GUERRE DI CARTA - TRAVAGLIO ACCUSA GLI EX COLLEGHI DELL’ “UNITÀ” DI AVER TACIUTO LO SCOOP SU MALINCONICO PERCHÉ “IMBOTTITI DI SOLDI PUBBLICI” ELARGITI PROPRIO DALL’EX SOTTOSEGRETARIO - IL DIRETTORE DELL’“L’UNITÀ” CLAUDIO SARDO GLI RINFRESCA LA MEMORIA PUBBLICANDO UN APPELLO DEL 2006 IN DIFESA DEL FINANZIAMENTO AI GIORNALI. FIRMATO ANCHE DALL’ATTUALE DIRETTORE DEL “FATTO”, PADELLARO, QUANDO DIRIGEVA “L’UNITÀ”…

1- FINANZIAMENTI, L'UNITÀ CONTRO IL FATTO...
dal "Corriere della Sera"

L'Unità contro il Fatto. Domenica, nell'editoriale di prima pagina, Marco Travaglio scrive delle dimissioni del sottosegretario Malinconico e del finanziamento pubblico alla carta stampata: «Alcuni giornali imbottiti di soldi pubblici si sono adontati perché abbiamo fatto notare la coincidenza del loro silenzio su Malinconico che li aveva appena imbottiti di soldi pubblici: ma, se la coincidenza non la fa notare l'unico giornale che rifiuta i finanziamenti pubblici, chi altri la farà notare?».

Ieri, la reazione dell'Unità con un corsivo dal titolo «Quando il direttore del Fatto firmava appelli per i fondi all'editoria»: «Il Fatto è tornato ad attaccare, con i consueti toni inquisitori, i giornali che usufruiscono del finanziamento pubblico. Tra gli smemorati colleghi del Fatto ce ne sono molti che fino a poco fa si battevano in difesa dei giornali "imbottiti di soldi pubblici" e altri che ci lavoravano tranquillamente senza porsi alcun problema di coscienza».

Subito sotto, il giornale ripubblica l'appello in difesa del finanziamento pubblico firmato nel 2006, tra gli altri, anche da Antonio Padellaro: oggi alla guida del Fatto, allora direttore di un'Unità che aveva tra i suoi collaboratori anche Travaglio.

2- LE MAESTRINE DEL BON TON...
Marco Travaglio per "il Fatto Quotidiano"

Questa settimana si è parlato molto di noi. Prima perché uno scoop del nostro Marco Lillo ha fatto dimettere il sottosegretario Malinconico e un altro scoop di Marco Lillo (che aggiungeva particolari inediti a quello di Sergio Rizzo sul Corriere) ha messo una bombetta sotto la poltrona del ministro Patroni Griffi. Quando un giornale fa uno scoop, gli altri lo riprendono citando la fonte.

Nel nostro caso in pochi l'hanno fatto: i più han preferito sorvolare o addirittura inventarsi di avere scritto di Malinconico mesi fa (in realtà tutti avevamo scritto di lui nel febbraio 2010, quando il suo nome comparve con quelli di Balducci e Piscicelli nell'ordinanza dei giudici di Firenze sulla cricca; ma le novità che l'han fatto dimettere le ha pubblicate il Fatto, punto). E alcuni giornali imbottiti di soldi pubblici si sono adontati perché abbiamo fatto notare la coincidenza del loro silenzio su Malinconico che li aveva appena imbottiti di soldi pubblici: ma, se la coincidenza non la fa notare l'unico giornale che rifiuta i finanziamenti pubblici, chi altri la farà notare?

Poi s'è riparlato di noi perché, sull'uno-due Consulta-Cosentino, abbiamo titolato "Il giorno delle due porcate" e "cosca". La parola "cosca" non è piaciuta al direttore di un grande giornale che, ci mancherebbe, ha tutto il diritto di dissentire. Ma noi volevamo sottolineare che il termine "casta" è riduttivo per una maggioranza parlamentare che salva dall'arresto, per la seconda volta in due anni, un noto amico di noti camorristi (questo si può già dirlo in base ai fatti: se poi quelle amicizie siano reato, lo stabiliranno i giudici). Quella che, dopo una catena di ricatti e avvertimenti, prima salva poi abbraccia un personaggio simile, non è casta: è cosca.

Emanuele Macaluso non ha gradito nemmeno il termine "porcata" applicato alla sentenza della Consulta, a suo dire indegno di "un giornale democratico". Ora, a parte il fatto che grazie a quella sentenza ci teniamo la legge Calderoli, definita "porcata" dal suo stesso autore, noi abbiamo spiegato perché l'abbiamo chiamata così: perché le sentenze mafiosamente anticipate con pizzini ai giornali in violazione del segreto della camera di consiglio (prim'ancora che si aprisse) squalificano chi le emette.

Senza contare che la Consulta è già squalificata dallo scandalo della P3, a cui ben sei giudici costituzionali - secondo il Tribunale di Roma - anticiparono il loro verdetto sul "lodo" Alfano. Macaluso della P3 non parla e ci impartisce una lezione di bon ton istituzionale col solito trucchetto di guardare il dito per non vedere la luna.

