1. SE LA DESTRA LO SANTIFICA, DOPO I RENZIANI ANCHE IL PARTITO “REPUBBLICA” LO MENA 2. DA IDOLO A BOLLITO, IL BLOG DI GAD LERNER LO PURGA COSÌ: “DI FRONTE A SIMILI PENNELLATE DI NULLA, NON SI SA DAVVERO CHE DIRE, SE NON EVIDENZIARE LA SIMILITUDINE CON UNA PRODUZIONE MUSICALE ALTRETTANTO NOIOSA E SOPRAVVALUTATA” 3. ZUCCONI VIA TWITTER: “LEGGO L’AMICO DE GREGORI E RITROVO IL MIO MALE: VOGLIA DI SFANCULARE IL MONDO PERCHÉ NON È DIVENTATO COME LO VOLEVAMO NOI DA GIOVANI” 4. L’AMBIENTALISTA FIORILLO: “SE LA SINISTRA AVESSE IDOLATRATO LE BICI E SI FOSSE DAVVERO COMMOSSA PER LO SLOW FOOD QUESTO PAESE OGGI SAREBBE MOLTO PIÙ DI SINISTRA”

1 - DA IDOLO A BOLLITO DE GREGORI CRITICA E IL PD LO PURGA
Francesco Borgonovo per "Libero"

Fosse esplosa la donna cannone, si sarebbe creato meno scompiglio. Invece, sotto i colpi di Francesco De Gregori, è scoppiato il Pd. Ieri il cantautore ha rilasciato un'intervista al Corriere della Sera in cui, con una certa nonchalance, ha demolito almeno vent'anni di cultura progressista. Dopo aver dichiarato di aver votato «Monti alla Camerae Bersani al Senato», è partito in quarta.

Ecco la definizione di «sinistra italiana» secondo De Gregori: «È un arco cangiante che va dall'idolatria per le piste ciclabili a un sindacalismo vecchio stampo, novecentesco, a tratti incompatibile con la modernità. Che agita in continuazione i feticci del "politicamente corretto", una moda americana di trent'anni fa, e della "Costituzione più bella del mondo". Che si commuove per lo slow food e poi magari, "en passant", strizza l'occhio ai No Tav per provare a fare scouting con i grillini».

Tiè. In dieci righe ha polverizzato la Cgil, i radical chic di ogni ordine e grado (a partire dai signorini di Repubblica), Benigni e le sue tiritere in prima serata Rai, gli ecologisti e i tifosi della Suprema Carta. Quelli, per dire, che negli ultimi giorni hanno firmato il mortifero appello del Fatto Quotidiano per non cambiare la Costituzione, inclusi i Rodotà-tà-tà e i Celentani di passaggio.

Mancava solo che De Gregori entrasse col suv nel giardinetto di Barbara Spinelli e le triturasse tutte le rose. Oddio, il lamento dell'intellettuale di sinistra è un genere letterario molto praticato e di solito stucchevole. Il luminare di turno, contattato telefonicamente mentre sorbisce l'aperitivo sulla sua terrazza romana, si strappa i capelli frignando che «il partito si è allontanato dal popolo», «non conosciamo più i bisogni della base », «con questi dirigenti non vinceremo mai» e via lagnandosi. Nanni Moretti, d'altra parte, ha fatto scuola e ha addestrato un'intera generazione di indignati di professione. Pochi mesi fa è toccato perfino ad Antonello Venditti dire che «il Pd non ascolta i propri elettori».

Ma si trattava di un'impennata di grillismo. Il cantante se l'era presa perché il partito non si era accordato con i Cinquestelle ed era giunto al «suicidio» abbattendo «la candidatura di Prodi al Quirinale». Insomma, non era soddisfatto della linea. L'affondo di De Gregori è di tutt'altra pasta. Mette in discussione un'intera cultura, mina le basi del progressismo così come l'abbiamo conosciuto in questi anni, nella sua versione biologica e salottiera, per la serie: la rivoluzione è un pranzo a chilometro zero.

E non a caso i bersagli del cantautore - anche se mai citati direttamente - sono proprio i pensatoi della sinistra contemporanea, i giornali- partito che si fanno largo in edicola sventolando le manette e invocando la gogna per il Cavaliere. In sostanza, De Gregori sbriciola l'edificio antiberlusconiano costruito da Repubblica, il Fattoei loro baldanzosi adepti, quelli che in tempi non sospetti esibivano un tredicenne sul palco del Palasharp facendogli recitare filastrocche contro Silvio.

Venditti desiderava che le cinque stelle splendessero nel cielo della sua Roma Capoccia. De Gregori ringrazia «Dio che non si sia fatto un governo con Grillo». E poi si lancia a testa bassa a spezzare uno dei mantra progressisti più in voga, quello secondo cui le larghe intese sarebbero un tradimento. «Nutro un certo rispetto per il lavoro non facile di Letta e Alfano», spiega.

