AGGRAPPATI ALLE PATURNIE CARCERARIE DEL BANANA - L’ULTIMATUM: “UNA VIA D’USCITA IN 10 GIORNI O È CRISI”

Paola Di Caro per il "Corriere della Sera"

Ha chiamato a raccolta falchi e colombe, comunque gli uomini e le donne di cui si fida. Per ascoltarli, ma soprattutto per dettare una linea che adesso diventa, ufficialmente, quella di tutto il Pdl. Silvio Berlusconi riunisce per la prima volta da quando è rinchiuso nel suo quartier generale di Villa san Martino buona parte del vertice del partito - Alfano, Verdini, Santanchè, Gelmini, Brunetta, Capezzone - e in un lungo vertice passa in rassegna tutte le ipotesi sul campo per difendere «il mio onore e i miei diritti politici» e per verificare se esiste ancora una possibilità, anche se solo infinitesimale, di evitare la rottura del patto di governo.

Lo si farà, ma in un tempo ben definito, con un cronoprogramma già stabilito: oggi Alfano, assieme a Brunetta, parlerà con Enrico Letta per presentare obiezioni e richieste del Pdl, e avrà 3-4 giorni per approfondire con lui le possibili vie d'uscita. Entro fine mese la risposta del Pd, e di Napolitano, dovrà arrivare, chiara e netta, magari.

Se sarà di chiusura, Berlusconi non aspetterà il 9 settembre, data in cui la giunta si riunirà per decidere sulle sue dimissioni, ma già a fine agosto partirà la «controffensiva» mediatica del Cavaliere: un messaggio agli italiani in video, poi il discorso in Senato, durissimo, sulla giustizia. Sarebbe l'apertura sostanziale della crisi, e di conseguenza della - auspicata dal Pdl - campagna elettorale.

Il clima è pesantissimo. Il Cavaliere, racconta chi c'era, con il passare dei giorni non si è affatto rasserenato, ma è sempre più convinto che la strada del dialogo, della ragionevolezza, della moderazione e della responsabilità non abbia «portato a niente», e che sia ora di «cambiare strategia». Nelle ultime 48 ore, non ha affatto cambiato idea: «Non vedo aperture da parte loro, anzi le parole di Letta sia al Meeting di Rimini che quelle dell'intervista alla televisione austriaca arrivate ora, non promettono nulla di buono. Anzi...».

Ha ascoltato l'ex premier i suggerimenti delle colombe, di Alfano, della Gelmini, che riportano quello che è l'ultimo, disperato tentativo di Gianni Letta: «Dobbiamo cercare di ottenere tempo e un esame serio dalla giunta per le Elezioni, e il ricorso alla Corte costituzionale per verificare la costituzionalità della legge Severino è una strada percorribile.

Tanti esperti hanno espresso dubbi, chiederò al premier di farsi carico col suo partito di questo problema - ha detto il segretario -. Se accetteranno, avremo 7-8 mesi di agibilità politica, i lavori della giunta potrebbero fermarsi. Dobbiamo provarci, altrimenti è giusto essere pronti alla rottura». E sia Brunetta che Quagliariello già intravvedono la via per uscire dall'impasse: la commutazione della pena da parte di Napolitano.

Anche se non ha frenato i suoi, il Cavaliere è il primo a crederci poco: «Cosa posso aspettarmi da una Corte costituzionale politicizzata che, quando ha potuto, mi ha sempre dato contro? Come da un capo dello Stato che si è limitato a una nota inaccettabile, da un Pd che si vergogna a stare al governo con noi?». Per questo, non potranno esserci né «semplici rinvii né inutili prese di tempo, che gioverebbero solo a loro».

L'opinione comunque con la quale si è usciti dal vertice, unitariamente e senza grosse distinzioni, è quella dettata da Berlusconi: «Ci pensi il premier, ci pensi Napolitano a risolvere questa questione, se ci tengono tanto al governo. Non è ammissibile un voto in commissione che mi faccia decadere da senatore, e tantomeno si aspettino che io chieda la grazia. Sono loro che devono risolvere questa situazione».

E il tempo stringe: Berlusconi, ha spiegato ai suoi, non ha alcuna intenzione di perdere un minuto, perché l'unico effetto sarebbe quello di «traccheggiare» fino a quando si sarà chiusa la finestra elettorale dell'autunno in modo da «metterci a margine e impedirci di presentarci ai nostri elettori».

Bisogna insomma battere sul tempo il Pd, non finire nella melassa: «Esigiamo risposte chiare». E la risposta, come dice Gaetano Quagliariello in un'intervista al Foglio , è molto semplice: «Se si dovesse trasformare la giunta del Senato da luogo della meditata ponderazione al teatro di un plotone di esecuzione, il centrodestra avrà il suo dramma da affrontare ma l'Italia non ne uscirebbe indenne».

L'impresa è pressoché disperata, e nonostante le colombe vogliano tentare la strada, anche moderati come Fabrizio Cicchitto stanno per arrendersi: «Se si dimostrerà che per loro il nostro leader è solo un nemico da abbattere, anche io, nonostante pensi che la stabilità del governo sia un valore, ne prenderò atto». Dieci giorni per capire, dieci giorni per decidere il destino di un governo sul quale la sentenza Mediaset non poteva, come in fondo tutti sapevano, non avere un peso decisivo.

 

 

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