È UNO SPORCO LAVORO, MA QUALCUNO DOVRÀ PUR FARLO

Marco Damilano per "La Repubblica"

Sulla scrivania del suo ufficio a Palazzo Vecchio, accanto alla stanza di Leone X, Matteo Renzi gioca con i pennarelli e sfoglia le foto dei cardinali in conclave. È reduce da una discussione in famiglia sul nuovo papa, il sindaco di Firenze, cattolico praticante, lo vorrebbe aperto sulle questioni etiche, un papa "rottamatore". Ma in politica depone la sua antica bandiera: «Rottamazione non comunica speranza. Ora è il momento di dire un'altra parola: lavoro. È meno sexy, ma incrocia la vita degli italiani. Insieme a una radicale riforma della politica». Renzi si butta a sinistra, in vista della futura corsa elettorale. Che il sindaco vede sempre più vicina.

Cosa rischia l'Italia in queste settimane?
«C'è un clima pericoloso. Da giorni discutiamo dei presidenti delle Camere, intanto lo spread con la Spagna si riduce, se la Pubblica amministrazione non paga i debiti ci saranno 300-500 mila disoccupati in più nei prossimi mesi. E la politica sottovaluta l'emergenza. La notizia della settimana è Bridgestone che chiude a Bari, non Grillo che chiude a Bersani. Si può fare con un mese di ritardo un governo che affronti la crisi. Oppure nominare in 48 ore un governo che vivacchia. Il punto è: un governo per fare cosa?».

Cosa metterebbe nell'agenda Renzi?
«Al primo posto, il lavoro. Ci sono tre milioni di disoccupati, il 40 per cento di giovani. Sto preparando un Job Act: un piano per il lavoro. Sarà innovativo. Noi ci siamo divisi tra la Cgil e Ichino e abbiamo dimenticato cose molto concrete: 20 mila cantieri fermi, lo 0,7 per cento del Pil, bloccati dal patto di stabilità, lo ricorda il presidente dell'Anci Graziano Del Rio. Investimenti sull'innovazione digitale, sull'agroalimentare, progetti per gli investitori stranieri. Al Job Act stanno lavorando imprenditori, docenti, manager, neo-parlamentari: un volume corposo, lo presenteremo tra aprile e maggio...».

Che caso: giusto in tempo per la campagna elettorale!
«Io spero che sia in tempo per un governo che queste cose le faccia. Partendo dalle esperienze di chi vive in queste realtà, non dal pensiero di un funzionario di partito chiuso in un centro studi che immagina come deve funzionare il mondo. La sfida del Pd è questa: essere il partito del lavoro».

Bersani ha fatto tutta la campagna elettorale sul lavoro. Risultato: i disoccupati ma anche gli operai hanno votato per Grillo.
«Non si vince con il programma, ma con la speranza. Molti dicono: al Pd è mancata la tecnologia di Grillo. Non è vero, è mancata la passione che una parte di quel mondo esprime. Abbiamo parlato molto di giaguari da smacchiare e poco di asili nido. Otto milioni di cittadini non hanno votato Grillo perché avevano letto il libro di Casaleggio sulla guerra mondiale, ma perché trasmette un cambiamento. E trovo singolare che il Pd non riesca a comunicare che i suoi nuovi parlamentari, giovani e donne, sono più interessanti del fenomeno di colore dei deputati di 5 Stelle. Sono quasi tutti bersaniani: perché non li valorizzano? Sono migliori del Pd che va in televisione».

Sul tentativo di Bersani di fare un governo lei si mostra più che scettico: è ancora l'uomo giusto per gestire questa fase?
«Prendo atto della strategia di Bersani di aprire a Grillo. Gli ho detto: in bocca al lupo, faccio il tifo per te. Ma mi sembra improbabile che ci riesca. O Grillo cambia idea o noi cambiamo strategia».

In che direzione?
«Ah no, le formule non mi riguardano. Faccia Bersani. Accanto al lavoro serve una riforma della politica che comprenda la nuova legge elettorale, la riduzione dei parlamentari, l'abolizione delle province e del finanziamento dei partiti».

