GRILLO PROGRAMMA LA DESCRESCITA FELICE DEL M5S: 25% E’ TROPPO PER UNA ARMATA BRANCALEONE DI INESPERTI E INCAPACI

Marco Imarisio per il Corriere della Sera

«Che cosa abbiamo combinato?». Erano passati pochi giorni dalle elezioni politiche. L'accampamento di telecamere e taccuini davanti alla villa di Sant'Ilario era finito. Non c'era ragione per essere preoccupato, ma ai pochi amici con i quali condivideva la passeggiata, Beppe Grillo apparve proprio così. Il tono di quella frase, riferita al clamoroso risultato, un 25 per cento dei voti che aveva mandato i partiti tradizionali nel panico, non era affatto gioioso, anzi.

Nei mesi seguenti, che non sono stati certo la marcia trionfale prefigurata in una campagna elettorale brillante, il fondatore di M5S ha più volte parlato di un dieci per cento di voti che gli facevano da zavorra, muscoli che all'improvviso pesavano su un corpo dalla struttura ancora fragile.

La sua quota ideale per l'attuale fase, questa è cosa nota all'interno del Movimento 5 Stelle, è stata più volte da lui fissata intorno a un 15 per cento che gli consentirebbe di gestire M5S, e di gestirsi al meglio, tenendosi lontano da un giocattolo, inteso come Roma e il cosiddetto Palazzo, che gli ha subito procurato una crisi di rigetto.

Le volgari offese a Stefano Rodotà, che ha rappresentato l'unica sponda istituzionale sulla quale Grillo potesse contare, si prestano anche a essere interpretate così. Non certo un cupio dissolvi, ma forse un modo per tagliare i ponti, per riportare il Movimento a uno zoccolo duro di fedelissimi.

Non scomparire ma restringersi, in attesa degli eventi. Altrimenti non si spiega.
Le ultime esternazioni hanno una componente in apparenza illogica, che non può essere ridotta allo sbrigativo «è andato fuori di testa» o alla spiegazione minimale del rifiuto del cosiddetto intergruppo parlamentare, preludio alla mini scissione.

Anche il suo ritorno odierno su Rodotà, oltre a sembrare per la prima volta l'ammissione di un errore, almeno di forma, evoca il timore di una commistione con altre forze politiche di sinistra, ribadisce una vocazione ultra maggioritaria di M5S che alla fine si riduce in una dichiarazione di autosufficienza.

C'è sempre un metodo, in Grillo. I suoi messaggi più violenti a livello verbale avevano finora avuto per bersaglio destinatari interni. Dall'ira per le critiche ricevute da dentro ai tempi della sua apparente sintonia con CasaPound fino al celeberrimo «chi non è d'accordo fuori dalle palle» rivolto ai dissidenti emiliani: l'obiettivo di compattare la base prevedeva il ricorso a una autoreferenzialità sulle questioni disciplinari che ha finito per contribuire all'idea di un movimento privo di una direzione sicura.

La reazione davanti a problemi sempre più evidenti e irrisolvibili nel breve periodo passa per un'altra deliberata chiusura. Un rinnovato «siamo solo noi» questa volta rivolto all'esterno che comporta anche l'uso del bastone dialettico nei confronti di persone considerate vicine, o comunque non ostili a M5S. Il primo assaggio del nuovo corso è toccato a Milena Gabanelli.

Poi è arrivato il post sulle ultime elezioni, dove con notevole sillogismo si dava agli elettori la colpa del risultato non esaltante. Infine Rodotà, che prima di diventare «l'ottuagenario» eccetera, era considerato l'uomo-ponte per un ulteriore allargamento dei consensi, la possibile calamita dei molti delusi dall'attuale fase del Partito democratico.

Grillo sa che ci vuole del tempo, per darsi una struttura, per costruire un programma serio e condiviso che vada oltre le trovate da comizio, per formare un ceto politico credibile. E il tempo è l'unica cosa che il trionfo alle Politiche di febbraio ha fatto mancare.

In cuor suo, il fondatore è consapevole del fatto che oggi M5S non è costruito per governare e neanche per fare una opposizione plausibile, da governo ombra. L'unico modo di ridurre i danni che questa fase comporta è proprio quello di tagliare i ponti, alla ricerca di una identità più solida. Evitare commistioni, fare filtro.

Anche attraverso gli insulti a chi riscuote consenso nella base. È il male minore, nonostante l' implicita ammissione di debolezza, che lui mai ammetterà in pubblico, contenuta in quegli attacchi. Resta da capire se tutti gli altri, che sono tanti, quelli che hanno affidato voto di opinione e speranze di cambiamento a M5S, sono contenti di questo isolamento neppure splendido.

 

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