UN PAESE SPACCATO - AVER CACCIATO YANUKOVICH, NON SIGNIFICA AVER SCONFITTO CHI LO SOSTENEVA: ORA LE REGIONI FILO-RUSSE DELL’UCRAINA PENSANO ALLA SECESSIONE

Bernardo Valli per "la Repubblica"

L'idea di una secessione in Ucraina non solo imbarazza ma spaventa. A Est come a Ovest. Sarebbe un cratere spalancato nel cuore dell' Europa. È UN incubo per gli incruenti belligeranti di quella specie di guerra fredda riaffiorata da quando più di tre mesi fa è cominciata l'insurrezione della Majdan (la Piazza). Avvenimenti e dichiarazioni contrastanti suscitano inquietudine senza spingere a pensare al peggio.

I ventimila manifestanti di Sebastopoli contro l'insurrezione nazionalista di Kiev che hanno chiesto ieri la nomina di un sindaco russo, hanno rispolverato la vecchia rivendicazione secessionista della Crimea. Come del resto, in senso opposto, la dichiarazione del capo dello Stato ad interim (appena eletto dal Parlamento di Kiev) in cui si afferma la volontà di continuare la collaborazione con la Russia ma nel quadro di "una scelta europea", può
avere infastidito sia il Cremlino che le province orientali filo russe.

La recente conversazione tra Angela Merkel e Vladimir Putin ha avuto un effetto rassicurante. Anche se nelle crisi irrisolte le dichiarazioni delle personalità coinvolte hanno un valore relativo. Spesso effimero. La cancelliera tedesca ha telefonato al presidente russo reduce dalle Olimpiadi di Sochi per felicitarlo, ma soprattutto per sondare i suoi umori dopo la rapida sconfitta del regime filo russo di Kiev, e la destituzione del suo capo Viktor Yanukovich.

Angela Merkel aveva parlato poco prima con Yiulia Tymoshenko, appena liberata dopo trenta mesi di detenzione, e quindi ha potuto riferire lo stato d'animo, le intenzioni dell'eroe di questo momento ucraino. Vladimir Putin ha risposto che conta sulla rapida formazione di un governo a Kiev e si è dichiarato in favore dell'integrità dell'Ucraina.

Dopo che il consigliere per la sicurezza della Casa Bianca, Susan Elisabeth Rice, ha sentito il bisogno di dire a chiare lettere che i russi non devono intervenire militarmente in Ucraina, le parole di Putin raffreddano il clima internazionale, ma si perdono nel clamore ucraino. Nella loro stragrande maggioranza gli abitanti di questo bel paese considerano in cuor loro con apprensione un'eventuale secessione.

L'idea è nell'aria da tempo. Ad alimentarla sono le antiche divisioni storiche, culturali, linguistiche, che prevalgono nei momenti di passione politica, ma che quando la ragione prevale sono ridimensionate dal comune sentimento nazionale. In questi giorni di entusiasmi, di vendette e di incertezze, con le barricate ancora in piedi sulla Majdan, e con i gruppi radicali (super nazionalisti, ed estremisti di destra) rafforzati dal successo e in parte integrati nelle forze dell'ordine, la situazione resta tuttavia indecifrabile.

Nella capitale prevale la fretta. Il Parlamento non perde tempo. Di solito le rivoluzioni, o le grandi svolte politiche, danno vita ad assemblee a loro immagine e somiglianza. Qui il Parlamento esistente si è adeguato agli avvenimenti. Ha esautorato il suo presidente, Vladimir Ribak (fuggito insieme a Viktor Yanukovich e al Procuratore generale) e ne ha nominato un altro.

La trasformazione dell'assemblea di quattrocento cinquanta deputati è stata simultanea e radicale. Il Partito delle regioni, fino a ieri espressione del potere, ha sconfessato il suo capo, Viktor Yanukovich, accusandolo di tutti i delitti imputatigli dagli insorti della Majdan. Molti suoi iscritti si sono affrettati a emigrare nel partito (Patria) di Yiulia Tymoshenko. Un'ondata di opportunismo ha investito il Parlamento.

Non del tutto a torto Viktor Yanukovich ha accusato i suoi di tradimento. Anche perché essi hanno votato la sua destituzione e hanno eletto capo dello Stato ad interim il presidente del Parlamento, Olexandr Turchynov, un tempo braccio destro di Yiulia Tymoshenko.

