LA FIOM NON ROTTAMA RENZI - LO STRANO ASSE TRA IL SINDACO E LANDINI, CHE VUOLE SFIDARE LA CAMUSSO FACENDO LE PRIMARIE CGIL

Claudio Cerasa per il Foglio

Da Stefano Fassina a Susanna Camusso. Da Raffaele Bonanni a Matteo Orfini. Da Maurizio Landini a László Andor. Da Repubblica alla Stampa. Dall'Unità al Corriere della Sera. A voler osservare con un briciolo di curiosità le reazioni suscitate dal piano sul lavoro presentato tre giorni fa da Matteo Renzi, il capitolo più significativo riguarda senza dubbio il nuovo e particolare rapporto che si intravede all'orizzonte tra il segretario del Pd e il mondo sindacale.

La storia è curiosa. Il sindaco di Firenze, ricorderete, è stato eletto alla guida del Pd promettendo grandi battaglie contro i sindacati confederali: "Noi non ci faremo dettare l'agenda dalla Cgil", e invece, sorprendentemente, alla prima occasione di confronto con i sindacati, beh, di sangue sul terreno se ne è visto scorrere poco. E da Landini, capo della Fiom, alla Camusso, capo della Cgil, a Cesare Damiano, capo del fronte sindacale del Pd, a Raffaele Bonanni, capo della Cisl, è tutto un bravo Matteo, si può fare di meglio, ma la strada è quella giusta.

Se la proposta rivoluzionaria di Renzi ha avuto l'effetto di compattare il fronte sindacale le ragioni possono essere due: o il segretario del Pd, contravvenendo alla sua promessa elettorale, su alcuni punti si è fatto dettare l'agenda dai sindacati; oppure i sindacati, perdendosi nelle varie promesse-act comprese nel piano del segretario, sono caduti in un grande tranello.

La verità, come spesso capita, si trova nel mezzo e per capire qualcosa di più sul non detto del piano renziano sul lavoro abbiamo incontrato il responsabile del Welfare del Pd, Davide Faraone, e abbiamo provato ad affrontare con lui alcuni punti del dossier. Faraone ammette che non nominare mai l'espressione articolo 18 è stata una scelta voluta, "fatta cioè per evitare di innescare una reazione ideologica nei nostri confronti", ma sostiene che tra le righe del piano esiste una sfida lanciata dal Pd alla Cgil. O forse più di una. Vediamo.

"Mi fa piacere - dice Faraone - che i sindacati siano disposti a confrontarsi sull'introduzione nel nostro paese di un modello simil-scandinavo. Fino a qualche tempo fa non sarebbe stato possibile ma ora mi pare stia cambiando qualcosa anche da quelle parti. Bene. Noi, come abbiamo promesso in campagna elettorale, siamo intenzionati a smontare un vecchio modello di welfare impostato tutto sulla triade scuola-lavoro-pensioni. E da questo punto di vista sarà interessante capire cosa dirà la Cgil nel momento in cui metteremo mano alla questione degli ammortizzatori sociali. La vera sfida sarà qui".

In che senso? "Quando ci chiedono dove troverete le risorse per le coperture destinate all'assegno universale, la risposta è che le troveremo anche andando a razionalizzare i troppi sprechi che ci sono stati in questi anni sugli ammortizzatori. Penso soprattutto alla cassa integrazione in deroga e a quelle situazioni surreali in cui esistono aziende dove le ore di cassa integrazione sono superiori a quelle lavorate, e dove i sussidi si sono trasformati in una droga. Per quanto riguarda la questione della concertazione ha ragione chi come Pietro Ichino dice che ci siamo dati più mesi del previsto per approvare il codice semplificato. Ma all'interno di questo percorso abbiamo intenzione di rottamare una vecchia idea di concertazione: si parla con tutti ma i tempi della discussione sono stabiliti e alla fine decidiamo noi".

Si parla con tutti ma soprattutto con una persona che di nome si chiama Maurizio e di cognome Landini.

Nel rapporto con il sindacato più che le relazioni con la Cgil ciò che incuriosisce è infatti il rapporto privilegiato adottato da Renzi con la Fiom. A dicembre Landini, che giovedì da Santoro ha mandato molti e teneri messaggi d'amore al segretario, aveva lanciato una sfida: "Se Renzi vuole fare una cosa che consenta ai lavoratori di cambiare il sindacato, allora faccia una legge sulla rappresentanza".

Detto fatto: Renzi ha inserito la proposta, il segretario ha chiesto ai suoi di puntare sul tema e la scelta di inserire una legge di rappresentanza (legge che va oltre l'accordo interconfederale del 31 marzo 2013 e controfirmato ieri da Confindustria, Cgil, Cisl e Uil, con una tempistica sospetta, che suona quasi come una sfida a Renzi) deriva dal legame speciale nato tra il sindaco e il capo della Fiom. Un legame nato il 29 novembre 2013 nello studio tv di Santoro, che si è andato a consolidare nei mesi (Renzi e Landini, chiedere per credere ai rispettivi staff, si sentono praticamente ogni giorno) e che ha come obiettivo anche quello di rottamare l'attuale dirigenza della Cgil.

Il mandato della Camusso scade a maggio, Landini, cavalcando il "rinnovamento", vorrebbe sfidare il segretario, e i renziani osservano con interesse i movimenti nel mondo sindacale. Lo stesso Faraone arriva a lanciare una proposta significativa: "Il Pd intende promuovere un rinnovamento anche nel mondo del sindacato e a nostro avviso uno dei modi migliori per portare il sindacato al passo con i tempi è suggerire in quell'universo un sistema simile a quello con cui si eleggono i segretari Pd: le primarie". Proprio come vuole Landini. La sintonia con il capo della Fiom, infine, è buona anche per quanto riguarda il tipo di contratto proposto da Renzi.

Faraone riconosce che il modello è distante da quello suggerito da Ichino e spiega che il contratto che ha in testa il Pd è a metà tra la proposta Madia-Damiano e la Boeri-Garibaldi. La legge, che dovrebbe essere diversa da quelle proposta dal sindaco nelle prime Leopolde, piace a Landini. E lo stesso capo della Fiom, da mesi, ripete che il contratto unico è una priorità della Fiom.

Dunque, alla fine della nostra indagine, si può dire che mentre sono evidenti le sintonie con la Fiom sono meno evidenti le rupture che il Pd intende realizzare con la sinistra ultra sindacale. Ci sono alcune promesse e alcune buone intenzioni ma anche Renzi sa che il 16 gennaio, quando porterà il suo piano del lavoro in direzione, per segnare un punto sarà necessario, come dicono nel Pd gli ultrà del renzismo, che i sindacati, nel loro piccolo, si incazzino almeno un po'.

 

 

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