1. HILLARY CLINTON SCRIVE UN MATTONE DI 600 PAGINE COME TRAMPOLINO PER LANCIARE LA CORSA VERSO LA CONQUISTA DELLA CASA BIANCA (MICHELLE OBAMA PERMETTENDO) 2. PRESENTAZIONE DEL LIBRO A NEW YORK DA ROCKSTAR: APPLAUSI, GRIDOLINI, INCITAMENTI: “GO HILLARY, GO!”. MIGLIAIA CHE HANNO PASSATO LA NOTTE IN FILA, IN TANTI CON DECALCOMANIE BENAUGURANTI ATTACCATE SULLA MAGLIETTA (“SONO PRONTO PER HILLARY”) 3. NIENTE SUL VATICANO, MOLTO SUL BERLUSCONI FURIOSO: “LE CUI BUFFONATE ERANO DESCRITTE IN DIVERSI RAPPORTI E DERISE SULLE PRIME PAGINE DEI GIORNALI ITALIANI” 4. CI SONO GLI ELOGI PER LA MERKEL “DECISA, SAGACE E DIRETTA”. C’È SARKOZY CHE “RACCONTAVA PETTEGOLEZZI, DESCRIVENDO GLI ALTRI LEADER COME PAZZI O INSTABILI” 5. POLEMICA CON BARACK OBAMA, DI CUI HILLARY FU AVVERSARIA NELLE PRIMARIE DEL 2008

1. HILLARY, FOLLA E GAFFE: “SONO STATA POVERA”

Alberto Flores D’Arcais per ‘La Repubblica’

 

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Un ingresso da rockstar, applausi, gridolini, incitamenti. Quando alle 11 e 20 (un classico ritardo accademico) Hillary Clinton si materializza al quarto piano di Barnes & Nobles, dal migliaio e passa di persone che fin dalle prime luci l’hanno attesa per ore parte un lungo applauso liberatorio. Raramente in una libreria — compreso questo grande edificio che occupa l’intero lato nord di Union Square a Manhattan — si era vista tanta gente, certamente non all’alba. 

 

C’è chi ha passato la notte in fila «dalle cinque del mattino», le volanti della polizia, la security, gli agenti del Secret Service chiamati a vigilare sulla ex First lady. Una serpentina di famigliole, bimbi in braccio con gli occhi ancora socchiusi, molti giovani, in tanti con decalcomanie benauguranti attaccate sulla maglietta (“Sono pronto per Hillary”).

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«Ti vogliamo presidente», «Casa Bianca, Casa Bianca». Tutti già pronti ad incoronarla, con un anticipo di due anni e mezzo, come prossimo Commander in Chief , prima donna alla Casa Bianca. Lei — giacca fucsia, pantaloni neri e un viso rilassato — si schernisce. È qui per lanciare il suo libro Hard Choices (“Scelte Difficili”, in Italia per le edizioni Sperling & Kupfer), seicento pagine di viaggi, racconti e incontri con i leader mondiali avvenuti nei suoi quattro anni a fianco di Obama come Segretario di Stato della più grande potenza del pianeta. Si limita a poche parole di circostanza, evoca le «scelte difficili che tutti noi dobbiamo fare nella nostra vita», poi inizia a firmare le dediche.

Partono i flash, una coppia di bambine dai capelli rossi ha il proprio momento di celebrità con i fotografi, l’ex senatrice di New York (Hillary è tre volte ex) parla un po’ più a lungo solo con i disabili arrivati in sedia a rotelle, per tutti ha un sorriso, da tutti riceve un incoraggiamento: «Go Hillary, go». Non è questo il tempo di discutere del libro, le cose che doveva dire le ha scritte e poi commentate nelle varie interviste alle tv e ai media Usa.
Nel libro per l’Italia (che notoriamente non é una potenza sullo scacchiere internazionale) solo poche righe, protagonista Silvio Berlusconi. 

 

In due episodi: il primo (vertice dell’Osce ad Astana, Kazhakistan) con il nostro (ex) premier furioso per i giudizi dati su di lui da funzionari Usa (e rivelati da Wikileaks), il secondo (marzo 2011) quando il Cavaliere — che la Clinton definisce «un alleato chiave» per gli Stati Uniti — minacciò di negare le basi italiane per i raid contro Gheddafi, furibondo per la decisione di Sarkozy di bombardare unilateralmente la Libia. 

