DAI FORCONI AI FORCHETTONI - LA FINOCCHIARO ANNUNCIA IL RINVIO AL 2014 DELLA LEGGE CHE DOVREBBE ABOLIRE IL FINANZIAMENTO PUBBLICO AI PARTITI - E GRILLO INCALZA RENZI….

Marco Palombi per "Il Fatto Quotidiano"

La commissione Affari costituzionali di Palazzo Madama è un po' come la "Orient", la nave di La linea d'ombra di Conrad: uno ci sale, comincia il viaggio e poi si ritrova perso in una bonaccia senza fine.

La nuova legge elettorale, per dire, è in mare da tempo e in porto non l'aspettano neanche più, la riforma del finanziamento pubblico ai partiti nemmeno si sa dove sia. Il capitano della nave, che poi sarebbe Anna Finocchiaro, serena certifica sul diario di bordo ogni rinvio, ogni slittamento, ogni ritardo. Solo che ieri la faccenda s'è fatta più complicata e imbarazzante.

Il buon Enrico Letta, tra le molte promesse riversate sui parlamentari per farsi dare la fiducia, ha messo anche quella dell'abolizione del finanziamento pubblico alla politica entro il 2013, questione peraltro resa spinosa dall'eccezione di costituzionalità sul tema sollevata dalla Corte dei Conti a fine novembre (tutte le leggi da vent'anni in qua hanno violato il referendum del 1993, sostengono le toghe): "Troppo tempo è passato - ha scandito il premier - Confermo la volontà di concludere il processo per abolire il finanziamento ai partiti entro l'anno con tutti gli strumenti a disposizione".

Chiaro, conciso, determinato. Peccato che il Senato non abbia iniziato nemmeno l'esame del ddl in commissione e si sia ormai a dicembre inoltrato. Molto opportunamente, dunque, l'Ansa ha interpellato Finocchiaro. Sorpresa: niente abolizione entro l'anno. "Non credo che si riuscirà ad approvarla in Aula nel 2013", ha messo a verbale il capitano della "Orient". E sì che la legge che abolisce - nel 2017 - il finanziamento pubblico ai partiti sostituendolo con le contribuzioni volontarie venne approvata dal Consiglio dei ministri il 31 maggio scorso.

La Camera, che ha esaminato per prima il ddl, l'ha tenuto tra le sue amorevoli braccia per quasi cinque mesi, licenziandolo il 16 ottobre. Due giorni dopo, cioè quasi due mesi fa, il testo arrivava nella commissione Affari costituzionali del Senato e, da allora, stazionava placido in quella sede: Palazzo Madama, infatti, non ha iniziato nemmeno l'esame preliminare. "Mercoledì prossimo ci sarà la relazione del senatore Pizzetti in commissione", promette Finocchiaro: "Faremo di tutto" per un'approvazione rapida, "ma non credo che si arriverà al sì definitivo entro l'anno". Ma perché questo ritardo? "Siamo stati impegnati in una sessione di bilancio molto lunga" e comunque prima di Natale "bisognerà approvare la legge di stabilità in terza lettura". Insomma, se ne riparla a gennaio inoltrato per il Senato e se ci saranno modifiche, come probabile, si tornerà di nuovo alla Camera.

E qui si torna alle promesse di Letta. Quando il premier dice che userà "tutti gli strumenti a disposizione", infatti, si riferisce al possibile varo di un decreto che mandi immediatamente in vigore la legge. Minaccia un po' spuntata visto che l'ha già utilizzata più volte, la prima addirittura prima ancora di approvare il ddl. Era il 25 maggio, 202 giorni fa: "Se dopo l'estate il Parlamento non avrà approvato un testo, per sbloccarlo siamo pronti a intervenire con decreto".

La via dell'intervento di forza, comunque, presenta diversa problemi. Il primo è, per così dire, procedurale: non sono chiari i requisiti di "necessità e urgenza" necessari per firmare un decreto secondo la Costituzione. Il secondo è di ordine politico: un intervento così invasivo sul lavoro del Parlamento - e su un tema così delicato - metterebbe la vita del governo a forte rischio. Ugo Sposetti, ormai quasi solitario cantore del finanziamento pubblico nel Pd, lo ha ripetuto ancora ieri: "L'ho detto tante volte: questo ddl è un errore e lisciando il pelo al populismo non si va da nessuna parte. Se poi il presidente del Consiglio pensa si possa fare un decreto , rispondo che non vedo l'urgenza".

