SILVIO, DAL SOGNO (“NON FINISCE QUI, TORNERÒ A PALAZZO CHIGI NEL 2015”) ALL'INCUBO (IERI SERA AVEVO A CENA DA ME PUTIN, L’UOMO PIÙ POTENTE DEL MONDO E TRA POCO DOVRÒ SERVIRE I VASSOI ALLE MENSE”)

Francesco Bei per "La Repubblica"

La vigilia della caduta. Inseguendo il sogno impossibile di una ricandidatura, a dispetto della legge Severino, delle condanne e dell'interdizione dai pubblici uffici: «Non finisce qui, tornerò a Palazzo Chigi nel 2015». Berlusconi confessa di non dormire da giorni e sarà per questo che l'umore oscilla tra il baratro più nero e l'eccitazione irrazionale per la battaglia. «Io non ho paura», ripete a tutti nella notte più lunga. Ma i suoi parlamentari, quelli che l'hanno seguito nel Ridotto alpino repubblicano, l'hanno visto prostrato, gonfio di pensieri cupi. «Oggi sono qui tra voi, ma da domani i commessi non mi lasceranno nemmeno entrare».

Non lo abbandona l'ossessione di uscire dalla scena per finire in un cono d'ombra sempre più largo. Così quell'affidamento ai servizi sociali, che in estate era sembrata agli avvocati la via più astuta per tendere al massimo l'elastico della cosiddetta «agibilità politica», ora gli appare una gabbia insopportabile, un'umiliazione intollerabile per chi si è sentito statista e si vede ora ridotto a delinquente. «Ieri sera - ha confidato ai deputati forzisti pensando all'amico "Vladimir" - avevo a cena da me l'uomo più potente del mondo e tra poco dovrò servire i vassoi alle mense.

Putin mi ha detto: se vai in prigione la prima settimana ci sarà un milione in piazza a manifestare per te, la seconda settimana saranno mezzo milione, la terza settimana non ci sarà più nessuno». E siccome il personaggio è una formidabile matrioska, capace di cambiare repentinamente maschera a seconda dell'interlocutore e della situazione, ai più avviliti tra i suoi ha raccontato subito una barzelletta antidepressiva: «Mi sento come quello che tornava tutto pesto a casa dicendo alla moglie: me ne hanno date tante, ma quante gliene ho dette!».

La situazione è disperata e i primi a saperlo sono i figli. «Mi dicono che tra le procure di Napoli e Milano - ha detto ai deputati nella sala della Regina a Montecitorio - c'è una gara di velocità per chi mi agguanta prima». Ieri pomeriggio, per spezzare il nodo dell'angoscia e lo sgocciolare lento delle ore, il Cavaliere ha pensato anche di ritornare ad Arcore per stare con loro, con la famiglia, almeno a cena. Alla fine sono stati i figli a raggiungerlo a Roma in serata per stargli più vicino nel momento più difficile.

Unica consolazione la vittoria del Milan in Champions League, che ha spezzato una serie nera. Zangrillo non lo molla d'un passo, sa bene che la botta di oggi sarà dura. Lo psicoterapeuta Luigi Cancrini, con la Zanzara, si è persino spinto a una diagnosi: «È una persona che ha un disturbo narcisistico della personalità, è tutto centrato sulla sua immagine, e sta vivendo un momento in cui la realtà gli si mette contro».

A metterglisi contro è stato intanto Alfano, il prediletto, un affronto che Berlusconi non può lasciare invendicato. La famiglia, Confalonieri, lo supplicano di mantenere una linea di non belligeranza, di non approfondire il solco con quelli che domani potrebbero essere l'unico argine per la difesa delle aziende nel caso qualcuno nel governo intenda colpire. Ma il Cavaliere guarda già alle Europee, una battaglia tutta proporzionale dove non esistono amici e, per la prima volta, sarà in vigore uno sbarramento del quattro per cento. «Non posso lasciare che questi crescano a mie spese», diceva ieri a proposito degli alfaniani del nuovo centro destra.

La tentazione di iniziare a chiamarli «traditori » - come da tempo fa il Giornale e l'ala più dura dei falchi è sempre più forte. Solo al comizio di oggi si capirà se le pressioni dei figli - che ieri l'hanno indotto a rinunciare almeno a Porta a Porta - saranno state sufficienti a farlo desistere da un attacco diretto e personale all'ex segretario del Pdl.

In ogni caso la scelta presa a caldo due giorni fa di snobbare il Senato è stata mantenuta. Andrà solo in piazza, al comizio che gli hanno preparato Verdini e Santanché. Per sfuggire all'affronto del presidente Grasso: «Prego i commessi di accompagnare il senatore Berlusconi fuori dall'aula». Per sottrarsi al dileggio prevedibile dei grillini, in diretta tv. Ma soprattutto per allontanare lo spettro che lo sta tormentando, quello di Bettino Craxi, delle monetine di vent'anni fa al Raphael, lo scempio dell'immagine che già Berlusconi ha assaggiato quella sera del 12 novembre 2011, scendendo dal Quirinale dopo le dimissioni da presidente del Consiglio.

«Vorrebbero che facessi la fine di Bettino, che fuggissi, ma sono io che vado all'attacco. Lo vedranno quando apriremo circoli Forza Silvio in tutta Italia». È l'assediato che circonda gli assedianti, la realtà ribaltata di un condannato che si fa perseguitato e insegue ancora la ricandidatura a palazzo Chigi. L'ultima trovata è la nascita di un partito satellite di Forza Italia, un «Movimento vittime della mala giustizia», da schierare sulla scheda elettorale.

 

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