E BRUXELLES ORDINÒ: “MONTI NON SMONTI” - NEI DOCUMENTI DEL SUMMIT EUROPEO LA PAURA CHE IL RITORNO A UN GOVERNO POLITICO IMPEDISCA LE RIFORME E L’INGERENZA DEGLI EUROCRATI - LE ELEZIONI A NOVEMBRE NON PIACCIONO PIÙ AL GOVERNO: SE NON SI APPROVA PRIMA LA FINANZIARIA, IL FUOCO DELLA SPECULAZIONE È SICURO - MADRID NON VUOLE FINIRE COME ATENE: “COMPRATE I NOSTRI BOND SENZA IMPORCI PIANI DI AUSTERITY”. MA DRAGHI SI È IMPEGNATO CON LA MERKEL A PORRE “CONDIZIONI” ALL’INTERVENTO DELLA BCE…

Alberto D'Argenio per "la Repubblica"

È martedì pomeriggio quando gli sherpa economici dei governi si riuniscono in teleconferenza per prepararsi all'autunno caldo della moneta unica. All'Euro Working Group, sul tema della crisi in Italia c'è stato appena un accenno. Per ora non è la prima fonte di preoccupazione, a differenza di Grecia e Spagna. Ma quel che viene detto - oltretutto qualche ora prima che a Roma i partiti rilancino il dibattito sul voto a novembre - lascia capire come in Europa si veda (male) l'ipotesi di mettere fine al governo Monti.

Una traccia del pensiero dell'Unione si trova nei documenti scritti a Bruxelles per preparare la conference call: «Sul medio periodo il pericolo maggiore per l'Italia è che vengano smontati pezzi delle difficili riforme strutturali approvate dal governo Monti, così come il timore che ci siano arretramenti rispetto alle misure prese per mettere in sicurezza i conti pubblici». È questa la paura di Bruxelles e delle altre capitali europee. E durante la riunione il tema riemerge.

Nel linguaggio felpato dei meeting tecnici - dove si bada a non sconfinare nel dibattito interno ai singoli paesi - non viene fatto alcun esplicito accenno ai futuri governi politici. Ma il riferimento è chiaro. Si teme che il ritorno dei partiti metta fine all'impegno italiano di rientrare nei ranghi riportando Roma ad essere un problema per tutto il Continente. E di questo si potrebbe anche parlare nella bilaterale del 29 a Berlino tra Monti e la Merkel. Così come nella teleconferenza, questa volta a livello dei ministri delle Finanze, dell'Eurogruppo, al momento in agenda per il giorno successivo.

Che sarà dominata da un altro tema che ha infiammato la discussione tra sherpa dell'altro ieri: lo scudo anti-spread messo in piedi dai leader a giugno e che ora Mario Draghi sta affinando in vista del Consiglio direttivo della Bce del 6 settembre. Tappa fondamentale per la salvezza dell'euro, visto che se la diga di Francoforte non sarà abbastanza solida la moneta unica tornerà a vacillare sotto il fuoco di speculazione e sfiducia. A mettere in dubbio lo scudo così come sta venendo alla luce è la Spagna.

Lo sherpa di Madrid spiega che il suo governo, dopo aver già chiesto all'Unione 100 miliardi per salvare le banche, non vuole firmare il nuovo Memorandum che aprirebbe la strada agli acquisti dei titoli di Stato iberici da parte del fondo europeo (Efsf-Esm) e della Bce. «Non vogliamo - insiste - quest'altro stigma. Se ci imponete ulteriori impegni sull'austerity le agenzie di rating taglieranno il giudizio su di noi e questo avrà ripercussioni negative per tutta Europa».

Lo spagnolo chiede che la Bce «compri i nostri titoli di Stato per abbassare lo spread senza imporci il Memorandum, come ha già fatto lo scorso anno». Peccato che Draghi abbia strappato alla Bundesbank e alle sue consorelle nordiche l'ok ad intervenire solo vincolando i governi almeno alla prosecuzione di politiche virtuose, se non a nuovi impegni vincolanti.

Così il rappresentante dell'Eurotower risponde gelidamente: «Noi agiremo solo se prima ci sarà una richiesta formale all'Efsf-Esm». Lo sherpa italiano non interviene, ma la battaglia spagnola piace: smussare qualche angolo in futuro potrebbe servire anche a noi.

Intanto anche a Roma si soppesa l'opportunità, riaperta dai partiti, di votare a novembre in caso di approvazione immediata della riforma del Porcellum. Se l'idea inizialmente, prima di agosto, era stata accarezzata dallo stesso Quirinale per accorciare la campagna elettorale in tempo di instabilità finanziaria, ora lascia perplessi. «L'impressione è che ora siamo fuori tempo massimo», spiega più di un ministro di Monti. E ancora, chi ha parlato con il premier - rientrato ieri a Roma dalle vacanze - fa notare che, vista da Palazzo Chigi, l'ipotesi di un imminente accordo sulla riforma della legge elettorale non porta necessariamente al voto: «Per noi non è un meccanismo automatico».

Così come tra il Tesoro e il Colle si avanza un altro argomento di preoccupazione: che il Parlamento uscente non faccia in tempo ad approvare per Natale la legge di Stabilità, mandando il Paese in esercizio provvisorio. In tempo di crisi e spread sarebbe quasi come mettere la testa sul patibolo. Per questo il premier e i suoi ministri - che si professano «relativamente tranquilli» sulla possibilità di andare avanti («ma non si sa mai», aggiungono) - continuano a preparare il Cdm di domani. Quello chiamato a mettere nero su bianco l'agenda per la crescita da lanciare in autunno. «Noi lavoriamo come se si andasse avanti, come crediamo - spiega più di una fonte governativa - poi se salta tutto vedremo».

 

 

MARIO MONTI angela-merkel-mario montiANGELA MERKEL MARIO MONTI E MANUEL BARROSO MARIO MONTI E MARIANO RAJOY MARIO DRAGHI

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