1. GOVERNO NAPO-LETTA-ALFANO: LE VENDETTE DI UNA VITA ASSAPORATE ALLE 5 DELLA SERA 2. D'ALEMA AI GIARDINETTI A RACCOGLIERE LA CACCA DEL CANE. BERSANI IBERNATO CON UN BOCCALE DI BIRRA. VELTRONI NON PERVENUTO. ROSPY BINDI NEMMENO IN PANCHINA. FINOCCHIARO A MONTARE LIBRERIE IKEA. AMATO A STIRARE GREMBIULINI. BRUNETTA CHE PARLA DA SOLO. MONTI E CASINI SCIOLTI E SENZA COLLARE PRONTI PER IL CANILE DEL CAINANO. VIETTI IN SOFFITTA. PRODI COSTRETTO A GIRARE IN BICI SUGLI APPENNINI IN ETERNO 3. E LE BANANA-GIRLS CARFAGNA & BERNINI? POVERINE, DOPO AVER SOGNATO PALAZZO CHIGI, ECCOLE MESTE IN FILA COME PECORELLE PER STRAPPARE UN INCARICO DI SOTTOSEGRETARIO, ROSICANTI DAVANTI ALLO SCRANNO DI MINISTRI DELL’”INFERMIERA” BEATROCE LORENZIN E DI NUNZIA DI GIROLAMO (BRACCIA CHE RITORNANO ALL’AGRICOLTURA)

1. GLI ESODATI DEL POTERE
Filippo Ceccarelli per La Repubblica

E adesso, poveri uomini? Per favore, non chiamateli "trombati" perché non lo sono: è un dramma più serio, forse un passaggio che per una volta non riguarda più solo loro.
Tra rabbia e malinconia, emicrania, nausea e rassegnazione, magari anche sollievo, e comunque indifferenza, vuoi simulata che dissimulata, un'intera classe dirigente resta esclusa dal potere nel repulisti non solo generazionale del governo Letta.

Ex presidenti del Consiglio come Monti e D'Alema; ex presidenti della Camera come Violante o del Senato come Schifani; e Brunetta, vittime designata dell'ordalia toto-ministeriale; e Cicchitto, che un po' ci sperava, e Finocchiaro, che si poteva, si doveva risarcire, e chissà quanti altri di cui non si aveva nozione, né mai se ne avrà, a questo punto.

Niente, il treno ormai è passato, i veti hanno svolto il loro compito, la crudele roulette dell'assegnazione delle cariche ha imbastito i suoi nuovi giochi, non c'è politico avveduto che non capisca che una fase, più che chiudersi, s'è drammaticamente consumata; ed è tutto un ciclo di speranze e ricordi, una generazione di cinquanta e sessantenni, una scuola di politica, uno stile, un'abitudine e una prosopopea, pure lei, per forza di cose, che in ogni caso stanno per depositarsi nell'umile serbatoio degli archivi, o banche dati elettroniche che siano.

Giuliano Amato manca stavolta un traguardo eccezionale, all'altezza di Andreotti. Prima avversario e poi prescelto da Craxi per assisterlo come sottosegretario a Palazzo Chigi tra il 1983 e il 1987; chiamato a governare in prima persona e in veste semi-tecnica mentre crollava la Prima Repubblica, 1992; quindi richiamato alla testa di un governo di fine legislatura per mettere una pezza alle lacerazioni del centrosinistra nel nuovo millennio.

Nel frattempo, "puntuale Jack in the box nelle curatele fallimentari governative" (Franco Cordero) s'era girato i ministeri chiave, dal Tesoro all' Interno, come se possedesse, meglio di chiunque altro, la più impeccabile Grazia di Stato. Per un intenditore, per un collezionista non si dirà qui 'di poltrone' come il Dottor Sottile, tornare come tutor del giovane Letta sarebbe stata piuttosto una gloria da dedicare alla sua stessa biografia, prima che alle sue indubbie capacità.

Ma così è la vita: incredibile, però in questi casi peggio che vera. 'No, guarda, c'è un problema, cerca di capire', gli avranno detto: in questi casi chi è dentro sa inventare mille scuse, perfino plausibili, per levarsi il pensiero.

