L’ANGELO CHE NON RIUSCÌ A VOLARE – FINI RICORDA IL SUO COMPAGNO DI SCUOLA RIZZOLI: ‘NON ERA ADATTO A FARE L’IMPRENDITORE, PER TUTTA LA VITA, DALLA GIOVINEZZA ALLA FINE, È STATO UN DISADATTATO’

Massimo Fini per "Il Fatto Quotidiano"

Ho conosciuto Angelo Rizzoli al ginnasio liceo Berchet di Milano. Avevamo 14 anni. Era grasso, con gli occhiali, "un quattrocchi" come si diceva allora, decisamente brutto. I compagni di classe, con l'incosciente crudeltà che è dell'adolescenza, lo avevano soprannominato "coscia rovente" perché camminando i pantaloni di vigogna, sfregandosi, sfrigolavano.

A quell'epoca il padre, Andrea, figlio di Angelo Rizzoli senior, il mitico fondatore della dinastia, era presidente del Milan. I compagni si facevano dare da Angelo i campi, le magliette, le scarpe bullonate. Ma non lo facevano giocare. Gli avevano affibbiato il ruolo di Direttore tecnico, ma in realtà la formazione la decideva il capitano della squadra, un bel ragazzo biondo che si chiamava Guerrero.

A casa non gli andava meglio. Aveva rapporti pessimi con la matrigna, la bellissima Ljuba Rosa, ex modella, seconda moglie di Andrea. «Se telefonavo a una ragazza, lei, con l'apparecchio centralizzato col quale controllava tutto, interrompeva la comunicazione e io, che già avevo delle difficoltà per conto mio, rimanevo lì come un bamba».

In quanto ad Andrea soffriva di un inguaribile "inferiority complex" nei confronti di suo padre che gli dava apertamente del "cretino" davanti ai dipendenti e scaricava le proprie frustrazioni sul figlio maggiore, Angelo appunto. Queste umiliazioni giovanili spiegano non solo molti lati del carattere di Angelo Rizzoli jr ma anche alcuni avvenimenti di cui in seguito sarà protagonista e, più spesso, vittima.

Nell'estate del 1960 incontrai Angelo a Ischia dove mio padre, direttore del Corriere Lombardo, era stato invitato, con altri giornalisti, dal vecchio Rizzoli che nell'isola possedeva un albergo, il Regina Isabella se non ricordo male. Aveva un comportamento strano, pur scontando le turbe di quell'età e le sue proprie. Si sussurrava che fosse malato. La sclerosi multipla aveva cominciato ad aggredirlo, anche se questa malattia, che può avere conseguenze terribili, è stata abbastanza clemente consentendogli di vivere a lungo lasciandogli in eredità solo una leggera, anche se evidente, zoppia.

I ragazzi Rizzoli, Angelo e il fratello minore Alberto, vennero mandati a lavorare in azienda, partendo dai gradini più bassi come era allora buona usanza della borghesia milanese. E non era un lavorare per modo di dire. «Un venerdì pomeriggio verso le quattro e mezza mi affaccio all'ufficio di mio nonno e gli dico: "Cumenda, lo chiamavamo così anche in famiglia, vado a Saint Moritz e vorrei partire ora perchè se lo faccio dopo trovo la coda". "Se tu credi di poter uscire dall'azienda un'ora prima degli altri, allora puoi anche non tornare lunedì».

Il peso del Corriere
Il vecchio Rizzoli morirà, pochi anni dopo, ultraottantenne, lasciando ai figli e ai nipoti, sul letto di morte, questa raccomandazione: «Non fate mai debiti con le banche». Il figlio, Andrea, nel 1974 commise il tragico errore di comprare il Corriere della Sera. E anche qui aleggia quell' "inferiority complex" che percorre tutta la saga dei Rizzoli.

Avere un grande quotidiano era stata un'ambizione coltivata a lungo da Angelo Rizzoli senior che aveva pubblicato solo riviste oltre che libri. Aveva anche fatto preparare un progetto, trovato un direttore, Gaetano Afeltra, un titolo e un sottotitolo, 'Oggi-il quotidiano di domani' (che campeggerà a lungo su quel bizzarro grattacielo orizzontale che è la sede Rizzoli «perchè così ci vogliono meno fattorini» racconta la leggenda) anche quando il progetto fu abbandonato. Perchè alla fine il vecchio Rizzoli decise di non farne nulla, giudicandolo troppo costoso e rischioso.

Con l'acquisto del Corriere Andrea, per la prima volta, superava suo padre. Ma i Rizzoli non erano attrezzati per un quotidiano politico di quella portata. Si erano sempre tenuti lontani dalla politica. In modo quasi grottesco. Mi ricordo che una volta ebbero bisogno di contattare Lama per arginare uno sciopero e finirono per affidarsi, non sapendo a chi altro rivolgersi, a un oscuro cronista della redazione romana dell'Europeo. Col Corriere si entrava in un altro girone.]

