IL CALCIO DEL MULÈ - ““PANORAMA” NON HA FATTO ALTRO CHE SVELARE (PER SVENTARE) UN DISEGNO CHE C’È, CHE CONTINUA E CHE HA UN’ORIGINE PRECISA” - E SPARA IL CASO DEL FRATELLO DI BORSELLINO CHE, DA MESI, CHIEDE L’IMPEACHMENT DI NAPOLITANO (TROVANDO SEMPRE SPONDA NELLE POSIZIONI E NELLE PAGINE DEL ‘’FATTO’’) - VOGLIAMO CONTINUARE ANCORA PER MOLTO CON LE IPOCRISIE?....

Giorgio Mulè per "Panorama"

Come volevasi dimostrare. Non si trovano parole diverse per descrivere quello che è accaduto dopo la pubblicazione della copertina di Panorama dedicata alle intercettazioni delle telefonate tra Giorgio Napolitano e Nicola Mancino. E mai titolo («Ricatto al presidente») si rivelò più azzeccato e, ahimè, ancora attuale. Vediamo di capire perché.

L'ATTEGGIAMENTO DEL QUIRINALE
Da più parti si insiste che dovrebbe essere il capo dello Stato a togliere tutti dall'imbarazzo e a rendere noto il contenuto delle conversazioni. Politicamente a fare da capofila c'è l'Italia dei valori di Antonio Di Pietro alla quale si è accodata la Lega con Roberto Maroni. Da un punto di vista editoriale, invece, si trovano sorprendentemente dalla stessa parte, a sostegno della richiesta, quotidiani di ispirazione opposta come Il Giornale, Libero e Il Fatto quotidiano.

Secondo Panorama, invece, il presidente si deve ben guardare dal rivelare quello che - per ammissione dei sempre attenti pubblici ministeri palermitani - non ha alcuna rilevanza penale né attinenza con l'inchiesta sulla trattativa Stato-mafia. Le chiacchierate informali, perfino gli eventuali, privati, giudizi caustici che non hanno influenza alcuna sugli atti e che nulla aggiungono o tolgono alla funzione del presidente della Repubblica non sono fatti o circostanze da sottoporre a un esame collettivo.

Se il capo dello Stato si piegasse alle richieste, rischierebbe di cadere nella trappola dei finti puri, di coloro che pretendono di attribuire a una battuta scherzosa colta in un'intercettazione, a una parola estrapolata dal contesto chissà quale significato. Sarebbe la consacrazione di una Repubblica in cui si sgretolano tutte le garanzie costituzionali, dove a dettare legge sarebbero quei pubblici ministeri con licenza di deformare la realtà in nome del corto circuito mediatico che conosciamo fin troppo bene: io (pm) intercetto, tu (giornale) dai enfasi scandalizzata e scandalistica con il ricorso alla pubblicazione di brandelli di chiamate fatte filtrare sapientemente all'esterno. No, presidente, non lo faccia. Non lo deve fare. Nell'interesse di tutti.

Qui sta il punto. Sulle telefonate Napolitano-Mancino sono circolate (e circolano) a man bassa indiscrezioni di ogni genere e natura. Panorama le ha raccolte e ha cercato conferme come si addice al manuale del buon giornalismo. Quando le ha trovate, come prescrive la regola della deontologia e del corretto rapporto con i lettori, ne ha dato conto sulle proprie pagine e lo ha fatto in maniera trasparente.

Convinti di essere di fronte a un episodio potenzialmente pericoloso, in una fase delicatissima della vita politica italiana. Perché eravamo (e ancora siamo) di fronte a un fatto grave: le indiscrezioni sempre più numerose sul contenuto delle intercettazioni, mascherate da «ipotesi di scuola», nascondevano messaggi obliqui rivolti al presidente della Repubblica.

Innescando il giochino farisaico del dire e non dire, dell'allusione, dello scenario ipotetico utilizzato da vari quotidiani come paravento per avventurarsi in analisi più o meno dotte, ma al fondo mirando a mettere in difficoltà il Quirinale. Se non peggio.

Panorama resta convinto che, a partire da alcuni esponenti della Procura di Palermo e da suggestioni facilmente rintracciabili nei loro ragionamenti, sia in corso una partita assai pericolosa che ha preso la forma di grande ipocrisia per alcuni e ipotesi di esplicito ricatto per altri (come abbiamo scritto nello scorso numero).

Che la reazione all'inchiesta di Panorama fosse violenta com'è stata quella di alcuni media (ancora una volta La Repubblica s'è distinta su tutti) era facile da prevedere. Nulla di nuovo. La spiegazione è semplice: è inconcepibile, per chi ha la predisposizione a obbedire, anche solo pensare di potere agire con la propria testa senza ricevere avalli preventivi dal proprio editore. È la differenza (una delle numerose) che c'è tra noi e loro.

