni carlo calenda

FLASH – CARLO CALENDA UN GIORNO PENDE DI QUA, L’ALTRO DI LÀ. MA COSA PENSANO GLI ELETTORI DI “AZIONE” DI UN’EVENTUALE ALLEANZA CON LA MELONI? TUTTO IL MALE POSSIBILE: IL “TERMOMETRO” TRA GLI “AZIONISTI” NON APPREZZA L'IPOTESI. ANCHE PER QUESTO CARLETTO, ALL’EVENTO DI FORZA ITALIA DI DOMENICA, È ANDATO ALL’ATTACCO DI SALVINI: “NON POSSO STARE CON CHI RICEVE NAZISTI E COCAINOMANI” (RIFERIMENTO ALL’ESTREMISTA INGLESE TOMMY ROBINSON) – IL PRECEDENTE DELLE MARCHE: ALLE REGIONALI DI SETTEMBRE, CALENDA APRÌ A UN ACCORDO CON IL MAL-DESTRO ACQUAROLI, PER POI LASCIARE LIBERTÀ “D’AZIONE” AI SUOI CHE NON NE VOLEVANO SAPERE...

donald trump peter thiel mark zuckerberg sam altman ice minneapolis

IL NERVOSISMO È ALLE STELLE TRA I CAPOCCIONI E I PAPERONI DI BIG TECH: MENTRE ASSISTONO INERMI ALLE VIOLENZE DI MINNEAPOLIS (SOLO SAM ALTMAN E POCHI ALTRI HANNO AVUTO LE PALLE DI PRENDERE POSIZIONE), SONO MOLTO PREOCCUPATI. A TEDIARE LE LORO GIORNATE NON È IL DESTINO DELL'AMERICA, MA QUELLO DEL LORO PORTAFOGLI. A IMPENSIERIRLI PIÙ DI TUTTO È LO SCAZZO TRA USA E UE E IL PROGRESSIVO ALLONTANAMENTO DELL'EUROPA, CHE ORMAI GUARDA ALLA CINA COME NUOVO "PADRONE" – CHE SUCCEDEREBBE SE L’UE DECIDESSE DI FAR PAGARE FINALMENTE LE TASSE AI VARI ZUCKERBERG, BEZOS, GOOGLE, IMPONENDO ALL’IRLANDA DI ADEGUARE LA PROPRIA POLITICA FISCALE A QUELLA DEGLI ALTRI PAESI UE? – COME AVRÀ PRESO DONALD TRUMP IL VIAGGIO DI PETER THIEL NELLA FRANCIA DEL “NEMICO” EMMANUEL MACRON? SPOILER: MALISSIMO…

viktor orban giorgia meloni santiago abascal matteo salvini

FLASH – GIORGIA MELONI SI SAREBBE MOLTO PENTITA DELLA SUA PARTECIPAZIONE ALL’IMBARAZZANTE SPOTTONE PER LA CAMPAGNA ELETTORALE DI VIKTOR ORBAN, INSIEME A UN’ALLEGRA BRIGATA DI POST-NAZISTI E PUZZONI DI TUTTA EUROPA – OLTRE AD ESSERSI BRUCIATA IN UN MINUTO MESI DI SFORZI PER SEMBRARE AFFIDABILE ED EUROPEISTA, LA SORA GIORGIA POTREBBE AVER FATTO MALE I CONTI: PER LA PRIMA VOLTA DA ANNI, I SONDAGGI PER IL “VIKTATOR” UNGHERESE NON SONO BUONI - IL PARTITO DEL SUO EX DELFINO, PETER MAGYAR, È IN VANTAGGIO (I GIOVANI UNGHERESI NON TOLLERANO PIÙ IL PUTINISMO DEL PREMIER, SEMPRE PIÙ IN MODALITÀ RAGAZZO PON-PON DEL CREMLINO)

zelensky beltrame meloni putin

FLASH – CHI E PERCHÉ HA FATTO USCIRE IL DISPACCIO DELL’AMBASCIATORE “LEGHISTA” A MOSCA, STEFANO BELTRAME, RISERVATO AI DIPLOMATICI, IN CUI SI ESPRIMEVANO LE PERPLESSITÀ ITALIANE SULLE NUOVE SANZIONI ALLA RUSSIA, CON TANTO DI STAFFILATA ALL’ALTO RAPPRESENTANTE UE, KAJA KALLAS (“IL CREMLINO NON LA RICONOSCE COME INTERLOCUTRICE”)? NON SONO STATI I RUSSI, MA QUALCUNO DALL'ITALIA. EBBENE: CHI HA VOLUTO FARE UN DISPETTUCCIO A GIORGIA MELONI, CHE CI TIENE TANTO A MOSTRARSI TRA LE PIÙ STRENUE ALLEATE DI KIEV? -  PICCOLO REMINDER: BELTRAME, EX CONSIGLIERE DIPLOMATICO DI SALVINI AI TEMPI DEL VIMINALE, NELL’OTTOBRE DEL 2018 ORGANIZZÒ IL VIAGGIO DI SALVINI A MOSCA, AI TEMPI DELL’HOTEL METROPOL…

 donald trump ursula von der leyen xi jinping

DAGOREPORT – TRUMP SCHIFA L'EUROPA? E QUEL VOLPONE DI XI JINPING VUOLE USARLA PER FAR ZOMPARE L'ECONOMIA AMERICANA - IL PRESIDENTE CINESE HA FATTO UNA PROPOSTA “INDECENTE” ALLA COMMISSIONE EUROPEA DI URSULA VON DER LEYEN: “COMINCIAMO AD AVERE RAPPORTI ECONOMICI IN EURO”. TRADOTTO: LASCIATE PERDERE IL VECCHIO DOLLARO COME VALUTA DI RISERVA MONDIALE – XI SOFFIA SUL FUOCO: L’UE È IL PRIMO DETENTORE DEL DEBITO AMERICANO, PERTANTO HA IN MANO LE SORTI DELLA VALUTA USA (E QUINDI DELLA SUA ECONOMIA)

grande fratello vip pier silvio berlusconi alfonso signorini fabrizio corona ilary blasi

FERMI TUTTI: IL “GRANDE FRATELLO VIP” 2026 SÌ FARÀ - PIER SILVIO BERLUSCONI NON HA ALCUNA INTENZIONE DI DARLA VINTA A FABRIZIO CORONA NÉ TANTOMENO DI SCENDERE A COMPROMESSI: IL REALITY TORNERÀ IN ONDA, CON OGNI PROBABILITÀ, CON LA CONDUZIONE DI ILARY BLASI. IN RISERVA, RESTA IL NOME DI VERONICA GENTILI CHE, NELLA PASSATA STAGIONE, HA CONDOTTO CON MEDIOCRE FORTUNA L’“ISOLA DEI FAMOSI” – IN ENDEMOL, CASA DI PRODUZIONE DEL REALITY, C’È STATO UN AUDIT INTERNO PER FARE CHIAREZZA SUL TANTO VAGHEGGIATO "CASO SIGNORINI", E SUI METODI DI SELEZIONE DEI VARI CAST DELLE PASSATE EDIZIONI, NON RILEVANDO ALCUNA "CRITICITÀ" - RESTA IN PIEDI IL PIANO GIUDIZIARIO: LO STOP IMPOSTO ALLA PUNTATA DI OGGI DI “FALSISSIMO” SUL CASO SIGNORINI È UNA SBERLA PER CORONA CHE…