matteo salvini luigi di maio

DAGO-ESCLUSIVO SUL DOPO-VOTO - IN BARBA ALLA RISSA CONTINUA, SALVINI E DI MAIO CERCHERANNO DI TENERE INSIEME IL GOVERNO, PER CONTARE QUALCOSA NELLE NOMINE EUROPEE. MA CI SONO DUE VARIABILI: LE PERCENTUALI E I RISPETTIVI GRUPPI DIRIGENTI. COSA DEVE SUCCEDERE PER FAR CROLLARE TUTTO - SALVINI NON CREDE AI SONDAGGI E HA UNA GRANDE PAURA: I MAGISTRATI. I GIORNALI NON CONTANO PIÙ NIENTE PER L'ELETTORATO, MA PER LE TOGHE SÌ. E DOPO I 49 MILIONI, SIRI, RIXI, E LA LOMBARDIA, SI VOCIFERA DI UN'ALTRA TEGOLA GIUDIZIARIA. COSA FARÀ MATTARELLA - LE CRITICHE A BERGOGLIO

DAGONEWS

matteo salvini luigi di maio

 

Questo è un nuovo Dago-scenario del dopo elezioni, e facciamo subito una premessa: Salvini e Di Maio, potendo, cercheranno di tenere in piedi il loro pericolante governo. Non solo perché insieme hanno più potere di quanto potrebbero mai avere separati (Di Maio, una volta caduto questo esecutivo, sarebbe in balia dell'ala movimentista e anti-leghista dei vari Fico, Grillo, Di Battista).

 

Ma perché nei prossimi mesi si costruirà l'assetto dell'Unione Europea per i cinque anni a venire. Far crollare tutto vorrebbe dire abbandonare il tavolo delle trattative sui commissari, sui presidenti della Commissione, del Consiglio e della Banca Centrale, l'assetto portante delle istituzioni che decidono (sul serio) del nostro futuro. Chi va a rappresentare l'Italia, un governo dimissionario?

 

Le variabili principali sono due: il risultato del voto e i rispettivi gruppi dirigenti.

 

salvini giorgetti

Se tra Lega e Movimento 5 Stelle dovessero esserci 10 o più punti di distacco (mettiamo 32% vs 22%), sarebbe praticamente impossibile tenere fermi i colonnelli leghisti (Zaia e Fedriga), che pretenderebbero più poltrone governative. Ieri Salvini dalla Berlinguer ha promesso che non chiederà nessun rimpasto dopo il voto, nemmeno un mezzo sottosegretario in più, ma la cosa non dipenderà solo da lui. Ce lo vedete un Giorgetti che col 32% dei consensi prende ordini da Casalino?

 

FEDRIGA TOTI FONTANA ZAIA

Se invece il vantaggio della Lega sul M5S si attestasse sui cinque punti (30% vs 25% o 29% vs 23%, ad esempio), sarebbe più facile per i dioscuri placare le prime file. Se nessuno stravince e nessuno straperde, è più facile confermare l'equilibrio attuale. Sarebbe pure un messaggio dagli elettori, una sorta di ''via libera'' politico dopo un anno di unione (solo apparentemente) contronatura.

 

I consiglieri di Mattarella hanno detto chiaramente agli emissari dei due partiti che, in caso di crisi e di nuove elezioni, il Colle non permetterebbe mai un governo gialloverde bis, magari nato solo per ''aggiustare'' gli equilibri tra le formazioni. Il ragionamento è semplice: se si torna al voto nei prossimi 12 mesi, vuol dire che i gialli non sanno stare coi verdi (e viceversa) e quindi la nuova maggioranza dovrà essere o Lega e Berlusconi/Meloni o grillini col Pd.

 

sergio mattarella luigi di maio

Con crisi di governo e scioglimento delle Camere, avremmo quindi un Conte che arranca verso nuove elezioni, mentre a Bruxelles si decide chi prenderà il posto di Juncker, Draghi, Tusk, Tajani, Mogherini. Il round di nomine non dura poco, si protrae fino all'autunno. Quell'autunno in cui un'Italia già molto indebolita dovrà presentare una finanziaria horror da 35 e passa miliardi e cercare di strappare qualche concessione dalla Commissione. Ci manca solo che ai negoziati arrivi un premier anatra zoppa senza legittimazione politica a capo di un governo che non è riuscito manco a sostituire il ministro per gli Affari Europei.

 

kurz strache

Non se ne sono accorti in molti, ma pure il temibile primo ministro austriaco Kurz, che aveva annunciato elezioni-lampo dopo la cacciata di Strache, ha rimandato il voto politico a dopo l'estate. Prima, bisogna sistemare le faccende europee…

 

Insomma, nella cagnara di queste settimane, molto è una recita, e molto è l'effetto dell'ostilità (vera) che serpeggia nelle prime e seconde file dei due partiti. Ma chi sono questi colonnelli riottosi? Nel M5S, azzittite le frange minori, i nomi restano i soliti: Grillo, Fico, Dibba, quelli che al governo preferirebbero non starci, o non starci con Salvini, pronti a tagliare i fili del burattino Giggino se dovesse calare al 20%.