L'ATTEGGIAMENTO DELLA PROCURA DI PALERMO
Non era così difficile classificare come fasulle le indiscrezioni riportate da Panorama. Sarebbe bastato un secco comunicato di poche righe. E invece la procura dei loquaci inquirenti palermitani ha preferito ondeggiare, smentire e non smentire. Un balletto imbarazzante. Con il capo della procura pronto ad arrampicarsi sugli specchi, a esibirsi in spericolate manovre sintattiche, a rilasciare interviste a chiunque bussasse alla sua porta, ad aggiustare e correggere goffamente il tiro.

Ma c'è di più. Si è arrivati a esternare la seguente bestemmia istituzionale (sul Fatto, sulle agenzie di stampa, al Corriere della sera): difficilmente, ha dichiarato Francesco Messineo, la procura avrebbe «usato» (letterale) Panorama per fare uscire notizie riservate all'esterno visto che il settimanale non è mai stato «molto tenero con la stessa» (procura, ndr). Con il sottinteso, fin troppo ovvio, che alla Procura di Palermo i segreti si allentano, ma solo per i giornali amici. Nessuno (nessuno!) ha fatto cenno al benché minimo rilievo critico.

Non ha brillato per originalità il procuratore nazionale antimafia, Pietro Grasso, che ha citato a sproposito il richiamo alle «menti raffinatissime» di Giovanni Falcone per stigmatizzare l'opera di destabilizzazione nei confronti del Quirinale e della magistratura. Il procuratore di Caltanissetta, Sergio Lari, ha avuto la pazienza di spiegare all'illustre collega la topica rimediata: macché menti raffinatissime, chi tenta di demolire il Quirinale ha identità chiare ed è sufficiente una mente appena lucida per dargli nomi e cognomi presenti nell'agone politico.

I NUOVI MESSAGGI IN CODICE
La grande ipocrisia che continua ad avvolgere questa vicenda proseguirà ancora per molto. E nemmeno si concluderà quando la Corte costituzionale, non prima di alcuni mesi, dirà se le intercettazioni devono essere distrutte o no. Ecco l'ultimo esempio. La Stampa, il giornale di Torino, è schierato anzi schieratissimo a difesa di Giorgio Napolitano. Al punto che, legittimamente, decide di non dedicare una sola riga alle indiscrezioni di Panorama sull'edizione del 30 agosto.

Il giorno dopo, altrettanto legittimamente, ciò che non era notizia il giorno prima diventa notizia e dedica ampio spazio alla vicenda sulla scorta della dura nota del Quirinale. Tra gli articoli, uno di questi dà conto di ciò che ci sarebbe nelle intercettazioni tra Napolitano e Mancino e mette in fila le indiscrezioni di Panorama. Ma c'è un'aggiunta. C'è la citazione di un ulteriore, possibile, tema trattato in quelle conversazioni. Testualmente: «Presunte critiche a parenti di alcuni familiari di vittime di mafia».

Ohibò! Nessuno ne aveva mai parlato prima, né nelle «ipotesi di scuola», né successivamente. Che cosa vuole dire quell'inciso? Chi sono questi «parenti di alcuni familiari» che sarebbero stati criticati da Napolitano o da Mancino (o da entrambi?) a cui fa cenno il quotidiano piemontese? I giornali e le televisioni, tutti indistintamente, tacciono.

Eppure, giova ribadirlo, il Quirinale è un punto di riferimento costante per La Stampa: mai quel giornale potrebbe essere sospettato di attacchi strumentali. E se fosse una notizia?
Ragioniamo. A proposito di «parenti di familiari vittime di mafia» che certamente sono entrati in rotta di collisione con il Quirinale ce n'è, per esempio, uno oggetto di un articolo in prima pagina sul Giornale del 4 settembre (giorno in cui questo editoriale viene scritto): «Il fratello di Borsellino e i silenzi di Napolitano», titola il quotidiano. Il fratello in questione è Salvatore che, da mesi, si è scagliato a testa bassa contro il capo dello Stato (trovando sempre sponda nelle posizioni e nelle pagine del Fatto), tanto da chiederne a più riprese l'impeachment. Da qualche giorno, «curiosamente» a parere del Giornale, tace.

A testimoniare la distanza che c'è tra Napolitano e Salvatore Borsellino, il 20 luglio (subito dopo la decisione di rivolgersi alla Consulta seguita da sprezzanti critiche del fratello del giudice) il presidente affermò: «Ci si ricordi che i familiari (di Paolo Borsellino, ndr) sono innanzitutto la moglie Agnese e i suoi figli. Da loro ho avuto solo parole di conforto».
Come volevasi dimostrare. Panorama, con la sua copertina, non ha fatto altro che svelare (per sventare) un disegno che c'è, che continua e che ha un'origine precisa. Vogliamo continuare ancora per molto con le ipocrisie?

 

NICOLA MANCINO E GIORGIO NAPOLITANO jpegNICOLA MANCINO E GIORGIO NAPOLITANOGIORGIO MULE Salvatore BorsellinoANTONIO PADELLARO E MARCO TRAVAGLIO Giovanni Fasanella DSC ANTONINO INGROIA E FRANCESCO MESSINEO LA SEDE DELLA PROCURA DI PALERMO

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