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DIARIO DI UNA LEGISLATURA - IL “GIAGUARO” MAI SMACCHIATO DA BERSANI, IL BOOM GRILLINO, LA RIELEZIONE DI NAPOLITANO E L’ARRIVO DI MATTARELLA, LA RUOTAZIONE DI TRE PRESIDENTI DEL CONSIGLIO, LA SCISSIONE DI PD E FORZA ITALIA, IL TRACOLLO DI RENZI AL REFERENDUM, L’ASCESA E IL DECLINO DELLA BOSCHI - QUANDO BERLUSCONI PUNTÒ SU ENRICO LETTA (E NON SU MATTEUCCIO)

bersani grillo

Francesco Verderami per il “Corriere della Sera”

 

Non finisce un anno si chiude un' era, al termine di una legislatura senza precedenti nella storia repubblicana: un capo dello Stato rieletto, due inquilini al Colle nell'arco di due anni, tre presidenti del Consiglio frutto di accordi di larghe e piccole intese, e la scissione delle due forze politiche - il Pd e il Pdl - che hanno rappresentato i capisaldi del bipolarismo.

 

Sergio Mattarella a colloquio con il presidente emerito Giorgio Napolitano

L' Italia che verrà dopo il 4 marzo sarà quindi inevitabilmente figlia di un quinquennio che si è rivelato sorprendente. Eppure all' inizio del 2013 tutto sembrava scritto, tutto scontato: al voto di febbraio Bersani era dato per vincente. Nelle sue liste c' era anche un famoso magistrato, che alla vigilia della campagna elettorale si presentò all' ingresso del Nazareno con una borsetta in mano: «Sono Piero Grasso mi avete candidato e avrei bisogno di una stanza». Qualche mese più tardi gli avrebbero dato l' intero palazzo Madama.

 

renzi mattarella napolitano grasso alfano

La decisione fu presa al termine di una cena a casa Letta (quella di Enrico e non di Gianni), durante la quale Bersani spiegò perché bisognasse sacrificare la Finocchiaro e Franceschini, destinati alle presidenze di Senato e Camera, per puntare invece su Grasso e la Boldrini: «Così manderemo un segnale ai grillini per conquistare i loro voti, che servono per formare il governo».

 

Franceschini strappò il discorso di insediamento che aveva preparato, ma non bastò perché Grillo avrebbe distrutto il sogno di palazzo Chigi che Bersani aveva coltivato.

Per il segretario del Pd fu l'inizio di un calvario che si concluse con l'abbraccio di Berlusconi nelle larghe intese e che passò dall' affossamento dei suoi candidati alla presidenza della Repubblica.

 

LA STRETTA DI MANO TRA ENRICO LETTA E MATTEO RENZI

Dopo aver bruciato Prodi e Marini, la lista si era assottigliata: ne rimaneva uno solo, che però si rifiutava di restare sul Colle, perché - spiegava sempre Napolitano ai suoi interlocutori - «mi sento stanco e vorrei avere ancora del tempo per me stesso, per scrivere le mie memorie». Perciò si irritava ogniqualvolta sentiva pronunciare il suo nome, al punto che un giorno all'alba inviò un motociclista da Casini con un plico.

 

Dentro c'era un articolo di giornale e una frase attribuita al segretario dell' Udc sottolineata in rosso e blu: «Ormai non ci resta che rieleggere Napolitano. E quando glielo chiederemo formalmente, lui non potrà rifiutare». L'articolo era accompagnato da un messaggio: «Caro Pier Ferdinando o il tuo amico Lorenzo smentisce o la considererò un'offesa personale». Cesa smentì, Napolitano venne rieletto.

IL PASSAGGIO DELLA CAMPANELLA TRA ENRICO LETTA E MATTEO RENZI

 

E venne il giorno che nessuno aveva previsto. Berlusconi, il «nemico» che il Pd aveva visto uscire due anni prima da palazzo Chigi tra due ali di folla infuriate, si prendeva la rivincita e diventava «alleato» di governo. Il giaguaro non era stato smacchiato e bisognava scegliere insieme a lui il premier per le larghe intese.

