donald trump giorgia meloni marco rubio

TE LO DO IO IL DISGELO! – DOPO L’INCONTRO DI UN’ORA E MEZZO TRA RUBIO E MELONI, RESTA LA SPACCATURA TRA L’EX GIORGIA DEI DUE MONDI E LA CASA BIANCA – LA DUCETTA PARLA DI “CONFRONTO FRANCO”, MA ORMAI NON È POSSIBILE TORNARE INDIETRO DOPO GLI ATTACCHI SCOMPOSTI DI TRUMP, CHE L’HA SCARICATA COME UNA SGUATTERA DEL GUATEMALA. LA DUCETTA SEMBRA ESSERSI RESA CONTO TROPPO TARDI CHE “THE DONALD” NON VUOLE ALLEATI, MA SOLO SOTTOPOSTI E CHE FARE LA CHEERLEADER TRUMPIANA ISOLA L’ITALIA IN EUROPA E NON PORTA ALCUN VANTAGGIO AL PAESE –RESTANO LE DISTANZE SULLA GUERRA ALL’IRAN, SULL’UTILIZZO DELLE BASI ITALIANE, SULLE SPESE MILITARI…

1. SUL TAVOLO IL FATTORE DONALD

Estratto dell’articolo di Tommaso Ciriaco per “la Repubblica”

 

marco rubio e giorgia meloni foto lapresse 7

Novanta minuti bastano a discutere, litigare, chiarirsi e dividersi ancora sui dossier. Stavolta però Giorgia Meloni ha in mente soprattutto un problema. Anzi, un nome: Donald J. Trump. Di fronte al segretario di Stato, spiegano fonti concordanti, la premier sceglie di non girare attorno al nodo politico che la divide dall'alleato.

 

E, raccontano le stesse fonti, imposta un ragionamento che si può riassumere così: c'è un problema che ha complicato il nostro rapporto, parliamoci con chiarezza e troviamo un modo per risolverlo. […]

 

Con Rubio, allora, la presidente del Consiglio non cela il fastidio per quanto accaduto nelle ultime settimane, ma propone anche soluzioni per trarre reciproco vantaggio da questa relazione. […]

 

DONALD TRUMP SCARICA GIORGIA MELONI - MEME

Per intenderci: non è proficuo essere "schiacciati" su posizioni iper-trumpiane attraverso lodi pubbliche che finiscono per isolare l'Italia dagli altri partner, come accaduto durante il primo anno dell'amministrazione del tycoon, ma neanche ovviamente diventare bersaglio di attacchi scomposti sui social.

 

Sono concetti scivolosi, ma è il momento di metterli in fila. E d'altra parte, neanche Rubio si tira indietro. Per dirlo con la premier, è una fase in cui è meglio essere «franchi».

 

Un aggettivo che mette anche nero su bianco, in modo da rendere chiaro anche pubblicamente che a Palazzo Chigi è andato in scena un chiarimento senza paracadute con l'emissario di altissimo livello arrivato da Washington.

 

«Se ci sono incomprensioni, si parla e si prova a risolvere», questo il senso dei suoi ragionamenti. «L'importante è però confermarsi la volontà di lavorare assieme». Per Rubio, è possibile suonare questo spartito. Tanto che nei prossimi giorni è addirittura possibile che venga organizzata una telefonata con il presidente degli Stati Uniti.

 

marco rubio e giorgia meloni foto lapresse 9

È però altrettanto chiaro che il segretario di Stato non gradisce alcuni "no" e diversi "nì" che Roma deve pronunciare: vale per Hormuz, per le spese militari, per l'atteggiamento da tenere con Israele.

 

Sono i dossier di politica internazionale più urgenti. In realtà, è per lo più Antonio Tajani a discuterne con Rubio. Ciò che davvero interessa all'Italia è naturalmente il Libano. Il segretario di Stato lascia intendere che Washington è pronta a valutare un impegno rafforzato di Roma, anche dopo la fine di Unifil: i mille soldati italiani già schierati sotto la bandiera dell'Onu potrebbero restare sul campo. «Si può ragionare di un impegno diverso da quello attuale», concordano.

 

donald trump come gesu e giorgia meloni - vignetta by vukic

Ad esempio, per addestrare le forze regolari libanesi. L'elenco di Tajani è però lungo e va oltre Beirut: Libia, l'Iran, Cuba e Venezuela. Talmente lungo che l'americano ascolta, poi scherza: «Hai passato in rassegna il mappamondo, adesso ti rispondo su tutto…».

 

[...]