Lo scandalo non è l'azione, ma la reazione. Non sono i fatti, ma il "linguaggio" usato da chi li descrive. Ora, vista la platea piuttosto ristretta che è in grado di raggiungere (i lettori del Riformista), la lezioncina ci lascerebbe indifferenti, se non sapessimo che Macaluso è il corazziere capo del Quirinale. "Le sentenze - ammonisce - vanno rispettate" e (a proposito del milione e 200 mila firme buttate nel cestino dalla Consulta) non "devono tener conto del numero degli innocentisti e dei colpevolisti". Bella sciocchezza: il giudizio di legittimità su un referendum non è un processo penale dove si giudica un imputato. Nei referendum il numero dei proponenti conta eccome, infatti se le firme non superano il mezzo milione non si vota.

Dunque fingere che quel milione e 200 mila persone (più 115 costituzionalisti convinti della legittimità dei quesiti) non esistano non è come condannare un imputato che molti ritengono innocente, o viceversa. È, specie se lo si fa dopo torbide manovre, una ferita alla democrazia. Ma è consolante la ritrovata fiducia di Macaluso nelle sentenze, "qualunque tribunale le emetta". Chissà se ha poi scoperto cosa c'era scritto nella sentenza definitiva sul suo protetto Andreotti. L'ultima volta che ne parlò, fu per gabellarla da "assoluzione", invece era prescrizione del "reato commesso" di mafia. Il miglior modo per rispettare le sentenze è leggerle. E, possibilmente, capirle.


3- QUANDO IL DIRETTORE DEL FATTO FIRMAVA APPELLI PER FONDI EDITORIA...
da "l'Unità" di ieri, 16 gennaio 2011

Ieri il Fatto è tornato ad attaccare, con i consueti toni inquisitori, i giornali che usufruiscono del finanziamento pubblico. Scrive Marco Travaglio nel suo editoriale: «Alcuni giornali imbottiti di soldi pubblici si sono adontati perché abbiamo fatto notare la coincidenza del loro silenzio su Malinconico che li aveva appena imbottiti di soldi pubblici: ma, se la coincidenza non la fa notare l'unico giornale che rifiuta i finanziamenti pubblici, chi altri la farà notare?».

Tra gli smemorati colleghi del Fatto ce ne sono molti che fino a poco fa si battevano in difesa dei giornali «imbottiti di soldi pubblici» e altri che ci lavoravano tranquillamente senza porsi alcun problema di coscienza. Se è lecito cambiare opinione, è altrettanto doveroso però spiegare il perché.

Con questo spirito, in modo che i lettori sappiano, ripubblichiamo integralmente uno degli appelli che l'attuale direttore del Fatto Antonio Padellaro, allora alla guida de l'Unità, firmò il 1° agosto del 2006 insieme ai direttori di Europa, Liberazione, Secolo d'Italia e Padania, in difesa del finanziamento pubblico ai giornali. In quella stagione Marco Travaglio era una delle firme di punta del quotidiano. Ogni commento ci pare superfluo.

"In Italia esiste la tradizione dei quotidiani di partito. Questi giornali hanno avuto, e hanno, una funzione molto importante. Rappresentano la pluralità delle informazioni e delle opinioni in un mercato editoriale assai ristretto e controllato da pochi gruppi. I giornali di partito sono uno strumento fondamentale di dibattito, di informazione e di lotta politica. Un pezzo importante del nostro sistema democratico.

Oggi i giornali di partito sono in forti difficoltà economiche. Soprattutto perché sono tagliati fuori quasi completamente dagli investimenti pubblicitari. Vi forniamo questo dato: i grandi giornali di informazione ricevono 1 euro dalla pubblicità per ogni euro ottenuto dalle vendite. Giornali come «Liberazione» o «Il Secolo d'Italia» ottengono per ogni euro di incassi da vendite circa 3 centesimi di pubblicità. Si vede bene che c'è una disparità insopportabile e per sanare questa disparità occorre il finanziamento pubblico dei giornali di partito. Se si rinuncia al finanziamento pubblico si rinuncia a una parte fondamentale della libertà di informazione. I giornali di partito, oggi, in Italia, sono cinque (quelli che fanno riferimento a partiti presenti in parlamento e nelle schede elettorali, e che distribuiscono il giornale in tutte le edicole del paese).

Questi giornali sono «l'Unità», «Il Secolo d'Italia», «Liberazione», «La Padania» e «Europa». Noi crediamo che questi giornali debbano poter accedere ad un sistema di finanziamento pubblico sicuro, puntuale e riservato solo a loro. E che l'entità di questo finanziamento (fermo da 15 anni mentre il costo e il prezzo dei giornali è triplicato) vada aggiornato e adeguato. Chiediamo al governo e ai gruppi parlamentari di destra e di sinistra di impegnarsi in questo campo e di farlo in tempi molto brevi".

Antonio Padellaro (l'Unità)
Stefano Menichini (Europa)
Piero Sansonetti (Liberazione)
Flavia Perina (Il Secolo)
Gianluigi Paragone (La Padania)

 

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