PROFUMO DI SOSPETTI - DOPO QUATTRO GIORNI DI BOMBARDAMENTO, BERSANI & SOCI TROVANO IL NEMICO: COMPLOTTO DEI POTERI FORTI GUIDATI DA BILDERBERG-MONTI! – NEL PD NESSUNO DUBITA CHE PROFUMO ABBIA FATTO AVERE AL “FATTO” LE CARTE PER SPUTTANARE MUSSARI. MA PERCHÉ PROPRIO ADESSO, A UN MESE DALLE ELEZIONI? LE MAGAGNE DEL BANCHIERE ROSSO ERANO NOTE DA MESI - DICEMBRE 2012: QUANDO IL NOME DI PROFUMO CIRCOLAVA TRA I “CIVICI” CHE MONTIMER VOLEVA CANDIDARE NELLA SUA LISTA….

1. DAGOREPORT
Profumo di sospetti! Dopo quattro giorni di bombardamento, Bersani&soci trovano il nemico: complotto dei poteri forti guidati da Bilderberg-Monti! Il ruolo del banchiere Profumo: nessuno dubita che abbia fatto avere lui al "Fatto" le carte per sputtanare Mussari. Ma perché proprio adesso, a un mese dalle elezioni? Le magagne del banchiere rosso (caro a Tremonti) erano note da mesi... Dicembre 2012: quando il nome di Profumo circolava tra i "civici" che Montimer voleva candidare nella sua lista. E il capo massone di Siena Bisi scriveva: Monti (che ha salvato Mps con i soldi statali) vuole Profumo come prossimo ministro...

2. L'ALLARME DEL PD: C'E' CHI NON VUOL FARCI VINCERE
Francesco Bei per "La Repubblica"


Ora Bersani inizia davvero a temere per il risultato finale. L'attacco concentrico di Monti, di Ingroia, di Grillo e del Pdl, la rapidità con cui è stata decisa l'audizione del ministro Grilli a Camere sciolte, i rumors di altri clamorosi colpi di scena in arrivo, i sospetti su una maxitangente rilanciati dal Giornale e da Mentana, tutto ciò sta rendendo la vicenda del Monte dei Paschi di Siena ad altissimo rischio. "Si respira di nuovo l'aria avvelenata del 2005", sospira un dirigente del Nazareno. Il 2005: l'Opa dell'Unipol di Consorte su Bnl, quando l'allora presidente della Margherita, Arturo Parisi, arrivò a rinfacciare al Pds il ritorno della "questione morale".

Per Bersani il sospetto, confidato ieri a un amico, è che il bersaglio grosso sia proprio il Pd e il risultato elettorale: "Ci sono ambienti di questo paese che stanno facendo di tutto per farci perdere le elezioni". Il rischio c'è e ne sono consapevoli i maggiori esponenti del partito. "Stare sulla difensiva per un mese su questo tema potrebbe portare danni immensi - riflette preoccupato un pd di provenienza democristiana - e l'idea che 150 finanzieri abbiano setacciato per giorni la sede della banca e le abitazioni di Mussari e Vigni (ex presidente ed ex direttore generale di Mps, ndr) non tranquillizza nessuno. Sulla banca si è giocata una faida interna ai Ds".

La paura insomma è che la saga Mps-Antonveneta sia soltanto alla prima puntata. 
Nel quartier generale del Pd la tensione è alle stelle e ogni dichiarazione viene soppesata con il bilancino. Per questo ha fatto scalpore ieri a Largo del Nazareno l'attacco durissimo sferrato da Mario Monti. Non solo perché arrivato da una persona che formalmente sarebbe ancora il premier sostenuto dal Pd e probabile alleato di governo nel futuro. 
Bersani e i suoi hanno infatti letto in quell'affondo di Monti un disegno preciso per affossare il centrosinistra.

E si sono attrezzati con le prime contromisure. "Monti - ha sussurrato ieri Bersani a un vecchio "compagno" della Cgil all'Eur - prova a fare il furbo sul Monte dei Paschi ma non mi sembra nella posizione di poter dar lezioni". Nel Pd ora si fa notare la partecipazione di Francesco Gaetano Caltagirone, suocero del leader Udc, al vertice del Monte dei Paschi, di cui è stato fino a un anno fa vicepresidente e secondo azionista. O la candidatura al Senato per Scelta Civica di Alfredo Monaci che, come ricorda Francesco Boccia, "è stato membro del consiglio di amministrazione di Mps dal 2009 al 2012 con Mussari, ex presidente di Biver Banca e tuttora è presidente di MPS immobiliare".

