IL GOVERNO NEO-DEMOCRISTO LETTA-LETTA RIACCENDE IL ‘CERINO’ POMICINO

Stefano Filippi per "il Giornale"

«Un giovane e ottimo governo a larga partecipazione democristiana.Va sostenuto nell'interesse del Paese e del rinnovamento della politica». Paolo Cirino Pomicino, ex ministro Dc e memoria storica della Balena bianca affondata vent'anni fa, twitta la fiducia (virtuale) al nuovo esecutivo.

Onorevole, è proprio un «governo Dc», come ha titolato il Giornale ?
«Molti ministri, a cominciare dal presidente del Consiglio, agli inizi degli anni '90 erano nel Movimento giovanile Dc o già dirigenti in periferia».

Letta, Alfano, Lupi, Mauro.
«Ma anche Dario Franceschini e Graziano Delrio, presidente dell'associazione Giorgio La Pira».

Perché approva questo governo Dc? Dovere d'ufficio? Nostalgia?
«La nostalgia non mi appartiene. Osservo che la cultura democratico cristiana oggi governa larga parte dei Paesi europei, in particolare il centro Europa e la
Spagna».

Che cosa intende per cultura democristiana?
«Intanto il pensiero politico, che non è solo la dottrina sociale della Chiesa ma anche il pensiero di Sturzo, Moro, Fanfani, e l'idea di economia sociale di mercato precedente le encicliche papali. Accanto a questo, la cultura dc è sempre stata improntata a tre cose: il buon senso comune (smarrito da molto tempo), la tolleranza e la capacità di mediazione, un elemento indispensabile per governare e riformare».

Realismo e mediazione: anche Napolitano è un po' dc?
«Giorgio Napolitano ha avuto il coraggio intellettuale di rivisitare alcuni decenni di vita politica improntata all'opposto della cultura democratico cristiana. Qualsiasi dc avrebbe potuto sottoscrivere il suo discorso di insediamento, improntato al senso profondo di una democrazia parlamentare. Aggiungo però che in questi 20 anni quelli che dovevano essere i protagonisti della cultura democristiana o sono stati silenti o si sono accodati alle mode di stampo leaderistico, e sono pressoché scomparsi. Vedi i casi di Buttiglione, Casini e altri amici».

Aggiungiamo Marini o la Bindi.
«Nel 1978 Moro riunì tutti i parlamentari per spiegare le ragioni del governo di solidarietà nazionale: eravamo 450 e senza premio di maggioranza. Egli perse molto tempo a convincere una decina di amici perplessi, e a me, giovane alla prima legislatura che gli chiedevo di chiudere, rispose: meglio sbagliare uniti che indovinare dividendoci. Dividerci è stato un errore. Questa è la cultura dc come la intese la mia generazione e come potrebbero riproporla coloro che nel 1990 erano ventenni o giù di lì, e oggi guidano il Paese».

Una generazione di democristiani ha rinunciato alle proprie radici recuperate dalla generazione successiva.
«Esatto. Naturalmente la Dc ha sempre cercato punti di intesa con altre culture politiche. Nel '76-79 eravamo convinti che tutto si potesse fare tranne che mandare il Paese alla malora. Se si ha chiara la propria identità, non si ha difficoltà a fare un tratto di cammino con altre identità che non si confondono».

Lei dunque auspica una rinascita della Dc?
«Ho impiegato tantissimo tempo a scrivere su questo argomento. La mia generazione deve generosamente dare il massimo impegno di pensiero e scrittura perché questa ricomposizione riprenda una forma partito. Ma ritengo che sarebbe una mezza vittoria se non si innescasse un effetto domino e ricomparissero anche un partito socialista di massa, uno liberale e uno ambientalista».

Letta archivia la tecnocrazia di Monti?
«In questi vent'anni hanno messo in soffitta le culture politiche e hanno cercato di sostituirle prima con i programmi, che senza il soffio vitale di una cultura di appartenenza sono niente, poi con il leaderismo e infine con la tecnocrazia, il governo delle élite. Senza la bussola delle grandi culture politiche, ogni gruppo parlamentare rischia di navigare a vista e fare la fine della Concordia».

 

 

 

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