 

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Niente sul Vaticano, poco o nulla di più sul nostro paese. Ci sono invece gli elogi per Angela Merkel «decisa, sagace e diretta, mi ha sempre detto esattamente quello che pensava. C’è il ritratto dell’ex presidente francese: «Molti sono più tranquilli di persona di quanto appaiano in pubblico. Non Sarkozy. Lui raccontava pettegolezzi, descrivendo con noncuranza gli altri leader mondiali come pazzi o instabili».

Ci sono i giudizi su Putin («Uomini difficili presentano scelte difficili. La forza e la risolutezza erano l’unico linguaggio che poteva comprendere”). Ci sono ovviamente tutti i focolai di crisi (Iraq, Iran Afghanistan, il Medio Oriente) e non manca qualche spunto polemico con Barack Obama, di cui Hillary fu difficile avversaria nelle primarie del 2008, come ha rivelato lei stessa alla rete tv Abc: 

 

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«Subito dopo la mia sconfitta, quando iniziai il lavoro con Barack, avemmo un incontro — scomodo ma necessario — per fare chiarezza su un paio di questioni. E una di queste era il sessismo, che purtroppo era presente in quella sua campagna del 2008». Con un ricordo preciso, la richiesta di attaccare Sarah Palin, candidata repubblicana alla vice presidenza e star di quelle primarie. «Il primo giorno, gli uomini di Obama mi dissero: “vai e criticala”. E io chiesi: “Per cosa? Perché è una donna? No, aspettiamo che faccia qualcosa, non so nulla di lei». 

 

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Un libro che è un vero e proprio manifesto per la conquista della Casa Bianca. Il Pac (comitato d’azione politica) che la sostiene ha già raccolto sei milioni di dollari. Nessuno ne parla, per l’annuncio ufficiale occorrerà aspettare il gennaio 2015, ma la campagna elettorale è partita. 

 

E come da tradizione degli States, la stampa ha iniziato a farle le pulci. Perché sempre alla Abc Hillary ha incautamente ricordato che dopo gli otto anni di presidenza di Bill «siamo usciti dalla Casa Bianca non solo senza un soldo ma con molti debiti. Abbiamo lottato per mettere insieme le risorse per i mutui per le case e per l’istruzione di Chelsea. Non è stato facile». 

 

Parole che hanno scatenato l’ironia (e l’ira) della rete. Nel 2000 per le sue prime memorie l’allora First Lady ottenne un acconto di otto milioni di dollari, oggi per ogni discorso pubblico si fa pagare 200mila dollari. Bill da allora di milioni ne ha messi da parte almeno un centinaio. E, alla fine, Hillary è stata costretta a scusarsi.

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2. HILLARY E L’ALLEANZA PIÙ COMPLICATA: “QUANTI IMBARAZZI CON BERLUSCONI” 

Paolo Mastrolilli per ‘La Stampa’

 

Quanto è stato difficile il suo rapporto con Berlusconi? Hillary Clinton alza la testa dalla pila di libri che sta firmando in un grande bookstore di Manhattan, rotea gli occhi in maniera plateale, e commenta: «Ah, Berlusconi! È stato, è stato... beh, sì, è stato molto interessante...». Una battuta, rubata in fila con gli altri lettori, che però dice parecchio.

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Ci sono molte storie significative tra le 635 pagine di «Hard Choices», più la polemica che ha provocato dicendo che lei e Bill erano poveri quando lasciarono la Casa Bianca. Per l’Italia, però, l’attenzione si concentra sulle poche righe che descrivono il complesso rapporto con l’ex presidente del Consiglio, sullo sfondo di una crisi economica in cui Roma rischiava di affossare l’euro, e l’intera economia globale. 

 

Complesso sulla Libia, dove Berlusconi lamentava le iniziative del francese Sarkozy, perché riteneva che l’Italia come ex potenza coloniale dovesse guidare l’intervento. E complicato dalle rivelazioni dei rapporti di WikiLeaks, che lo avevano spinto a lamentarsi apertamente con il segretario di Stato: «Perché dite quelle cose di me?».

