FIELE E D’AMBROSIO: “QUANDO SCAGIONAI IL COMMISSARIO CALABRESI PER LA MORTE DELL’ANARCHICO PINELLI SCRISSERO CHE ERO FASCISTA, QUANDO RINVIAI A GIUDIZIO PER PIAZZA FONTANA MI RICUSARONO DICENDO CHE ERO SOCIALISTA”

Luigi Ferrarella per ‘Il Corriere della Sera'

«Per esattamente 45 anni, 6 mesi e 29 giorni in molti hanno cercato di fargli la festa e non ci sono riusciti»: il 28 novembre 2002 lo scherzoso invito dei suoi 80 pm milanesi, alla festa per il suo contemporaneo congedo a 72 anni da procuratore e da magistrato in pensione, coglieva due tratti veri e ricorrenti nell'esperienza di questo magistrato della provincia di Caserta che, da piazza Fontana a Mani pulite, ha rappresentato un pezzo di storia della magistratura.

Il primo è l'aver preso spesso decisioni controvento, nei confronti non solo del potere ma anche dell'opinione pubblica: «Quando depositai la sentenza sulla morte dell'anarchico Giuseppe Pinelli, dicendo che non vi era prova di un coinvolgimento del commissario Calabresi, scrissero che ero fascista; quando rinviai a giudizio Freda e Ventura per piazza Fontana, i difensori addirittura mi ricusarono sostenendo che ero socialista», ricordava spesso il magistrato. Al quale pure i più acerrimi critici riconoscevano l'onestà intellettuale del pm che, giusti o sbagliati che fossero giudicati i risultati del suo lavoro, di certo non se li era fatti dettare dalle sue notorie opzioni culturali di sinistra.

Così fu nelle conclusioni dell'inchiesta sulla caduta dell'anarchico Pinelli dalla Questura di Milano nel 1969, quando «l'animo della sinistra era rabbiosissimo, volevano assolutamente che la polizia fosse colpevole e che si concludesse per l'omicidio, ma tutte le risultanze lo escludevano»: convinzione mantenuta negli anni da D'Ambrosio, se mai lamentando che gli si rinfacciasse di continuo un'espressione («malore attivo») in realtà sintesi giornalistica di un passo della sua archiviazione («nel termine malore ricomprendiamo non solo il collasso che si manifesta con la lipotimia, risoluzione del tono muscolare e piegamento degli arti inferiori, ma anche con l'alterazione del "centro di equilibrio" cui non segue perdita del tono muscolare e cui spesso si accompagnano movimenti attivi e scoordinati (c. d. atti di difesa)».

E fu così anche in Mani pulite nell'estate 1993 quando l'allora pm Tiziana Parenti, nel 1994 poi eletta in Parlamento con Forza Italia, iscrisse nel registro degli indagati, senza informarne il pool, il tesoriere del Pds Marcello Stefanini per una specifica somma trasferita da un manager della «Ferruzzi» all'ex funzionario pds Primo Greganti, l'uomo del conto «Gabbietta»: somma che D'Ambrosio verificò però essere poi stata da Greganti non girata al Pds, ma usata per acquistare in nero un appartamento.

Il secondo tratto di D'Ambrosio, colto da quel biglietto di festa, era la combinazione di una umanità e reale disponibilità all'ascolto pari solo alla vitalità incredibile in un uomo che già 61enne aveva avuto nel 1991 un trapianto di cuore («non c'è momento in cui non pensi alla generosità immensa della sorella del donatore»).

Con quella energia che scherzando attribuiva alla «gioventù» del cuore trapiantatogli, D'Ambrosio fece tutta Mani pulite, della cui formazione storica Di Pietro-Colombo-Davigo fu nel 1992-1994 il coordinatore per volontà del procuratore Borrelli, affrontando le bufere dell'inchiesta su Bettino Craxi, poi delle prime indagini su Silvio Berlusconi, quindi l'affondo nel 1996 (era intanto arrivata dalla Sicilia il pm Ilda Boccassini) su un gruppo di magistrati romani corrotti. Procuratore di Milano nel 1999 dopo Borrelli e sino al 2002, dopo la pensione ebbe ancora voglia di impegnarsi pubblicamente, scrivendo il libro-manifesto «La giustizia ingiusta» (Rizzoli) e accettando di provare in politica: senatore del Democratici di sinistra e del Pd nelle legislature 2006 e 2008, esperienza che non l'aveva esaltato.

L'inverno scorso, in ospedale a Milano, nei momenti di disorientamento dovuti alla mascherina dell'ossigeno, dalla sua umanità affiorava talvolta un cruccio: il suicidio a San Vittore nel 1993 del presidente dell'Eni Gabriele Cagliari. Proprio D'Ambrosio, che di fronte alla scelta di morte di altri indagati (ma non detenuti) di Mani pulite aveva sempre combattuto le strumentalizzazioni degli avvoltoi, deve non aver mai del tutto sedato quel tarlo. Tanto da far tornare alla mente le sue parole il giorno in cui, nel 2000, a casa si era ucciso un noto medico indagato:

«Per rispetto vorrei tacere dinanzi a un cataclisma personale come un suicidio. Ma chi dice che si è ucciso perché sotto processo vuol dire che non dovremmo indagare sui potenti se fragili, ma solo su ladruncoli e spacciatori? Non si può fare, lo vieta l'articolo 3 della Costituzione, tutti uguali davanti alla legge. Provate a mettervi anche nei nostri panni: ormai, ogni volta che un pm inizia una indagine di qualche delicatezza, gli danno tutti addosso, e se poi si uccide un suo indagato è come se automaticamente fosse colpa sua... Ma che cosa dobbiamo fare? Prendere uno psicologo e chiedergli: "Senti, secondo te è fragile o su di lui posso indagare?"».

 

 

GERARDO DAMBROSIO CI PENSA pool mani puliteparenti tizianaLUIGI CALABRESI GIUSEPPE PINELLI

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