Insomma, non proprio un passante rispetto alle vicende che tengono banco. 
Ma sono tante le "strane coincidenze" che ai piani alti del Pd fanno pensare a un intervento orchestrato per procurare più danni possibili. Anche l'audizione lampo del ministro dell'Economia Grilli, che parlerà dello scandalo Mps martedì prossimo a Montecitorio, rientra tra queste. Un'audizione concordata dal presidente della Camera con Monti su richiesta di un deputato ex Idv, Francesco Barbato, "che normalmente - dicono al Pd - viene considerato da Fini un cavallo pazzo e tenuto in nessuna considerazione".

Come mai stavolta la domanda di Barbato, uno che ha chiesto l'iscrizione al partito dei Pirati e se l'è vista negare, salvo poi fondare giorni fa un suo movimento personale ("Democrazia liquida"), è stata accolta con tanta solerzia? Questa è una delle domande che si fanno in queste ore al Nazareno.

Anche il ruolo di Anna Maria Tarantola, montiana di ferro e nominata dal premier al vertice della Rai, è passato al microscopio visto che era lei il capo della vigilanza della Banca d'Italia all'epoca dei fatti. Quella stessa Bankitalia che fin dalla scorsa primavera aveva aperto il dossier Mps, chiedendo a Rocca Salimbeni la rimozione del direttore Vigni e del presidente Mussari.

Ma al di là dei sospetti per le presunte manovre in corso, quello che conta per il vertice del Pd è togliersi dal mirino nelle ultime settimane prima del voto, smettere di stare sulla difensiva e uscirne con una proposta forte. Bruno Tabacci - che sulla battaglia intorno ad Antonveneta si alzò quasi da solo in Parlamento per denunciarne le storture - avrebbe un consiglio per i suoi nuovi alleati del Pd: "A questo punto ci vuole una soluzione forte, traumatica. Dovrebbero invitare il governo a commissariare la "loro" banca".

3. QUEL PROFUMO DI SOSPETTI CHE FA INFURIARE IL PD
Nicola Porro per "Il Giornale"


Sono furibondi. Furibondi. I vertici democratici stanno lentamente iniziando a capire cosa ci sia dietro al recente clamore dello scandalo Mps. E a loro avviso c'è un responsabile, un'anima nera: e si chiama Alessandro Profumo. L' attuale presidente della banca nominato, in ultima analisi, proprio da loro. Ma andiamo con ordine e rimettiamo infila, semplificando, le figurine della storia.

Tutto il problema nasce da un peccato originale. Gli azionisti della banca, e cioè i politici locali, non hanno mai voluto perdere la presa sull'istituto di credito. E, nel momento in cui si compravano allegramente sportelli bancari a botte di dieci milioni l'uno, hanno pensato bene di non lasciarsi sfuggire l'ultima possibilità che avevano per non essere considerati una banchetta locale: si comprarono l'Antonveneta. A caro, carissimo prezzo.

Dopo pochi mesi il mercato è venuto giù. E con esso le speranze di digerire il boccone con soddisfazione. Da quel momento hanno infilato un errore dietro l'altro. Non possiamo e non vogliamo dire che non siano stati commessi degli illeciti. Una procura starebbe indagando su commissioni sospette, poi fatte rientrare in Italia grazie allo scudo fiscale. Un secondo filone di indagine riguarda un'ipotesi di falso in bilancio e comunicazioni sociali non corrette. Illeciti a parte, che la situazione economica reddituale del Monte fosse delicata era chiaro a tutti, da anni.

Se l'acquisizione di Antonveneta fosse stata un gran successo, veramente qualcuno crede che il suo artefice (Mussari) avrebbe mollato la presa per andare a guidare l'associazione dei banchieri? Ma va là. E per di più proprio negli anni in cui, piano industriale alla mano, avrebbe dovuto portare benefici reddituali. Sarebbe stato là ben saldo a godersi il frutto della mossa azzeccata.

La tesi dei nostri confidenti democratici è che Profumo, senza grandi ruoli operativi, sia stato nominato al Monte come padre nobile. Sì, certo, non aveva lasciato, per usare un eufemismo, Unicredit in gran forma. Ma resta pur sempre la banca più internazionalizzata del Paese. E, comunque, è un manager che, almeno nella costruzione originaria di Unicredit, ha dimostrato di andare avanti per la sua strada, senza grande considerazione dei salotti e delle Fondazioni.