Chi è fuori, di solito, a sua volta ha già compiuto la triste incombenza ai danni di qualcun altro, con il che tutto torna, in fondo, ma alla fine è lo zero che si prende il banco.
O il posto migliore - per rimanere alla indispensabile materialità del comando. Perciò di D'Alema, così strenuo e tignoso combattente da attirarsi ostilità gratuite, se non addirittura vane, si tramanda un motto, chissà da chi preso in prestito (Churchill? Napoleone?) che un pochino aiuta a capire il suo approccio in quest'ultima distribuzione di ministeri: 'Il capotavola è dove siedo io'.

Nessuno nega che sia stato un buon titolare degli Esteri, e lì infatti l'accreditavano a tutto spiano. Viaggi, missioni, reti di relazioni, la diplomazia come la quintessenza del grande gioco sulla più vasta scacchiera del mondo. Addio.

Addio pure a Monti - e perdoni Manzoni il corrivo escamotage da quinta ginnasio! - che comunque al momento ha fatto quello che doveva per poi esagerare, mosso da da non si capisce bene che, e dall'indispensabile alterigia professorale è caduto sui cagnolini elettorali, i brindisi a birra, i Pulcinella in braccio, i "sugnu siciliano", ma per cortesia, e quanto è triste il passo di chi, cresciuto nella sobrietà, se ne allontana, addio.

Del resto Schifani, che nell'altro campo ambiva a un peso degno del suo precedente, non dirà mai: 'Non mi meritavano'. Però tutto adesso si fa lo stesso più difficile per lui. Nel Pdl, agli occhi di Berlusconi e soprattutto in Sicilia, dove il potere si pesa più che altrove, e una mancata poltrona attira bisbigli, occhiate compassionevoli, addirittura ipocrite condoglianze. Resta, è vero, "semplice" presidente dei senatori, sia pure con un ampio e magnifico ufficio all'ultimo piano di Palazzo Giustiniani, con uso terrazza. Ma in questo genere di faccende non c'è premio di consolazione.

Nemmeno per Luciano Violante, che da bestia nera del Cavaliere nell'arco di un ventennio aveva finito per assomigliare a un potenziale alleato, meglio di tanti altri, e le cui quotazioni si erano alzate fino a segnalarsi come un Saggio con tanto di bollo del Quirinale. Ma anche lui, più che la sua storia politica o le singole posizioni, paga qualcosa di più vasto e sfuggente, una stanchezza nel pubblico, un logoramento che si fa strada proprio nel momento in cui partono esigenze di novità - che sia una moda gattopardesca o un fenomeno più profondo è presto per dire.

E sarà anche perché le cose si sono messe davvero male, ma nessuno di loro, né D'Alema, né Amato, né Violante, né Monti, né Schifani, né Finocchiaro, troppo presente ieri e troppo risentita oggi, riesce più a tranquillizzare se non i loro più accesi fan. E si rende conto Brunetta, e un po' anche Cicchitto, dell'usura che crea ormai il loro impeto tele- gladiatorio? Gli dice niente il risuonare di un aggettivo improvvisamente contagioso e sintomatico: "divisivo".

Sembra che sia lo stesso potere a chiedere di mutare volto: non vuole più mostrarsi senile e insieme bambinesco, ostentato e furbetto, aggressivo e al tempo stesso buffone. Sembra d'avvertire in giro un'ansia di dignità, che vuol dire tutto e niente. Però se qualcuno ogni tanto resta a casa, pazienza. Magari per tanti di loro sarà anche una vita migliore, né per gli altri mancherà tempo e modo di rimpiangerli.

2. FASSINA E CARFAGNA MA ANCHE BERNINI 
IL GRUPPO BIPARTISAN DEI «CANDIDATI» DELUSI
Fabrizio Roncone per il Corriere della Sera

Celare la delusione non è facile. Puoi sempre prendere il guinzaglio e portare il labrador al parco, facendo finta di niente (Massimo D'Alema). Puoi sperare di rientrare nel giro dei sottosegretari (Francesco Nitto Palma). Però la voce ti può anche tremare, nervosamente, un po'.

Onorevole Fassina, un ministero per lei sembrava sicuro fino a pochi minuti fa... (Stefano Fassina, ancora alle 15.30, tra i giovani turchi del Pd sembrava quello che, con maggior probabilità, potesse esser stato scelto da Enrico Letta per la sua squadra).
«Mhmmm... e allora?».
È dispiaciuto?
«Mhmmm...».
È amareggiato?
«Senta, guardi, la ringrazio per la telefonata... Però, no, davvero... sul serio... preferirei non commentare la situazione che si è creata».