Andrea Rizzoli, dopo aver avuto un primo infarto quando era ancora vivo suo padre («Ma può capitare anche a me?» aveva chiesto, stupito, il vecchio al suo medico), si era gravemente ammalato di diabete e ritirato, con Ljuba Rosa, nella sua villa di Montecarlo. Adesso il capo era lui, Angelo Rizzoli junior a metà dei suoi trent'anni.

Nel frattempo però era entrato in Rizzoli (ora Rizzoli-Corriere della Sera), come direttore finanziario, il "lupo cattivo" Bruno Tassan Din, un oscuro manager che veniva dalla Fidenza Vetraria. In qualsiasi azienda fosse stato, Tassan Din aveva sempre utilizzato lo stesso metodo: farsi dare un ufficio il più possibile vicino a quello del Capo per carpirne i segreti e coglierne le debolezze. Ma in Fidenza c'era Cefis e il giochetto era durato poco, era stato cacciato a pedate nel sedere.

Era entrato in Rizzoli grazie alla P2 ed era diventato la "longa manus" di Gelli, Ortolani e Calvi, il presidente dell'Ambrosiano. Per lui fare un sol boccone del giovane Angelo Rizzoli che dietro l'apparente burbanza del padrone mascherava un carattere psicologicamente fragile e una sostanziale, quasi infantile, ingenuità, fu un gioco da ragazzi. Avendo capito uno dei punti deboli di Angelo gli faceva conoscere le ragazze.

La cosa curiosa è che Tassan Din (che io avevo conosciuto anni addietro al Casino di Campione vedendolo giocare con molta parsimonia i soldi suoi, sarebbe diventato molto disinvolto con quelli altrui) non aveva alcun giro di ragazze. Era uno "sfigato" come direbbe Max Pezzali. Si accreditava come amico di Rizzoli.

Arriva Tassan Din
L'ascesa di Tassan Din in Rizzoli fu fulminea. In breve tempo divenne Amministratore delegato e il vero padrone del Gruppo Rizzoli-Corriere anche se sempre come appendice della P2. E cominciò una politica dissennata di espansione. Col complice accordo dei sindacati comprava tutto: la Gazzetta dello Sport, l'Alto Adige, il Mattino di Napoli, il Piccolo di Trieste e persino TeleMalta.

E la Rizzoli già in rosso si indebitava sempre più. Allora interveniva il Banco Ambrosiano di Calvi, fingendo di aiutare Angelo, gli portava via altre quote dell'azienda. In pratica gli mettevano la testa sott'acqua, poi gliela tiravano fuori e gli dicevano: «Vedi come siamo buoni, ti abbiamo salvato».

Nell'azienda ormai rubavano tutti, dai manager ai grandi giornalisti che si facevano superpagare consulenze fasulle o del tutto inutili. E finì per rubare anche Angelo. A se stesso. E questo gli costerà l'accusa e la condanna del Tribunale di Milano per «aver distratto, occultato e dissipato» beni dell'azienda per 85 miliardi.

La Rizzoli va in Amministrazione controllata. La rileverà Gemina (Fiat) per un pugno di mosche. Nel 1983 Angelo finisce in carcere e vi resterà per 13 mesi. É uno choc. L'erede di una delle più prestigiose aziende milanesi che finisce in galera. Allora non si era ancora abituati.

Nei primi mesi gli resterà vicina la moglie, l'attrice Eleonora Giorgi sposata nel 1979 e che gli ha dato un figlio, Andrea, che oggi ha 33 anni. Lei ricorda ancora la data esatta del loro primo incontro, a una festa a Roma: 12 febbraio 1978. Problemi di dipendenza lei, per lui, anche se allora era al massimo del suo potere, la consueta insicurezza. «Parlammo tutta la notte. Fu l'incontro di due sofferenze, di due dolori». A dispetto delle solite malelingue (l'attrice che sposa il produttore cinematografico) fu una storia d'amore, anche se difficile perchè le personalità dei due erano molto diverse e diversi sarebbero stati i loro destini.

Nel 1983 muore anche il padre di Angelo, Andrea. Da anni era immobilizzato su un letto. E fu in quel periodo, con Andrea fuori gioco, che si consuma un altro dramma di questa saga familiare. Ljuba Rosa, fra una puntata e l'altra al Casino di Montecarlo , si mette con Raffaello Gelli, il figlio dell'uomo che aveva portato alla rovina la Rizzoli e i Rizzoli. Si chiudeva così perfettamente il cerchio di questa Dinasty italiana.