«Sono stufo del fatto che, appena si cerca un accordo su una riforma, subito da sinistra si gridi "all'in - ciucio", al tradimento. Basta con queste sciocchezze. Basta con l'ansia di non avere nemici a sinistra». Dopo aver letto queste righe, Marco Travaglio ha ammonticchiato sul balcone i cd di De Gregori e li ha arsi in una pira liberatoria, gridando come un ossesso: «Tanto a me è sempre piaciuto Battiato!».

Ma ce n'è anche per la corazzata di Ezio Mauro, quella che ha trasformato l'intercettazione in fiction. «Forse potevamo farci qualche domanda in meno su Noemi e qualcuna in più sull'Ilva di Taranto?», tuona De Gregori. «Pensare di eliminare Berlusconi per via giudiziaria credo sia stato il più grande errore di questa sinistra. Meglio sarebbe stato elaborare un progetto credibile di riforma della società e competere con lui su temi concreti, invece di gingillarsi a chiamarlo Caimano e coltivare l'osses - sione di vederlo in galera».

E qui Franco Cordero, appassionato inventore di soprannomi a sfondo zoologico, e Nanni Moretti hanno buttato tutti i canzonieri contenenti gli spartiti di Buonanotte fiorellino. Non è mica finita, eh. DeGregori avanza, altro che Rimmel, sembra Rommel su un cingolato: «Mi irrita sentir parlare di "regime berlusconiano". È una falsa rappresentazione, oltre che una mancanza di rispetto per gli oppositori di Castro o Putin che stanno in carcere».

Sono concetti che, fortunatamente, circolano anche presso altri. Non sono pochi le icone d'area che negli ultimi tempi hanno criticato l'impostazione forcaiola e manettare della sinistra. Qualche giorno fa, intervistato proprio da Repubblica, il grande vignettista Sergio Staino commentava: «La ricerca della giustizia condotta senza bontà l'ab - biamo già vista, purtroppo, nella storia della sinistra. Quanti inquisitori giusti e spietati, quanti Saint Just... Non è di sinistra essere l'accusatore pubblico che parla solo con gli atti giudiziari».

E poi: «Non bisogna essere ossessionati dal nemico». Speriamo che la redazione di Mauro legga il proprio giornale, potrebbe tornare utile. Persino Sabrina Ferilli, in tempi non sospetti, ha detto al Fatto: «Non godo per le disgrazie altrui, a livello umano Berlusconi ha la mia solidarietà ». E ha spiegato: un tempo credevo «che i buoni fossero tutti da un lato della strada e sull'altro sostassero soltanto i cattivi. Non lo penso più e credo che le idee siano più importanti delle ideologie».

Ma, invece di ruminare sulle riflessioni dei compagni di strada, la sinistra di terrazza e di manetta che fa? S'incazza. Alle punzecchiature di De Gregori, i più hanno risposto con una profonda argomentazione politica: «Sei un vecchio rincoglionito». Dieci parlamentari del Pd di rito renziano, ignoti ai più, si sono muniti di bacchettina: «Noi conserveremo l'intervista, la ricorderemo come un errore e una critica eccessiva, tenendo a mente che non è da un calcio di rigore sbagliato che si giudica un giocatore», hanno scritto in una letterina.

Che si concludeva con richiamo alla senilità: «Sono passati tanti anni, siamo invecchiati tutti, sicuramente lo siamo noi, manon possiamocredere che il nostro maestro sia invecchiato così male da dirci "Il verbo credere non dovrebbe appartenere alla politica"». Probabilmente, De Gregori è più giovane di tutti loro messi insieme. Idem Vittorio Zucconi di Repubblica, via Twitter: «Leggo l'amico (davvero) De Gregori e ritrovo il mio male: voglia di sfanculare il mondo perché non è diventato come lo volevamo noi da giovani».

E ridagli con l'anziano. PureGianni Riotta si è permesso un appunto: «Ottima l'in - tervista di De Gregori sulla sinistra snob: ma quanto bene avrebbe fatto dieci anni fa, oggi è troppo tardi temo».

Già, l'aves - se fatta dieci anni fa, magari ci saremmo risparmiati Riotta. Ma il più inferocito era Gad Lerner, che ha licenziato sul suo blog un'articolessa chilometrica, roba da stordire un bue muschiato. Si concludeva così: «Di fronte a simili pennellate di nulla, non si sa davvero che dire, se non evidenziare la similitudine con una produzione musicale altrettanto noiosa e sopravvalutata ». Che diagnosi, questi intellettuali. Dicono che De Gregori è vecchio, noioso e sopravvalutato. In pratica, uguale a loro.

2 - DE GREGORI, PER UNA SVOLTA A SINISTRA SERVE LA BICI
Alberto Fiorillo per "Espresso.it"


Premesso che i giudizi politici di personaggi come De Gregori, Parietti o D'Agostino m'appassionano meno della lettura delle previsioni del tempo in Oregon, credo sia giusto tentare di spiegare alla schiera di opinionisti che si sono tuffati a pesce sulle parole del cantautore che se la sinistra avesse davvero idolatrato le bici e si fosse davvero commossa per lo slow food questo Paese oggi sarebbe molto più di sinistra e - lo dico convinto di non esagerare - avrebbe anche più anticorpi per fronteggiare la crisi.
Tento di chiarire: trovo che ci sia una qualche simmetria tra slow food e slow city, tra la bici e il lardo di colonnata o il pistacchio di Bronte.

