IL DISSIDENTE MOSTRA I DENTI - CHEN ACCUSA L’AMERICA E LA NEW YORK UNIVERSITY: “COMUNISTI”

Massimo Vincenzi per "la Repubblica"

Le storie d'amore che finiscono passano in fretta dalle lettere dolci alle carte bollate degli avvocati. Così si conclude il rapporto tra il dissidente cieco Chen Guangcheng e la New York University: a suon di comunicati. Velenosi. Uno dei principali oppositori del governo cinese era arrivato qui un anno fa, dopo la sua fuga da Pechino via ambasciata americana e in diretta telefonica con Hillary Clinton, allora Segretario di Stato.

Il visto per motivi di studio e l'invito dell'ateneo avevano evitato che la tensione tra i due paesi degenerasse e sembrava tutto a posto. Sino a giovedì scorso. Il primo a scrivere che qualcosa non va secondo copione, è il New York Post: «Chen ha dovuto affrontare molte pressioni ed è stato invitato ad andarsene» dice al giornale un anonimo professore.

Il dissidente rimane in silenzio sino a domenica sera quando diffonde un testo con la sua requisitoria: «L'università ha ceduto alle pressioni del governo del mio paese e ha messo fine alla mia borsa di studio. Mi hanno dato tempo sino alla fine del mese per lasciare l'appartamento dove vivo nel Village insieme alla famiglia». E poi ancora più duro: «Il lavoro dei comunisti cinesi all'interno dei circoli accademici negli Stati Uniti è di gran lunga maggiore di quanto la gente possa immaginare. Le tanto sbandierate indipendenza e libertà in questi ambienti sono in realtà messe in pericolo dai rapporti con un regime totalitario».

Rapporti che negli ultimi tempi sono diventati ancora più stretti, fa capire Chen. Da quando alcune università Usa, come Yale e appunto la Nyu, hanno aperto campus in Cina. E soprattutto crescono continuamente i ragazzi cinesi che vengono negli Stati Uniti per completare gli studi o specializzarsi: quest'anno sono stati 194mila, con una crescita del 23%.

Le persone a lui vicine citano gli episodi incriminati. I vertici della facoltà gli avrebbero consigliato a più riprese di limitare la sua attività di propaganda. Inviti energici a non parlare in pubblico, l'ultimo caso, in occasione di un suo viaggio a Washington per tenere un discorso al Congresso. Nella stessa occasione gli sarebbe stato impedito di rilasciare un'intervista a Radio Free Asia.

E un suo amico rivela: «L'ho sentito al telefono qualche settimana fa, era molto abbattuto nel sentire attorno a sé la diffidenza dell'università. Triste ma soprattutto deluso». Ma la Nyu smentisce con decisione e risponde attraverso il portavoce: «Siamo molto scoraggiati e dispiaciuti. Abbiamo letto il comunicato che ha scritto e contiene molti errori e falsità. Sin dall'inizio avevamo chiarito che la sua borsa di studio sarebbe durata un anno come tutte le altre dello stesso tipo. E arrivati alla fine del periodo è logico che il rapporto si interrompa. Non c'è stata alcuna pressione o ingerenza nella sua attività».

E a sostegno dell'università parla anche il professor Jerome Cohen, che l'anno scorso fu in prima linea per sostenere la causa del dissidente. Al New York Times spiega: «Gli hanno dato tutto il sostegno possibile: casa, traduttori, lezioni private e anche occasioni di lavoro. Per nessun rifugiato politico è stato fatto di più: nemmeno per Albert Einstein».

 

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