Ljuba era una donna di pochi scrupoli. Il caso volle che in una sera, anzi in una notte, del 1989 la incontrassi all'Hotel Principe di Savoia che è proprio di fianco a casa mia e dove andavo ogni tanto a bere il classico "bicchiere della staffa". Era ancora molto bella, ma era una donna disfatta. Dell'antica spavalderia non era rimasto nulla. Due anni prima la figlia che aveva avuto da Andrea, Isabella, 22 anni, si era suicidata buttandosi dal nono piano della casa dei Rizzoli a Montecarlo.

Anche se la conoscevo solo di vista lei cominciò a parlare a fiotti. Si sentiva tremendamente in colpa. «Sa» mi disse piangendo «quasi ogni giorno vedo mia figlia, la vedo fisicamente, che mi passa accanto e correndo va a buttarsi dalla finestra». Seduti fianco a fianco sui tabouret del bar del Principe rimanemmo a parlare fino all'alba. La drammatica morte di Isabellina fu un duro colpo anche per Angelo, Alberto e Annina, i tre figli di Andrea, che amavano molto quella loro sorellastra.

Finché sono stato all'Europeo mi sono ben guardato dall'avere contatti con Angelo. Ero un dipendente, non più l'antico compagno di scuola e non volevo che si creassero confusioni. Quando fu scarcerato gli feci una lunga intervista, che impegnò tre copertine dell'Europeo, nella sua casa di via del Gesù al cui ingresso c'era un piccolo pappagallo che accoglieva gli ospiti a parolacce, cosa che sembrava divertirlo molto.

Lo rividi solo nell'estate del 1988. Ero in vacanza all'Argentario e lui aveva affittato una casa ad Ansedonia, a pochi chilometri. Andai a trovarlo. Mentre i nostri due figli, Andrea e Matteo, che sono quasi coetanei, giocavano in giardino ci mettemmo a chiacchierare. Angelo era furioso con la Fiat e gli Agnelli che gli avevano comprato l'azienda per un tozzo di pane. Si lamentava anche della solitudine in cui era stato lasciato («Io sono caduto e la carovana va avanti senza voltarsi indietro»).

Aveva liquidato la casa di via del Gesù, ridotto il suo tenore di vita e si era trasferito a Roma. Ma nel complesso mi parve sereno. Anche fisicamente era cambiato. Era sempre grasso ma la maturità aveva reso il suo volto, incorniciato da una barba che cominciava a diventare bianca, più intenso scoprendo quella sensibilità che aveva sempre cercato di nascondere, almeno con gli estranei.

E forse da questo mood che nasce nel 1989 il suo rapporto con Melania De Nichilo che, sposata nel 1991, gli darà un po' di serenità e due figli, Arrigo e Alberto, che alla cerimonia funebre tenuta sabato a Milano apparivano, fra la poca gente presente (nessun fotografo, pochissimi giornalisti), particolarmente smarriti. Nei primi anni '90 c'è anche il ritorno di Angelo sulla scena pubblica come produttore cinematografico con l'aiuto generoso e determinante di Silvio Berlusconi.

Poi il nuovo arresto per bancarotta fraudolenta, la ricaduta nei vecchi vizi, nei vecchi errori, nelle vecchie ingenuità. Il fatto è che Angelo Rizzoli junior non era attrezzato per fare l'imprenditore, per governare un colosso come il Corriere (avrebbe fatto meglio Alberto, più solido, che però preferì defilarsi al momento giusto, prima della catastrofe definitiva). Che non fosse abile come imprenditore me lo ammise una volta lui stesso, con molta autoironia: «Il manager è quello che dovendo fare una galleria e potendo scegliere fra sette colline decide qual è quella giusta. L'ho fatto anch'io. Solo che ho scelto quella sbagliata».

Ha commesso molti errori e anche qualche malefatta. Ma non era uno squalo e non era stato educato a esserlo. Era il figlio di una borghesia decente scomparsa da tempo. Lo stesso ammonimento del nonno: «Mi raccomando non fate mai debiti con le banche» da una parte era preveggente ma dall'altra completamente fuori dal tempo. Il quotidiano La Repubblica l'ha trattato con disprezzo. Io mi limito a dire che per tutta la vita, dalla giovinezza alla fine, è stato un disadattato.

 

MELANIA E ANGELO RIZZOLI ANGELO RIZZOLI Figli di Angelo Rizzoli RIZZOLI RIZZOLI E GIORGI giorgi int x arresto angelo rizzoli tn ALBERTO E ANGELO RIZZOLI ANGELO RIZZOLI images ANGELO RIZZOLI FELLINI E MASTROIANNI ANGELO CON IL PADRE ANDREA E IL NONNO ANGELO republic L'ARRESTO DI ANGELO RIZZOLI NEL 1983

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