INGROIA, CHE CORE ’NGRATO: FU “SALVATO” DA GRASSO!

Gian Marco Chiocci e Mariateresa Conti per "il Giornale"

Non s'erano tanto amati ai tempi in cui lavoravano fianco a fianco a Palermo. Hanno ribadito il reciproco sentimento quando, alle ultime elezioni,uno s'è presentato col Pd e l'altro con Rivoluzione civile. Pietro Grasso e Antonio Ingroia: due ex magistrati, due modi differenti di vedere la politica e la professione. Eppure Ingroia, nei confronti del suo ex capo, un motivo di gratitudine dovrebbe averlo.

Perché almeno in una occasione, nell'inchiesta sulle talpe della Dda (quella che portò alla condanna dell'ex governatore di Sicilia Cuffaro) gli ha evitato grane (soprattutto mediatiche) non inviando a Caltanissetta gli atti sui magistrati palermitani che emergevano nell'indagine per contatti con l'indagato principale, Michele Aiello, re della sanità privata ma prestanome, dice la sentenza, di Bernardo Provenzano.

Tra quei nomi,incidentalmente c'era anche quello di Ingroia ma solo perché oggetto dell'indagine era il suo fidatissimo maresciallo Giuseppe Ciuro che oltre a spifferare notizie al prestanome del capo di Cosa nostra, lavorava a tempo pieno per l'ex pm e si era occupato di alcuni lavori edili in una villa a Calatafimini dei genitori di Ingroia affidata a una ditta di Aiello. Niente di penalmente rilevante, nemmeno le telefonate intercettate. Ma vai a pensare comesi sarebbe potuta strumentalizzare la cosa se a ristrutturare la casa fosse stato qualcun altro.

La dichiarazione resa da Grasso il 16 aprile del 2012 a Caltanissetta, come testimone a difesa di Ingroia nel processo civile intentato dall'ex pm contro Cuffaro (ripescata dal mensile Il Sud ) è tutta da leggere: «Non ci furono indagini su magistrati dell'ufficio anche perché non le avremmo potute fare noi, bensì la procura di Caltanissetta (competente per i magistrati di Palermo, ndr ) e comunque lo escludo perché non ci fu alcun invio di atti». Dunque, niente indagini sui colleghi.

Compreso Ingroia che di quell'indagine che coinvolgeva il suo segretario Ciuro venne informato riservatamente, come racconta Grasso, quando ancora non era pubblica. «Si iniziò - spiegava a verbale l'attuale presidente del Senato - un'indagine su Michele Aiello a seguito di alcune dichiarazioni del collaboratore Giuffrè.

In alcune telefonate risultavano contatti tra il maresciallo Ciuro, allora segretario del dott.Ingroia con l'Aiello. Nelle precedenti intercettazioni (...) venne fuori che alcuni magistrati frequentavano la clinica dell'Aiello, nel senso ricorrevano a degli interventi sanitari presso la struttura (...). Io chiamai Ingroia, e gli riferii dell'indagine e in particolare dei rapporti del Ciuro stesso con l'Aiello.

Ingroia mi chiese consiglio e mi rilevò che alcuni operai di un'impresa edile di Aiello stavano facendo dei lavori presso una villa dei genitori dell'Ingroia, credo a Calatafimi. Questa cosa risultava in qualche modo precedentemente da alcune intercettazioni tra il Ciuro e l'Aiello in relazione a del materiale e a dei pagamenti che riguardavano questi lavori. Io gli consigliai di non fare trapelare nulla dato che le indagini erano ancora in corso, e di fare finta di nulla e di continuare con i suoi rapporti con i due, come se nulla fosse».

Altre toghe uscirono dalle intercettazioni, alcuni indagati parlarono di amicizie fra i pm. E poi, richiesto del perché non si fossero fatti accertamenti sui pm suoi colleghi, Grasso taglia corto: «Non ci furono indagini su magistrati dell'ufficio anche perché non le avremmo potute fare noi bensì la Procura di Caltanissetta, e comunque lo escludo perché non ci fu alcun invio di atti».

Da un take Ansa del 19 novembre 2003 il procuratore Grasso faceva (invece) sapere di ave-re inviato atti a Caltanissetta su due magistrati di Palermo pur non essendo state ravvisate «ipotesi di reato nei confronti degli stessi». Nessuno, dei due magistrati, si chiamava Ingroia.

Contattato dal Giornale , Grasso la mette così: «Fu una giusta precauzione quella di avvertire il collega, e di chiedergli di far finta di niente con Ciuro. Volevamo continuare le indagini e al contempo era importante che Ingroia sapesse, a garanzia della circolazione delle informazioni dell'ufficio. Non ho trasmesso gli atti perché non vi erano indizi che Ingroia fosse nella rete di Aiello. Mai avuto alcun dubbio, vedo sempre le cose nel bene e credo nella buona fede delle persone».

 

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