Negli anni Ottanta e all'inizio dei Novanta - in piena McDonaldizzazione - chi ragionava di prodotti tipici, di qualità e biodiversità agroalimentare era considerato snob, naif, un ingenuotto incapace di affrontare con adulta serietà i problemi più importanti e l'insieme dei rischi e delle occasioni legato alla globalizzazione. Anche Slow Food, al debutto, nell'immaginario collettivo era un'allegra combriccola di edonisti, gente con la pancetta e le gote arrossate dal vino, che aveva tempo e soldi da spendere in osteria e in costosi cibi di nicchia.

Eppure quella smania del mangiar bene, quella capacità di cogliere le opportunità offerte dalla tradizione per trasformarle in fattori di modernità, sostenibilità e sviluppo economico hanno avviato e sostenuto una trasformazione del modo di produrre e del modo di consumare.

Se oggi l'Italia del biologico da sola vale tre miliardi di euro (il 15% del fatturato europeo) e se un'organizzazione di categoria come Coldiretti (in passato arroccata nella difesa di pesticidi e fitofarmaci) adesso insiste su chilometro zero, filiera corta, valorizzazione della tipicità, agricoltura di qualità e sicurezza alimentare, il merito è anche di chi - dal Petrini di Slow Food al Realacci di Legambiente - ha avuto l'intuizione di portare il tema del lardo di Colonnata dal tavolo di un'osteria a quello delle decisioni politiche ed economiche.

A uno sguardo superficiale pure quello della ciclabilità urbana può apparire tema marginale e naif. In realtà analogamente alla riflessione sul mangiare meglio, anche il muoversi meglio sottende valutazioni e aspettative più articolate sulla necessità di ripensare le nostre città, il modo di attraversarle e di viverle. In altre parole: come il prodotto tipico degli anni Ottanta, la bici non è oggi relegata nello stretto recinto del gusto ("mi piace pedalare") e non è certamente nemmeno il veicolo fricchettone e alternativo: è una chiave di lettura e una proposta di cambiamento multidimensionale degli stili di vita, della sicurezza, dei livelli di inquinamento addirittura del modo di costruire e fagocitare suolo agricolo o naturale.

La bici, insomma, è un mezzo di trasporto e un mezzo di comunicazione, uno degli strumenti a disposizione dei cittadini, delle associazioni e degli amministratori pubblici per rendere più armonica e sostenibile la mobilità e nello stesso tempo è un media che, su strada, rende più evidenti i paradossi contemporanei della velocità (il veicolo teoricamente più lento si muove più rapidamente della celerissima auto), della trasformazione in non luoghi delle agorà (vie e piazze urbane sono ora destinate non più alla socialità e all'incontro ma allo scontro e alla conflittualità), dell'insicurezza che carica di rischio attività banalissime come l'andare quotidianamente a scuola, a fare la spesa, al lavoro (è nelle aree urbane che avvengono i tre quarti degli incidenti stradali), degli straordinari costi individuali e collettivi dell'ingorgo. Costi sociali, economici e sanitari.

E' come il prodotto tipico degli anni Ottanta, è la zucca che può trasformare l'immobilità attuale in mobilità nuova, diffondendo un sentimento di maggior cura di se stessi e della cosa pubblica, delle relazioni sociali, della nostra salute fisica e mentale e dei posti in cui viviamo.

D'accordo, fin qui è pura filosofia, chiacchiera. Ma si possono fare anche tanti esempi concreti. In Italia poche grandi imprese sono riuscite a espandersi in tempi di crisi. Eataly (che pur senza essere slow food a tutti gli effetti commercializza proprio quel modello) ha avuto un successo straordinario mentre tutto il settore alimentare interno ha visto una decisa contrazione delle vendite.

E la Germania, dove la sinistra (e anche la Cdu) hanno davvero idolatrato bici, piedi e trasporto pubblico ha una mobilità ampiamente non motorizzata e una fiorente industria dell'auto con operai ben pagati e sindacalmente tutelati. Da noi vale esattamente il contrario: ci si sposta solo in macchina, Fiat smobilita, Marchionne cerca in tutti i modi di fare tabula rasa della Fiom e delle corrette relazioni sindacali.

Queste considerazioni, più che a De Gregori le consegno alla sinistra che la bici e la ciclabilità la cantano solo a fini propagandistici, le rivolgo ai sindaci come Pisapia o De Magistris che in campagna elettorale hanno promesso di rigenerare completamente le proprie città e invece le stanno solo aggiustando un po', talvolta nemmeno troppo bene.

E le rivolgo anche ai decisori nazionali, visto che in un Parlamento composto da 1000 persone soltanto in 60 si sono accorti della necessità di modificare i limiti di velocità in ambito urbano a 30kmh (più slow appunto) per evitare migliaia di vittime di incidenti stradali e stimolare la ripresa del trasporto pubblico, della pedonalità e della ciclabilità. Come dire: a cantare sono tutti bravi, a fare invece...

 

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