QUELLI CHE “UNA VOLTA ERA MEGLIO” – SECONDO UN SONDAGGIO INGLESE, IL 71% PENSA CHE IL MONDO VADA SEMPRE PEGGIO – COLPA DEL “DECLINISMO”, UNA SPECIE DI MALATTIA COLLETTIVA DELLA MENTE

Enrico Franceschini per “la Repubblica”

 

madonna con pistolamadonna con pistola

Se il 2014 ci era sembrato un anno traumatico, fra guerre, stragi, virus letali e la costante incertezza economica, non si può dire che il 2015 sia cominciato diversamente, con il massacro nella redazione di Charlie Hebdo a Parigi e l’Europa sotto la minaccia del terrorismo. Un sondaggio condotto in questi giorni da YouGov in Gran Bretagna fotografa quella che è probabilmente l’opinione dominante: per il 71 per cento degli interpellati il mondo va sempre peggio, soltanto il 5 per cento crede che le cose possano migliorare.

 

Ma uno studio della City University di Londra avverte che non sono necessariamente gli eventi a farci vedere un futuro a tinte fosche: è piuttosto una condizione umana, quasi una malattia collettiva della psiche. Si chiama “declinismo”, è la pessimistica convinzione che il pianeta e i suoi abitanti siano avviati a un inesorabile declino, l’impressione che il domani sia sempre peggiore di oggi e di ieri. Ne soffre la maggior parte delle persone: senza rendersi conto dei progressi medici, scientifici, tecnologici e nella qualità della vita per la maggioranza della popolazione mondiale.

Il declino dell America industriale spazza via esempi maschili Il declino dell America industriale spazza via esempi maschili

 

Le cause del fenomeno sono molteplici, affermano gli autori della ricerca. Una è la tendenza psicologica a romanticizzare la gioventù, per cui il passato ci appare più roseo del presente. Un’altra è che quando si chiede a qualcuno di ricordare gli avvenimenti della propria vita, i più ricordano meglio fatti e situazioni che risalgono a quando avevano tra i 10 e i 30 anni.

 

Un terzo fattore è che invecchiando si tende a ricordare meglio le esperienze positive delle negative. Un’altra ragione ancora è la difficoltà e la diffidenza ad adeguarsi alle trasformazioni tecnologiche: «Da ragazzi non avevamo il telefonino e stavamo benissimo lo stesso».

 

logo fare per fermare il declino logo fare per fermare il declino

In teoria potrebbe essere che vediamo il mondo in declino perché lo è davvero. Ma un recente programma della Bbc smentisce, dati alla mano, il diffuso stereotipo secondo cui si stava meglio “quando si stava peggio”, cioè in un presunto idilliaco, arcaico, passato. Negli ultimi cinquant’anni l’aspettativa di vita mondiale è cresciuta da 59 a 70 anni, secondo l’Organizzazione mondiale della sanità.

 

Nonostante le efferatezze del Califfato Islamico, le stragi di terrorismo e la cronaca nera continuino a riempire le pagine dei giornali, oggi viviamo nell’era meno violenta della storia umana, come dimostra un docente di Harvard, il professor Steven Pinker, nel saggio Il declino della violenza : ci siamo dimenticati di come il mondo fosse un mattatoio in cui ci si menava e ammazzava quotidianamente, senza che il sangue facesse nemmeno notizia.

 

Altre statistiche indicano che siamo mediamente più sani e più intelligenti di prima; e quando mostrano apparentemente il contrario, per esempio il fatto che i malati di depressione sono cresciuti del 4 per cento in vent’anni, in realtà significa che abbiamo una migliore comprensione della salute mentale, grazie una maggiore capacità diagnostica, che promette migliori cure.

 

MURDOCH IN DECLINO MURDOCH IN DECLINO

Il declinismo che si avverte nell’aria in questo inizio 2015, in effetti, è una malattia ricorrente. Nel Regno Unito se ne sente parlare ininterrottamente dal 1870, quando l’Impero britannico raggiunse l’apogeo: da allora non ha fatto che restringersi, tra decolonizzazione e ascesa di un’altra superpotenza destinata ad eclissarlo, gli Stati Uniti.

 

Quanto all’America, di ondate di declinismo ne ha già attraversate cinque, a partire dalla Grande depressione degli anni trenta del secolo scorso (diventato, a dispetto dei pessimisti, il “Secolo Americano”), passando per “l’umiliazione dello Sputnik”, quando nel 1957 i russi furono i primi a mettere un cosmonauta in orbita e parve che avrebbero vinto la corsa nello spazio (si sa poi chi è arrivato sulla luna), la sconfitta in Vietnam, il “malaise speech” di Jimmy Carter sul “malessere” degli Usa, fino al grande crash finanziario del 2008.

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Dal 1987 a oggi le librerie si sono riempite di volumi sul declino dell’impero americano, da Ascesa e declino delle grandi potenze di Paul Kennedy, a La fine dell’era americana di Charles Kupchan, a L’era postamericana di Fareed Zakaria, che si concludeva con questo deprimente messaggio: «La magia è finita, le cose non andranno mai più bene come prima». E poiché l’America è stata l’identità e il traino dell’intero Occidente, il declino americano viene vissuto come declino universale, o almeno occidentale.

 

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Il che naturalmente è esatto, come testimonia l’ascesa economica di Cina, India e altri paesi emergenti. Ma se YouGov, anziché in Gran Bretagna, avesse condotto il sondaggio su “il mondo va meglio o peggio” in Cina, dove il consumo annuale di carne nell’ultimo mezzo secolo è cresciuto da 1 a 40 chilogrammi per abitante, è verosimile che avrebbe ottenuto risultati differenti.

 

E nonostante il declinismo con cui viene etichettata l’America di Obama, peraltro protagonista di una ripresa economica che fa invidia all’Europa, un ulteriore saggio sulla questione, That Used to Be Us: How America Fell Behind in the World It Invented and How We Can Come Back , del columnist del New York Times Thomas Friedman e del politologo di Harvard Michael Mandelbaum, offre comunque speranze per prolungare il sogno americano nel ventunesimo secolo.

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Se il mondo ci appare in declino, insomma, è perché siamo vittime di una sindrome psicologica di massa, come notano gli studiosi della City University, non perché declini sul serio. «L’epoca dell’individualismo, della democrazia liberale e dell’umanesimo volge al termine», ammoniva all’inizio del Novecento il filosofo tedesco Oswald Spengler, ma poi fascismo e nazismo fecero posto a un’era di pace e benessere come l’Occidente non ne ha mai conosciute.

 

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Oltretutto, la massima “non c’è limite al peggio” deriva da un aneddoto (la vecchia siracusana e il tiranno Dionigi) dello storico romano Valerio Massimo, nel Primo secolo dopo Cristo: e un po’ di strada, da allora, ne abbiamo fatta. Non sembra ancora arrivato il momento di dire: fermate il mondo, voglio scendere.

 

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