La politica è così. Sei dentro o sei fuori nel volgere di un niente. Certo Renato Brunetta ha mollato solo quando gli hanno detto che Letta stava salendo al Quirinale, e il suo nome, sul foglietto che aveva in tasca, non c'era. Brunetta ci è rimasto non male, ma malissimo. Silvio Berlusconi, a lungo, si è molto speso per lui. Addirittura, venerdì pomeriggio, era girata la voce che, pur di trovargli un posto, si stesse ipotizzando uno «spacchettamento» dell'Economia tra Tesoro e Finanze, con lui, Brunetta, destinato a quest'ultimo (e con Fassina, magari, in uno slancio di fantasia, al Tesoro).

Pensando al ministero dell'Economia occorre registrare anche altre candidature. La notizia che Berlusconi potesse aver posto un veto su Saccomanni arrivando ad autocandidarsi, aveva fatto mettere in preallarme almeno un paio di supertecnici, come Pier Carlo Padoan e Salvatore Rossi, più un autorevole personaggio che, nel giro di quindici giorni, si è ritrovato candidato praticamente, e inutilmente, a tutto: Giuliano Amato.

Prima indicato come probabile erede di Giorgio Napolitano; poi come possibile premier incaricato. E invece niente, solo un mucchio di titoli di giornale sprecati (il più banale è stato anche il più frequente e, forse, fatale: «Il ritorno del Dottor Sottile»). Altri titoli sprecati per Massimo D'Alema, che non pochi osservatori - non casualmente confortati da deputati di stretta osservanza dalemiana - descrivevano come estremamente interessato, diciamo così, a un ritorno alla Farnesina.

Mario Monti, alla Farnesina, ci ha pensato il tempo necessario per capire che sarebbe stato un sogno irrealizzabile: così, con ammirevole tempismo, l'altra sera è andato alla trasmissione Otto e Mezzo e ha annunciato il proprio passo indietro, invitando anche gli altri nomi eccellenti della politica italiana a fare altrettanto. Non è possibile stabilire quanti abbiano seguito il suo consiglio.

Alcuni, infatti, hanno taciuto fino all'ultimo: come Michele Vietti e come Franco Gallo, entrambi interessati alla poltrona di Grazia e Giustizia.
Che poi, in certe situazioni, ognuno agisce secondo istinto. Per dire: il gruppetto dei parlamentari più vicini a Letta (Francesco Boccia, Alessia Mosca, Marco Meloni e Paola De Micheli) cresciuti alla sua scuola - equilibrio, misura, riservatezza - hanno taciuto come se la composizione della squadra di governo fosse una questione che non li riguardasse (eppure, sui siti online dei giornali, la De Micheli a un certo punto è stata inserita quasi d'ufficio nell'elenco dei probabili ministri).

Mara Carfagna, invece, no. Ad alcuni suoi colleghi del Pdl, negli ultimi due giorni, ha spiegato di aspettarsi un riconoscimento per il buon lavoro svolto alle Pari opportunità nell'ultimo governo Berlusconi. Delusa parecchio lei, e delusa tantissimo anche la Gelmini, che pure sperava in un altro giro di governo (anche se non alla Pubblica istruzione).

Naturalmente, parlare di delusione per Anna Maria Bernini è puro eufemismo. Numerosi giornali, ieri mattina, la davano come uno dei pochi ministri ripescabili dalla stagione berlusconiana. E non solo: a mezzogiorno, sembrava lei l'unica donna del Pdl certa di essere stata presa in considerazione da Letta.

Molto più rilassate le ultime ore di Paolo Romani e Daniela Santanchè. Che avevano capito quanto ormai fosse divenuto esercizio di impossibile acrobazia un loro inserimento nei ranghi dell'esecutivo. Realmente disinteressato alle voci che lo avvicinavano alla Difesa, Renato Schifani. Franco Frattini, un'ideuzza, al contrario, sembrava avercela fatta (ma non andate a dirgli che su di lui, durissimo, c'era il veto proprio dei suoi ex compagni di partito).

Chiaro che se si dovesse fare l'elenco di tutti i possibili candidati girati per questo o quel ministero servirebbero due pagine di giornale (Chiamparino, Ilaria Borletti Buitoni, Epifani...). E ne servirebbero venti se adesso si dovessero inseguire le voci sui possibili sottosegretari.

Sappiate però che in molti non lo considerano affatto un incarico di consolazione. Sappiate che molti sono già davvero in fila. Sappiate ciò che loro sanno: un abile sottosegretario può essere più potente di un bravo ministro.

 

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