Turchynov resterà in carica fin dopo le elezioni del 25 maggio. Nel frattempo ha invitato i deputati a formare al più presto una maggioranza affinché martedì possa essere votato un nuovo governo. Se pensava che Yiulia Timoshenko potesse essere il primo ministro ma lei l'ha escluso, forse anche perché non è in buona salute.

Si ripete che la rivoluzione ucraina è avvenuta per via legislativa, perché il Parlamento ha approvato o si appresta ad approvare le sue rivendicazioni. Meglio precisare che il Parlamento si è piegato, ha ubbidito alla rivolta. Il nuovo procuratore generale, di nomina parlamentare, sta incriminando Viktor Yanukovich come appunto chiedono gli insorti della Majdan.

I deputati hanno abolito una legge tesa a favorire l'insegnamento della lingua russa, che prevale nelle province orientali ma non in quelle occidentali. L'urgenza con cui è stata votata l'abrogazione rivela il desiderio di assecondare le frange nazionaliste più estremiste. Ed è senz'altro un'iniziativa che non suona gradita a Mosca.

Mentre può rassicurare il Cremlino che il ministro della Difesa, l'ammiraglio Pavel Lebedev, non sia stato destituito. Questo appare come una garanzia per le basi militari russe. In particolare per quella navale di Sebastopoli, affiancata in Crimea a quella ucraina. Ed è là che l'ammiraglio Pavel si è trasferito nelle ultime ore.

Forse per incontrare i parigrado russi, forse per tenersi prudentemente lontano da Kiev. Prima di partire ha ribadito la neutralità delle forze armate nella crisi tutt'altro che risolta.
Nelle ultime ore pareva che si stessero formando nel paese due poteri ben distinti. Destinati a prefigurare un'eventuale secessione.

Quello di Kiev, con alle spalle le province occidentali nazionaliste (definte "europee"), si sta precisando con la nomina del capo dello Stato ad interim e l'imminente creazione di un nuovo governo, del quale si capirà quali incarichi assumono i gruppi estremisti dominanti nell'accampamento trincerato sulla Majdan. Essi sono già stati integrati con l'incarico di assicurare l'ordine pubblico insieme alla polizia. Sul nuovo governo veglieranno comunque tre supervisori, incaricati della difesa, dei servizi di sicurezza e della giustizia. Rappresenteranno la mano della rivoluzione.

Il secondo centro di potere, quello delle province orientali filo russe, è ancora fantomatico. Lasciando la sua bella dimora di Mezhgorie, alle porte di Kiev, Viktor Yanukovich si è rifugiato a Kharviv, seconda città dell'Ucraina, ma adesso si trova a Donetsk, centro industriale dove è nato e dove prevale la lingua russa, che lui parla molto meglio di quella ucraina.

Da quelle province che gli dovrebbero essere amiche ha dichiarato di essere ancora il presidente della Repubblica e ha accusato di tradimento i membri del suo partito che gli hanno girato le spalle. Ma si hanno poche notizie di lui. Né si conoscono i suoi rapporti con le autorità locali, in particolare con la polizia, che potrebbe arrestarlo per ordine del nuovo procuratore generale.

Non ci sono state manifestazioni in suo favore. Oltre a quella robusta di Sebastopoli, seimila persone sono scese in piazza a Odessa e in altri centri minori della Crimea, per contestare l'insurrezione nazionalista della Majdan. Ma Yanukovich non era il protagonista.

L'eroe del momento è Yiulia Lutiscenko, nata pure lei nelle province orientali, anche se non targata filo russa. Pur essendo stata all'opposizione del regime di Yanukovich lei viene descritta come un personaggio abbastanza gradito o considerato dai russi. Da Putin in particolare con il quale ha avuto a che fare quando era primo ministro. È insomma un leader con cui il Cremlino potrebbe trattare.

 

 

Yulia Tymoshenko con sua figlia prima di parlare alla piazza Un mare di fiori per i morti di Kiev Ucraini anti Yanukovich smantellano monumento sovietico Susan Rice Sostenitori di Viktor Yanukovich Sostenitori dell ex presidente in piazza Si fa la guardia alla casa di campagna di Yanukovich Sembra la Seconda Guerra Mondiale Il funerale della giovane vittima Momento di preghiera collettiva a Piazza Indipendenza Omaggio agli anti governativi uccisi dalla polizia

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