Anche gli stessi renziani - che pure appoggiano il testo - sostengono di non vedere di buon occhio un decreto. Il problema è che un ritardo ulteriore nell'approvazione della nuova legge avrebbe anche effetti finanziari: la riforma, infatti, arriva all'abolizione definitiva del finanziamento pubblico decurtando progressivamente per il prossimo triennio l'attuale fondo da 91 milioni l'anno. Nel 2014, in buona sostanza, i partiti dovrebbero ricevere il 40 per cento in meno di quest'anno: in soldi fa 54,6 milioni di euro nelle solite due rate.

Se però, la legge non sarà approvata subito, almeno la prima rata rischia di essere piena: 46 milioni nei primi mesi dell'anno prossimo invece dei previsti 27,3 milioni. Tradotto: l'eventuale slittamento di qualche mese della legge consentirà ai partiti di intascare 18 milioni e mezzo più del dovuto, al lordo però della quota del Movimento 5 Stelle, che ha deciso di non ricevere comunque fondi pubblici.

Insomma, l'arrivo di Renzi non sembra aver modificato di molto la situazione. Beppe Grillo ieri l'ha incalzato: "Rinunci ai finanziamenti pubblici. È sufficiente una firma. La lettera l'ho preparata io". La risposta del sindaco è arrivata su Twitter: "Caro Beppe, ti rispondo nei prossimi giorni con una sorpresina".

 

PORCELLUM FINOCCHIARO YALTA CON BERLUSCONI RENZI GRILLO grillo RENZI SOLDI AI PARTITIUgo Sposetti

Ultimi Dagoreport

gian marco chiocci giorgia meloni palazzo chigi

DAGOREPORT: ‘STA RIFORMA NON SERVE A UN CAZZO –  LE MODIFICHE ALLA GOVERNANCE DELLA RAI, IMPOSTE DALL’UE, AVREBBERO DOVUTO ESSERE OPERATIVE ENTRO GIUGNO. E INVECE, IL GOVERNO SE NE FOTTE – SE IERI PALAZZO CHIGI SOGNAVA UNA RIFORMA “AGGRESSIVA”, CON L’OBIETTIVO DI “MILITARIZZARE” VIALE MAZZINI IN VISTA DELLE ELEZIONI DEL 2027, L’ESITO DISASTROSO DEL REFERENDUM SULLA GIUSTIZIA HA COSTRETTO LA “FIAMMA TRAGICA” DI MELONI A RICONSIDERARE L’EFFICACIA DI RAI E MEDIASET – SOLO IL TG1 DI CHIOCCI FUNZIONA COME STRUMENTO DI PROPAGANDA: GLI ALTRI NON SONO DETERMINANTI, O PERCHÉ NON LI VEDE NESSUNO (RAINEWS) O PERCHÉ NON CONTROLLABILI (IL TG5-AFTER-MARINA, MA ANCHE TG2 E TG3) - INOLTRE, È IL “MODELLO” STESSO DEL TELEGIORNALE A ESSERE ORMAI OBSOLETO, QUANDO SI HA IN TASCA UN TELEFONINO SPARA-SOCIAL O UN COMPUTER SUL TAVOLO CHE INFORMA IN TEMPO REALE...

giorgia meloni riforma legge elettorale stabilicum

DAGOREPORT: ‘STA RIFORMA ELETTORALE, DITEMI A CHI CAZZO CONVIENE? – LA MELONA AZZOPPATA DAL REFERENDUM SAREBBE PRONTA A RITOCCARE IN BASSO L'ABNORME PREMIO DI MAGGIORANZA DELLO “STABILICUM” PUR DI FAR CONVERGERE IL SI' DELL’OPPOSIZIONE – MA LA FU DUCETTA HA DAVANTI DUE OSTACOLI: NON È SICURA DEI VOTI, A SCRUTINIO SEGRETO, DI LEGA E DI FORZA ITALIA CHE TEMONO UN TRAPPOLONE SUI SEGGI - IL SECONDO PROBLEMA SERPEGGIA IN FDI: IN CASO DI SCONFITTA, MOLTI DI LORO RISCHIANO DI FINIRE TROMBATI PROPRIO A CAUSA DEL PREMIO DI MAGGIORANZA – A SINISTRA, SE IL M5S E' ABBASTANZA FAVOREVOLE ALLA RIFORMA, IL DUPLEX PD-AVS E' DI AVVISO CONTRARIO (IL SOLITO ''DIVIDI E PERDI'', NON CONOSCENDO LA REGOLA DI OGNI COALIZIONE DI SUCCESSO: “PRIMA SI PORTA A CASA IL POTERE, POI SI REGOLANO I CONTI”)