Grillo chiede a Bersani di non accettare i rimborsi elettorali, in Rete gira l'apposito modulo: Bersani dovrebbe firmarlo?
«Più inseguiamo Grillo più gioca la sua partita. Bersani dovrebbe abolire il finanziamento, non firmare il foglio di Grillo che sarebbe un nuovo cedimento. Non servirà a fare la pace con Grillo, ma almeno faremo la pace con gli italiani. La mia proposta di abolizione aiuta Bersani...».

Per fortuna! Nel Pd la accusano di aver organizzato un dossier contro i dirigenti: stipendi, segreterie, emolumenti...
«L'unico dossier che sto preparando è il Job Act. Ci sono parole che mi fanno schifo. Le cose le dico in faccia, perfino troppo, mai alle spalle. Chi parla di dossieraggio tradisce le proprie usanze».

Altra accusa: Renzi è come Grillo, anche lui vuole nuove elezioni subito, vuole governare sulle macerie, gioca al sabotaggio...
«Ogni volta che dico qualcosa arrivano tonnellate di fango, il giornale del mio partito mi ha dato del fascistoide. Hanno anche detto che sono schiavo dei poteri forti e amico della finanza, io che sono uno scout di periferia cresciuto con le parole del cardinale Martini e che devo pagare un mutuo trentennale. Ho ingoiato tutto per dimostrare la mia lealtà a Bersani».

L'immagine più difficile da superare: Renzi il filo-berlusconiano, la quinta colonna del nemico, un corpo estraneo nel Pd.
«Penso di essere un corpo estraneo a questo gruppo dirigente del Pd. Ed è interesse di tutti che lo rimanga se vogliamo prendere voti anche fuori dal nostro elettorato. Non ho difficoltà con i volontari delle feste, nelle regioni rosse prendo più voti di tutti. Ho un problema con una parte di gruppo dirigente perché chiedo un cambio netto. Dopo le primarie ho rifiutato ogni compensazione, ho fatto la campagna elettorale girando per l'Italia a spese mie. Cos'altro dovevo fare?».

Potevano utilizzarla di più e meglio?
«Ho fatto tutto quello che mi hanno chiesto. Ma non avremmo vinto le elezioni con tre comizi in più di Renzi, ma forse se Bersani avesse promesso l'abolizione del finanziamento ai partiti e di tutti i vitalizi, come gli ho chiesto alle primarie, sì».

Alle elezioni ha "non-vinto" Bersani? O, come ha detto Alessandro Baricco, è finito un modello di partito. Va rottamato l'intero Pd?
«Il partito solido non si muove. È un partito fermo, in terra. Un partito in cui si fanno primarie dove il responsabile organizzazione Nico Stumpo, il mio serial killer di fiducia, come lo chiamo scherzando, chiede la giustificazione a Margherita Hack per votare. È un modello che non funziona. Io spero che le prossime primarie, si facciano tra un mese o tra un anno, siano davvero aperte. Senza scomodare Calvino, la leggerezza non è evanescenza, è la capacità di vivere tempi diversi rispetto al passato. Sono per un'Italia leggera, non posso pensare a un partito pesante. Io però non faccio politica per cambiare il partito, ma per cambiare il Paese».

Tra dieci giorni ci sarà un governo Bersani? Un governo del presidente? O torneremo a votare?
«Non mi sostituisco al capo dello Stato. Credo che sarà una legislatura breve, mi auguro che almeno si riesca a scrivere una buona legge elettorale. Il mio modello è il sindaco d'Italia. Solo da noi il vincitore è oggetto di interpretazione: se alla Sistina si votasse con il Porcellum sarebbero eletti in quattro. E ora a venti giorni dal voto stiamo per infilarci nel rito nobile delle consultazioni. Ci mettono meno a fare il papa che il presidente della Camera!».

Se alla fine salta tutto e si va alle elezioni Renzi si candida a premier o no?
«Pensavo di sì. Da quando ho letto che anche Fioroni mi appoggerebbe mi è venuto qualche dubbio...».

In tanti che fin qui l'hanno contrastata ora la invocano come il salvatore della patria.
«Mettiamola così: se ci fossero le condizioni ci starei. Nonostante Fioroni. E senza Fioroni».

 

CARRO ALLEGORICO MATTEO RENZIMATTEO RENZI CON LA MANO NELL'OCCHIOMATTEO RENZI IN BICIRENZI E BERSANI PDrenzi e bersani

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