L'INSONSTENIBILE PESO DELLE TASSE - DAL 2008, QUANDO BERLUSCONI AVEVA ANNUNCIATO LA SEMPLIFICAZIONE, AL 2014 SONO STATE APPROVATE LA BELLEZZA DI 629 NORME FISCALI. 72 DI SEMPLIFICAZIONE. MA 389 DI ULTERIORE COMPLICAZIONE!

Sergio Rizzo per ‘Il Corriere della Sera’

 

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Era il 18 giugno 2008 quando Silvio Berlusconi, appena rientrato al governo, annunciava «una semplificazione storica per imprese e cittadini». Ancora tre anni e mezzo e il suo successore Mario Monti avrebbe promesso di «migliorare la qualità della vita» con le semplificazioni. Finché, pochi giorni prima di lasciare il posto a Matteo Renzi, Enrico Letta ha rivelato di avere nel cassetto «un piano specifico per la piccola impresa, centrato sui temi della semplificazione, del lavoro e della fiscalità». Sei anni di buoni propositi, infranti sul muro invece sempre più solido della burocrazia.

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Perché mentre i governi di turno giuravano di voler semplificare, le leggi che uscivano dal parlamento complicavano sempre di più. L’ultimo conto l’ha fatto la Confartigianato, ed è contenuto nella relazione presentata ieri all’assemblea annuale. Nei 2.159 giorni trascorsi dal 29 aprile 2008 al 28 marzo del 2014 sono state approvate attraverso 41 diversi provvedimenti qualcosa come 629 norme fiscali: fra queste, 72 di semplificazione ma ben 389 di complicazione ulteriore. 

 

Per una regola che dovrebbe rendere le procedure più facili ne spuntano dunque 5,4 che peggiorano l’impatto burocratico. Il risultato, argomenta il rapporto, è che «quasi due norme fiscali promulgate su tre aumentano i costi burocratici per le imprese». E considerando il saldo fra il numero delle semplificazioni e quello delle complicazioni l’ufficio studi della Confartigianato arriva alla conclusione che negli ultimi sei anni il Fisco è stato complicato al ritmo di una norma alla settimana: per l’esattezza una ogni 6,8 giorni. Niente male, per un Paese che arranca con il freno tirato di un sistema burocratico ottuso e opprimente.

Silvio Berlusconi Senza Trucco Silvio Berlusconi Senza Trucco

Questa maledizione va avanti ininterrottamente da più di trent’anni, durante i quali si sono succedute almeno quattro riforme fiscali. Quasi tutte sfociate in un aumento delle tasse. La prima è la cosiddetta Visentini ter del 1984, seguita da una crescita della pressione fiscale di 2,4 punti nei cinque anni successivi. La seconda è la Tremonti di dieci anni più tardi, che secondo la Confartigianato avrebbe fatto salire le imposte nel lustro seguente dell’1,1 per cento. 

 

Poi la riforma voluta dal ministro del centrosinistra Vincenzo Visco, l’unica grazie a cui la pressione fiscale sarebbe diminuita, anche se marginalmente: l’associazione degli artigiani ha valutato il calo nello 0,5 per cento in cinque anni. Calo prontamente seguito, nel 2003, da una nuova risalita prodotta, sostiene ancora il rapporto, dalla nuova riforma Tremonti del 2003: +1,7 per cento nel quinquennio successivo.

Matteo Renzi Matteo Renzi

Perché sia sempre stato improponibile tagliare le tasse è presto detto. Con una spesa pubblica in crescita inarrestabile, una crescita economica inesistente e un’evasione fiscale ai massimi livelli europei correlata a un sommerso che risulterebbe superiore al 21 per cento, sarebbe stato necessaria una ben differente determinazione politica. Che non si è vista. Ma che anziché i tagli promessi da tutte le forze politiche, cittadini e imprese debbano pure affrontare un Fisco sempre più complicato e ostile, è davvero un’insopportabile beffa.

Matteo Renzi Matteo Renzi

Né le politiche tributarie restrittive hanno contribuito ad abbattere il mostruoso debito pubblico che ci portiamo dietro, salito dal 56,6 per cento del Pil nel 1980 al 121,2 nel 1994, al 135,2 quest’anno. Il fatto è che la pressione fiscale continuerà a restare quest’anno e ancora nel 2015 ai livelli massimi del 44 per cento, già toccati nel 2012. Con la previsione di una lievissima discesa (0,3 punti) soltanto nel 2016.

ENRICO LETTA ENRICO LETTA

Fra il 2005 e il 2014 le entrate tributarie sono aumentate nominalmente del 21,1 per cento, quasi il doppio rispetto all’andamento del Prodotto interno lordo a prezzi correnti: cresciuto invece di appena il 10,2 per cento. Nessuno in Europa ha fatto peggio di noi. L’aumento del carico fiscale in Italia, nel decennio considerato, è risultato come in Grecia pari a 3,5 punti di Pil. Il quadruplo rispetto all’incremento dello 0,9 per cento registrato nell’intera Unione Europea. E due volte e mezzo la crescita verificatasi nell’area della moneta unica (1,4 per cento). Con condizioni che, lamenta la Confartigianato, hanno penalizzato pesantemente le imprese.

Sulla base degli indicatori del Total tax rate di Doing business della Banca Mondiale, il rapporto stima che in Italia la somma delle tasse nazionali e territoriali sul risultato operativo lordo abbia raggiunto nel 2013 il 65,8 per cento. Valore che posizionerebbe il nostro Paese al quindicesimo posto su 189 nazioni, facendoci guadagnare la prima posizione assoluta in Europa davanti alla Francia (64,7 per cento), alla Spagna (58,6) e alla Germania (49,4).

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