beatrice venezi

DAGOREPORT! UNA NOTTE CON "BEATROCE" VENEZI: LA "FU BACCHETTA NERA" RICICCIA NEL RUOLO DI PRESENTATRICE DEL PROGRAMMA DI ''SKY ARTE", “RINASCIMENTI SEGRETI” - NON STIAMO SCHERZANDO, MEGLIO DI UNA DILETTA LEOTTA, LA VENEZI, CHIODO DI PELLE NERA E PANTA ADERENTI, RIPRESA PIÙ DA DIETRO CHE DA DAVANTI, HA VOCE SUADENTE, LEGGE IL GOBBO CON CAPACITÀ E GUARDA IL TELESPETTATORE CON UNA CERTA INNATA MALIZIA - ALLA VENEZI ANDREBBE AFFIDATO UN PROGRAMMA PER LA DIVULGAZIONE DELLA MUSICA CLASSICA, NON LA FENICE! SAREBBE DI AIUTO PER LA SOLITA TIRITERA DI “AVVICINARE I GIOVANI ALLA MUSICA CLASSICA”. L’AMICHETTISMO FA SCHIFO, MA SE INOLTRE GLI AMICI LI METTI FUORI POSTO, DALLA BACCHETTA AL PENNELLO… - VIDEO

buttafuoco giuli arianna giorgia meloni emanuele merlino elena proietti fazzolari

DAGOREPORT - UTERINO COM'È, GIULI NON HA RETTO ALL'ELEVAZIONE DI BUTTAFUOCO A NUOVO IDOLO DELLA SINISTRA LIBERALE E DELLA DESTRA RADICALE: VUOLE ANCHE LUI DIVENTARE LO ‘’STUPOR MUNDI’’ E PIETRA DELLO SCANDALO. E PER DIMOSTRARE DI ESSERE LIBERO DAL ‘’CENTRO DI SMISTAMENTO DI PALAZZO CHIGI’’, HA SFANCULATO IL SUO “MINISTRO-OMBRA”, IL FAZZO-BOY MERLINO – IL CASO GIULI NON È SOLO L’ENNESIMO ATTO DEL CREPUSCOLO DEL MELONISMO-AFTER-REFERENDUM: È IL RISULTATO DEL FALLIMENTO DI RIMPIAZZARE LA MANCANZA DI UNA CLASSE DIRIGENTE CAPACE CON LA FEDELTÀ DEI CAMERATI, FINO A TOCCARE IL CLIMAX DEL FAMILISMO METTENDO A CAPO DEL PARTITO LA SORELLINA ARIANNA, LA CUI GESTIONE IN VIA DELLA SCROFA HA SGRANATO UN ROSARIO DI DISASTRI, GAFFE, RIPICCHE, NON AZZECCANDO MAI UNA NOMINA (MICHETTI, TAGLIAFERRI, GHIGLIA,  SANGIULIANO, CACCIAMANI, DI FOGGIA, MESSINA, ETC) - FINIRÀ COSI': L'ALESSANDRO MIGNON DELL'EGEMONIA CULTURALE SCRIVERÀ UN ALTRO LIBRO: DOPO “IL PASSO DELLE OCHE”, ‘’IL PASSO DEI CAPPONI’’ (UN POLLAIO DI CUI FA PARTE...)

nigel farage keir starmer elly schlein giuseppe conte

DAGOREPORT – “TAFAZZISMO” BRITISH”! A LONDRA, COME A ROMA, LA SINISTRA È CAPACE SOLO DI DARSI LE MARTELLATE SULLE PALLE: A FAR PROSPERARE QUEL DISTURBATO MENTALE DI FARAGE  È LA SPACCATURA DELLE FORZE “DI SISTEMA”, CHE NON RIESCONO A FARE ASSE E FERMARE I SOVRANISTI “FISH AND CHIPS” - È MORTO E SEPOLTO IL BIPARTITISMO DI IERI E LA FRAMMENTAZIONE È TOTALE, TRA VERDI, LIB-LAB, LABOUR, TORY E CORNUTI DI NUOVO E VECCHIO CONIO – IL CASO MELONI INSEGNA: NEL 2022, LA DUCETTA VINSE SOLO PERCHÉ IL CENTROSINISTRA SI PRESENTÒ DIVISO, PER MERITO DI QUEI GENI DI ENRICO LETTA E DI GIUSEPPE CONTE – APPUNTI PER FRANCIA E GERMANIA, DOVE SI SCALDANO LE PEN E AFD (E L’EUROPA TREMA…)