La componente dalemiana di Siena sponsorizza senza indugi l'arrivo di Profumo. Tutti sanno che la banca è messa male, e che, soprattutto, ha necessità di un ripulita reputazionale. Profumo è l'uomo adatto. E anche i democrat alla Bassanini, che oggi contano decisamente meno a Siena, consideravano l'opzione positiva. Era necessario un Mr Wolf per Rocca Salimbeni: che facesse pulizia, ma senza fare troppo clamore. Ma c'è un problema.

Non fanno i conti con la regola d'oro dei manager: appena si entra in azienda si traccia una linea netta con il passato. I più spregiudicati un tempo facevano ciò che in gergo si chiamano «write off». Si prendono i bilanci ereditati e, nel primo anno di gestione, si portano a perdite tutte le poste possibili e immaginabili. L'effetto contabile è tosto nel primo esercizio: ma da lì in poi è una passeggiata.

Le percentuali di incremento sono a due cifre e il manico del nuovo arrivato si fa così, pubblicamente e mediaticamente, sentire. Sulle banche l'operazione è più complicata. Non si scherza con il fuoco. Ci sono i depositi e i risparmiatori. La tesi dei democratici è che Profumo abbia gettato abilmente benzina sul fuoco. Con perizia abbia fatto cioè il suo write off mediatico.

«Quella roba non l'ho fatta io». È il principio che doveva passare. Ed è anche la verità. Il problema è che la reputazione del manager confligge con quella di un sistema di potere che ha i suoi terminali più influenti nel Partito democratico. E il polverone, per di più, è stato alzato in campagna elettorale. Ma se non ci fosse stata un'accesa competizione per le politiche, e tutta la polemica sugli impresentabili, l'affaire Mps sarebbe uscito con tanto clamore?

E ancora. Il danno per i democratici non rappresenta forse una grande opportunità per i centristi di Monti, che sul futuro assetto dell'industria bancaria italiana avranno un peso rilevante? Si tratta di una zuppa o, se preferite, in questo caso, di una ribollita. Ma quel che è certo è che in queste ore è meglio non nominare il nome di Profumo dalle parti della sinistra.

4. QUANDO MONTI PENSAVA A PROFUMO COME CANDIDATO O MINISTRO
Dall'articolo di Stefano Bisi per "Il Corriere di Siena" del 28 dicembre 2012


Mario Monti cerca "eccellenze" per salire in politica. E tra queste c'è Alessandro Profumo, presidente della Banca Monte dei Paschi di Siena, secondo il quotidiano romano Il Messaggero. Che Profumo, arrivato a Rocca Salimbeni alla fine di aprile di quest'anno, pensi di lasciare per fare il "numero" in una lista di candidati al parlamento appare molto improbabile, semmai potrebbe essere disponibile in futuro per un incarico ministeriale.

Che tra Monti e Profumo ci sia un rapporto di reciproca stima è evidente, visto che il presidente del consiglio dimissionario non ha fatto mancare gli aiuti al Monte dei Paschi ma che il Professore voglia ingaggiarlo solo per inserirlo in una lista di candidati al parlamento appare difficile.

In futuro, chissà, se Monti dovesse vincere le elezioni e fare di nuovo il presidente del consiglio potrebbe affidare un ministero ad Alessandro Profumo. A quel punto si riaprirebbe la partita per la presidenza della Banca Monte dei Paschi e Monti se la sentirebbe di rimettere in subbuglio un gruppo bancario di questo rilievo? Aspettiamo.

Secondo il quotidiano romano il presidente dimissionario avrebbe parlato del suo "salire in politica" con Corrado Passera, Enzo Moavero, Andrea Riccardi, Federico Toniati e Betty Olivi. L'idea è quella di definire una strategia per trasformare "i radicali riformisti" in "massa critica". Per "agganciare larghi settori della società civile". Insomma, con Passera in prima fila, Monti e i montiani si trasformano in cacciatori di teste.

Il Professore non si accontenterà di mettere insieme l'Udc, il Fli e Verso la Terza Repubblica, di Luca Cordero di Montezemolo, Andrea Riccardi, Lorenzo Dellai e Andrea Olivero.
Monti, scrive Il Messaggero, "vuole arruolare imprenditori, banchieri (Alessandro Profumo, eccetera), cattedratici, eccellenze di ogni settore. Vuole, soprattutto, attendere la risposta dell'opinione pubblica. Capire se quel 40% di fiducia di cui gode nel Paese, può trasformarsi in voti potenziali".

 

 

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