 

Un timore, però, resta nell'aria dopo l'incontro a Palazzo Chigi: quello di una nuova escalation in Iran. Perché a interpretare i ragionamenti di Rubio, sembra evidente un punto: l'amministrazione Usa considera quasi inevitabile affondare in qualche modo un nuovo colpo contro Teheran. Una strada che giudica obbligata per non consentire che lo Stretto resti in mano agli iraniani.

 

Con la consapevolezza — amara — di aver consegnato agli avversari un'arma forse più efficace di quella atomica: il blocco dello Stretto. L'Europa non può reggere la chiusura di Hormuz, fa presente la premier, Rubio conferma, ma aggiunge: «Se non facciamo qualcosa, avranno in mano uno strumento per mettere in ginocchio l'economia mondiale».

 

2. RESTANO LE DISTANZE SU BASI E IRAN “ALCUNI PAESI CI HANNO DANNEGGIATO”

Estratto dell’articolo di Alberto Simoni per “La Stampa”

 

marco rubio e giorgia meloni foto lapresse 5

Confida un vecchio consulente repubblicano: «Rubio? Un politico della Florida che annusa il vento e sa come posizionarsi». Al termine della due giorni romana, il segretario rientra a Washington con la borsa piena di appunti, sensazioni e tanti "non-detto".

 

[...] Rubio è il più abile in un'Amministrazione fatta di costruttori di pire incendiarie a fare il pompiere. Ha ribadito che la sua visita era stata programmata ben prima che Trump attaccasse il Papa e di rimando Meloni e minacciasse il ritiro delle truppe americane dall'Italia.

 

Eppure, il segretario di Stato è sufficientemente scafato da far capire che qualcosa sull'asse Washington-Roma da sintonizzare c'è. Non lo preoccupano le frasi di Trump - tanto che dal presidente ha pure ricevuto l'incarico di dire al Papa, «mi raccomando, in modo gentile» che l'Iran non può avere l'arma nucleare - ma le divergenze su alcuni temi con gli alleati europei e quindi Roma.

 

DONALD TRUMP - GIORGIA MELONI - MEME BY EDOARDO BARALDI

Due su tutti segnano una sintonia non finissima: la concessione delle basi agli americani per il conflitto in Iran; e l'approccio su Hormuz.

 

Rubio rivendica di essere da sempre un sostenitore della Nato. «Uno dei vantaggi di essere nella Nato - dice - consiste nella possibilità di dispiegare truppe in Europa e di avere basi che consentano agli Usa una abilità logistica per proiettare il proprio potere in caso di necessità». [...]

 

Ha citato esplicitamente solo la Spagna, ma il riferimento era più ampio e riguarda anche quanto accaduto a fine marzo a Sigonella. Epic Fury è proseguita, ma il segretario ha ribadito che l'impedimento ha creato «costi e alcuni pericoli non necessari». Il messaggio è chiaro: perdurassero certi comportamenti verrebbe meno il vantaggio americano di posizionare asset e uomini nel Vecchio Continente.

 

DONALD TRUMP E GIORGIA MELONI

Questa settimana Trump ha annunciato il ritiro di 5 mila uomini dalla Germania. È una mossa che Rubio ha evitato di ricoprire di spunti polemici o etichettare come "ritorsione" per la riluttanza europea – e tedesca in primis – a seguire Trump sul sentiero di Teheran. «Era già programmata, i 5 mila uomini rappresentano il 14% del totale delle truppe in Germania e il numero torna ad essere quello del 2022». Ha sottolineato che la minaccia a bissare in Italia quanto avverrà in Germania, dipende da Trump.

 

Quel che Rubio ha rivendicato è una libertà di manovra statunitense perché le risorse servono altrove in un mondo mutato.

 

Altro tema su cui le divergenze sono evidenti è Hormuz. Il Dipartimento di Stato due settimane fa ha inviato un cablogramma a tutte le ambasciate per spingere i diplomatici a lavorare a una coalizione con i Paesi alleati per la gestione del braccio di mare all'ingresso del Golfo Persico.

 

marco rubio e giorgia meloni foto lapresse 4

A Giorgia Meloni il segretario di Stato ha ribadito la stessa domanda che altre cancellerie si sono sentite rivolgere: «Il mondo è pronto ad accettare il controllo iraniano di un corridoio di acque internazionali?».

 

Il timore Usa è che la risposta sia lenta e insufficiente e principalmente legata a «dichiarazioni verbose a sostegno della liberazione di Hormuz». Rubio invoca azioni concrete. Un test sulla risolutezza europea è nel sostegno alla bozza di risoluzione Onu che gli Usa hanno in Consiglio di Sicurezza. Si conteranno "nemici" e alleati anche lì. Così come nella concessione delle basi, e qui la frattura non pare del tutto ricomposta.

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