Per inquadrare il rapporto di Hillary con l’Italia bisogna cominciare dalla pagina 210 di «Hard Choices», il saggio di memorie lanciato ieri a Manhattan, su cui la Clinton intende costruire la probabile candidatura alla Casa Bianca. «L’Europa - scrive Hillary riferendosi alla crisi del 2008 - era stata colpita duramente, e fronteggiava sfide uniche a causa dell’euro. Le economie più deboli - Grecia, Spagna, Portogallo, Italia e Irlanda - si trovavano davanti un debito sconcertante, crescita anemica e alta disoccupazione, ma non avevano a disposizione gli strumenti di politica monetaria che vengono dal controllo della propria divisa. 

 

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In cambio degli aiuti d’emergenza, la Germania insisteva che questi Paesi prendessero misure drastiche per ridurre la spesa e riformare i bilanci. La crisi poneva un difficile dilemma politico. Se tali economie deboli avessero fallito nel liberarsi dal debito, l’intera eurozona poteva collassare, riportando l’economia mondiale e Usa nei guai. Eppure io ero preoccupata che troppa austerità in Europa avrebbe rallentato di più la crescita, rendendo difficile per loro e per tutti di uscire dalla buca».

Sullo sfondo di questa crisi, che secondo il segretario al Tesoro Geithner aveva spinto alcuni leader europei ad immaginare complotti per la caduta di Berlusconi, Hillary aveva dovuto gestire il rapporto con lui in almeno due situazioni difficili. La prima era stata la pubblicazione dei 250.000 cable di WikiLeaks, in cui i diplomatici americani sfottevano il premier e rivelavano che anche i collaboratori più vicini a lui avevano discusso con gli Usa le sue debolezze. «Girls, girls, girls», era il titolo di un testo su Silvio che la vice ambasciatrice a Roma Elizabeth Dibble aveva inviato proprio alla Clinton. La segretaria aveva fatto decine di telefonate per scusarsi, ma «le conversazioni di persona furono le più difficili». 

 

Durante un vertice ad Astana incontrò il leader italiano: «Berlusconi, le cui buffonate erano descritte in diversi rapporti e derise sulle prime pagine dei giornali italiani, era particolarmente arrabbiato. “Perché - mi chiese - dite queste cose di me? L’America non ha amico migliore. Tu mi conosci, io conosco la tua famiglia”. Si lanciò in una storia appassionata su come suo padre lo portava a visitare i cimiteri dei soldati americani che si erano sacrificati per l’Italia: “Non l’ho mai dimenticato”, diceva. 

 

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Berlusconi era abituato alla cattiva pubblicità, come attestano file stracolmi di scandalosi articoli di giornali. Ma il modo in cui era considerato dai suoi pari, e dagli Stati Uniti in particolare, aveva grande importanza per lui. E ciò era imbarazzante. Mi scusai, ancora. Nessuno più di me avrebbe voluto che quelle parole fossero rimaste segrete. Comprensibilmente, ciò non bastò a calmarlo. Mi chiese di andare insieme a lui in tv, per offrire una forte dichiarazione sull’importanza delle relazioni Usa-Italia, cosa che io feci».

Hillary scrive di essersi adoperata a «ristabilire una misura di rispetto», soprattutto perché intravedeva già l’intervento in Libia. Che però era diventato il secondo attrito, quando nel marzo 2011 Sarkozy aveva preteso di guidare l’operazione per rovesciare Gheddafi: «Berlusconi, altrettanto determinato e desideroso di stare sotto i riflettori, era risentito. C’è una convinzione informale che le vecchie potenze coloniali debbano prendere la guida nell’affrontare le crisi all’interno dei loro ex domini. 

 

bill hillary clinton come house of cardsbill hillary clinton come house of cards

Nel caso della Libia, Berlusconi riteneva che l’Italia dovesse stare in testa, non la Francia. Inoltre, a causa della sua posizione strategica nel Mediterraneo, l’Italia offriva la rampa di lancio naturale per la maggior parte delle sortite aeree. Ora Berlusconi si sentiva oscurato da Sarkozy, e minacciò di abbandonare la coalizione e chiudere l’accesso alle basi del suo Paese. A parte l’ego ferito, Berlusconi e gli altri avevano buoni motivi per essere preoccupati», perché si rischiava la confusione strategica. Anche questa disputa però era stata risolta, e Gheddafi rovesciato, ma nell’autunno di quell’anno era caduto pure il governo Berlusconi. 

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