 

Bersani fece sapere all' ormai ex avversario che nella rosa c' era anche il giovane sindaco fiorentino: «Ditegli che Renzi si propone. In fondo lo conosce bene, visto che l'ha ricevuto ad Arcore...». «Preferisco il giovane Letta», fu la risposta del Cavaliere, ben lieto poi di accettare un consiglio di Franceschini: «Per evitare l' ordalia grillina, sarebbe opportuna una squadra di ministri tutta nuova». Berlusconi volle chiamare il dirigente del Pd per complimentarsi dell' idea. Davanti aveva l' intero stato maggiore del suo partito, smanioso di tornare al governo. Li fece tutti secchi con una battuta: «Sono qui con i miei. È davvero un' ottima soluzione, la condividiamo».

BERLUSCONI AL SENATO CON GLI OCCHIALI

 

L'intesa durò quel che durò, perché l' onta della condanna e l' imminente espulsione dal Senato, indussero il Cavaliere al fallo di reazione. Andar via dal governo fu considerato un errore persino dal suo amico Confalonieri, l'unico che può permettersi di dire certe cose: «Fu un black out». E fu la rottura tra Berlusconi e Alfano.

 

L'ultima sera che i due si videro da soli, il padre disse al figlio: «Comunque tra noi non cambierà niente e d'ora in poi la mia casa di Lampedusa sarà tua, Angelino». Non solo cambiò tutto, di lì a poco Lampedusa - per via dell' emergenza migratoria - si sarebbe trasformata per il ministro dell'Interno da luogo di villeggiatura a simbolo di tragedia collettiva e di dolori personali.

RENZI E LA SCONFITTA NEL REFERENDUM

 

Il governo Letta non cadde il 22 febbraio del 2014 ma il 18 gennaio, quando Berlusconi arrivò al Nazareno per firmare il patto con Renzi, neo segretario del Pd: quel pomeriggio chi chiamò il premier e si sentì dire che di quell' incontro «ancora non so nulla», capì che il vento stava rapidamente per cambiare.

 

RENZI E LA SCONFITTA NEL REFERENDUM

Il rottamatore entrò a Palazzo Chigi qualche mese prima che il Cavaliere entrasse al centro per anziani di Cesano Boscone. L'affidamento ai servizi sociali, con cui avrebbe pagato il suo conto con la giustizia, sarebbe diventata per lui un'esperienza toccante: «Un giorno - raccontò tempo dopo - portai con me Confalonieri perché suonasse al piano, mentre io parlavo ai pazienti in dialetto. Quei momenti valgono quanto i discorsi che ho tenuto alla Knesset e al Congresso americano».

 

Renzi invece si presentò per il discorso di fiducia alle Camere parlando a braccio e annunciando la fine del Senato. Seduto a quei banchi c' era anche l' ex ministro Sacconi, che dopo lo scioglimento del Pdl aveva scelto di aderire al Nuovo centrodestra, e che diede il suo voto al governo non prima di sussurrare ai colleghi di partito: «Renzi sarà la più sfavillante meteora della politica italiana».

 

GENTILONI BOSCHI RENZI

Eppure Renzi sarà l'uomo dei record, quello delle riforme sul lavoro, quello del 40% alle Europee e dell' elezione al primo colpo del nuovo presidente della Repubblica. La sera del 31 gennaio 2015, mentre i parlamentari applaudivano l' avvento di Mattarella al Quirinale, da un corridoio laterale di Montecitorio il prodiano Monaco prendeva mestamente la via d' uscita: «Per Romano non ci sono stati i voti, per chi ha partecipato alle cene di casa Letta sì».

 

RENZI E GENTILONI

Monaco si riferiva agli incontri tra Berlusconi e D' Alema a casa di Gianni e non di Enrico, ai tempi della Bicamerale per le riforme istituzionali. Ma proprio l' elezione di Mattarella fu causa della rottura tra il premier e il Cavaliere che si risolverà con la sconfitta di Renzi al referendum costituzionale. La sera del 4 dicembre 2016 il rottamatore, che aveva trasformato la consultazione in un plebiscito su se stesso, decise di lasciare Palazzo Chigi.

Persino il capo dello Stato provò a dissuaderlo. «Capisco che potrei permettermi di restare - rispose Renzi - ma è per me stesso che non posso permettermelo». Gentiloni prese il suo posto: doveva rimanerci il tempo di indire le elezioni, invece. In Italia nulla è più duraturo di una situazione temporanea, e il leader del Pd - osservando oggi il suo successore corteggiato da destra e da sinistra - deve provare una punta d' invidia se a volte non riesce a trattenersi: «Paolo è come la Y10. Piace alla gente che piace».

Sipario.

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