CASTRO MEMORIES - PER I SUOI 87 ANNI, FIDEL RICOMINCIA A CHIACCHIERARE: “LA RUSSIA CONTRO KENNEDY ERA UNA TIGRE DI CARTA”

Da "il Fatto Quotidiano"

Tra Washington e Mosca, nel '62, si giocò una drammatica partita a poker dove la posta era la guerra nucleare. La partita, come sappiamo, la vinse la pace, ma pare che Kennedy, giocandola con una spregiudicatezza che mise al tappeto le manovre sovietiche, in realtà avesse di fronte una tigre di carta, nient'affatto convinta di giocarsi fino all'ultimo minuto il mondo intero. Almeno, così ci racconta ora Castro, in un suo memoriale d'autunno del patriarca.

Quando si mette a parlare (ma anche a scrivere, e sono colonne e colonne di piombo), Castro non ha un limite umano: va avanti per ore e ore, ottundendo di fatica il suo malcapitato uditorio, fin a lasciarlo stremato, distrutto, senza più fiato.

Ultimamente, riducendoglisi le forze, aveva diradato questo suo orgoglioso costume, fino al punto di starsene zitto per alcuni lunghi mesi, non soltanto disertando il palco delle celebri orazioni, ma sottraendosi anche all'impegno che si era ritagliato nel giornale del partito, il «Granma», dove a risarcimento della latitanza dal palco aveva preso l'abitudine, ogni settimana, di discettare liberamente dei massimi sistemi, con una rubrica dal significativo titolo di «Reflecciones».

Ieri, all'improvviso, nell'anniversario del suo 87° compleanno, il silenzio è stato alla fine rotto, e il Lìder Màximo ha ampiamente recuperato questi mesi di assenza (forse anche di sofferenza) inondando il giornale di ben tre gonfie paginate di riflessioni, memorie, rivelazioni.

C'è di tutto, naturalmente, in questo lunghissimo recupero, e si capisce bene quale sia stato lo spirito del vecchio Comandante mentre compilava il suo diario di bordo: fare un piccolo bilancio di vita, perché gli 87 anni un'occhiata alle spalle la fanno pur sempre dare; e però, allo stesso, tempo consegnare al mondo anche qualche spicciolo (forse, più d'uno spicciolo) di considerazioni politiche.

La prima notazione che Castro offre alla Storia, del tutto coerente con l'incontenibile narcisismo del personaggio, dice della sua sorpresa d'essere potuto arrivare a simile veneranda età, dopo la gravissima malattia che cinque anni fa lo aveva inchiodato fin quasi sul letto di morte, e l'aveva infine obbligato a cedere il potere formale al fratellino Raúl. Ma è più rilevante l'aspetto politico, che sta (oltre che in alcune rivelazioni sui 100.000 kalashnikov che Kim il-Sung regalò all'Avana) in quanto scrive nelle colonne che seguono, dove racconta dei suoi rapporti con l'Unione Sovietica.

Come ben si sa, Fidel ebbe una reazione violentissima quando, al tempo della crisi dei missili, nell'ottobre del '62, scoprì che Kennedy e Kruscev avevano firmato un patto al di sopra della sua testa, impegnandosi, l'americano, a non invadere mai l'isola del comunismo tropicale e, il sovietico, in cambio, a ritirare immediatamente da Cuba tutti i missili che già gli U-2 avevano fotografato con innegabile evidenza.

Fidel non gliela perdonò mai ai compagni di Mosca, e bisognava esserci all'Avana quando, durante la visita di Gorbaciov, all'inizio degli Anni Novanta, si prese con ogni taciuto disprezzo l'arroganza di spiegare in pubblico, lui, al capo del comunismo mondiale, come un Paese a falce e martello debba essere governato. Una vendetta era consumata.

Ma quello che ora Fidel dice di poco noto è un suo dialogo con il leader sovietico degli Anni 80, Yuri Andropov, che in quel lontano incontro gli rivelò che Mosca non gli avrebbe comunque dato una mano se gli yanquis, in quell'ottobre tanto prossimo a una guerra nucleare, avessero deciso di invadere Cuba.

Sarà vero, o magari sarà un'ulteriore ripresa della sua rabbia per il tradimento dei compagni che s'accordarono con Washington senza di lui, ma resta che a lui ora fa certamente piacere far sapere che Mosca cedette ignominiosamente a Kennedy perchè stava giocando una partita dove aveva in mano poco più d'una coppia di carte e non aveva alcuna intenzione di spingere fino all'estremo il suo povero bluff di missili sull'isola.

A ulteriore rafforzamento dell'ignominia di Mosca, Fidel aggiunge poche parole: «Chiesi allora ad Andropov se comunque l'Urss ci avrebbe consegnato le armi per difenderci, qualora Washington ci avesse attaccato, e lui rispose di sì. Ci bastava, noi sappiamo come si spara per difendere la libertà». Potrebbe essere, a 87 anni, l'epitaffio d'un torto all'orgoglio che mai è stato perdonato.

 

 

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