 

Dal lato leghista, i più rumorosi sono Zaia e Fedriga, due governatori che non vogliono avere più i 5 Stelle tra i piedi. Giorgetti e Fontana invece sono a metà del guado, infastiditi ma realisti.

 

GRILLO FICO DI MAIO DI BATTISTA

Tutti comunque agitati perché rischiano di non contare più niente in caso se questo governo dovesse durare ancora. Essendo tutti espressione di maggioranze di centrodestra a livello locale, il loro potere ne gioverebbe se la stessa coalizione si replicasse pure a Roma. Ora invece sono schiacciati tra un governo che fa misure pro-meridione e un elettorato regionale che si sente abbandonato e incazzato.

 

Giorgetti l'ha detto chiaramente a Salvini: stiamo perdendo lo zoccolo duro dei piccoli imprenditori, e subito il Capitone è tornato a promettere la Flat Tax (non si sa con quali soldi, ma vabbè). Di Quota 100 e Reddito di Cittadinanza frega poco ai rumorosi elettori della Lega. L'urgenza sono le tasse e il costo del lavoro: se non si interviene su questi punti, e dunque sull'ormai frusta questione della competitività, sono pronti a scaricare il leader felpato. Lui gioca il ruolo della vittima – quanto gli piace – coi cacicchi scalpitanti: ''Già ho tutti contro, ci mancate solo voi a fare opposizione interna''.

matteo salvini sovranisti a milano

 

E nella riunione con i ministri leghisti a Roma (Giorgetti assente, era a Milano per la cena degli imprenditori italiani attivi negli Stati Uniti) ha voluto placare gli spiriti sovraeccitati – ''ubriachi di sondaggi'', li aveva definiti proprio Giorgetti – ricordando a tutti di non credere ai numeri, che c'è un numero di indecisi colossale e che qualunque risultato sopra il 20% dovrà essere considerato una vittoria visto che è meglio del 17% preso alle politiche dell'anno scorso.

 

In ogni caso, l'opposizione al governo è altissima, e da più fronti. Ma Salvini non teme i giornali, visto lo scarso impatto di vendite che hanno nell'elettorato. La sua paura più grande sono i magistrati, su cui i giornali hanno invece un impatto potentissimo. Se il grande pubblico ha smesso di andare in edicola, la categoria resta molto legata ai quotidiani. Giornalisti e toghe sono migliori amici: i primi garantiscono alle inchieste visibilità e quindi promozioni e ammirazione; i secondi con gli atti processuali riempiono le pagine di scoop, scrivono libri e costruiscono carriere.

siri salvini

 

Oggi non è più l'editoriale fiammeggiante o l'endorsement del direttore a decidere il destino di un politico, ma le inchieste sono ancora in grado di far male, molto male. Non è un caso che Belpietro abbia lanciato un avviso ai navigati: è in arrivo una bomba giudiziaria sulla sanità lombarda. Non è un caso che Renzi, uno bene informato, abbia sfidato Salvini a querelarlo per le sue frasi, cioè che i famigerati 49 milioni di finanziamento pubblico alla Lega hanno finanziato anche la ''Bestia'' social cui deve il suo successo politico (non ci risulta che Salvini abbia querelato).

krajewski e papa bergoglio elemosiniere

 

Ci sono i 49 milioni, c'è il caso Siri, c'è la sentenza su Rixi in arrivo, c'è l'inchiesta che ha già inguaiato mezzo centrodestra lombardo. Arriverà l'ennesima bordata contro Salvini? E quando? Non è chiaro, ma i segnali ci sono.

 

Non bisogna dimenticare poi che il Presidente del Csm, l'organo di autogoverno dei magistrati, è Mattarella, e il Quirinale resta un'autorità rispettata e ascoltata da giudici e pm. Come si porrà il Presidente davanti all'attacco sferrato a un partito che si avvia a prendere circa un terzo dei voti?

 

PS: Gli attacchi di Salvini a Bergoglio? Ultimamente il vicepremier ha un nuovo consigliere per le faccende di Chiesa, che si chiama Ettore Gotti Tedeschi (per questo si era diffusa la notizia di una sua candidatura all'Europarlamento).

 

ETTORE GOTTI TEDESCHI

L'ex presidente dello Ior, ancora furioso per essere stato defenestrato nel 2012 – prima dell'avvento di Bergoglio ma comunque dalle gerarchie che hanno preso il posto dell'ancien regime ratzingeriano – dice al Capitone che il mondo dei cattolici praticanti considera il Papa terzomondista un  abusivo, che piace solo agli atei o a un elettorato che tanto non voterebbe mai la Lega. Attaccarlo, consolida i consensi dei conservatori.

 

 

 

 

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