1. 2013, NELL’ANNO DELLLA FINE INGLORIOSA DI RIGOR MONTIS, DELLA RESURREZIONE DI LAZZARO-NAPOLITANO, DEI FORCONI SPUNTATI (GRILLO, RENZI, IL JAGUAR-O DELL’AGRO PONTINO) E DELLA CACCIATA DEL BANANA-BERLUSCONI DAL SENATO, L’UNICA DATA DAVVERO MEMORABILE DELL’ANNO POTREBBE ESSERE IL 3 DICEMBRE. DOPO OTTO ANNI LA CORTE COSTITUZIONALE BOCCIAVA L’IGNOBILE PORCELLUM CHE POTREBBE SEGNARE DAVVERO LA FINE DELLA COSIDDETTA SECONDA REPUBBLICA, LA PIU’ AMATA DAI GIORNALONI DEI POTERI MARCI CHE AVEVANO CAVALCATO LA “RIVOLUZIONE ITALIANA” 2. SOLTANTO OGGI SI POSSONO CALCOLARE LE FERITE INFERTE ALLE ISTITUZIONI POLITICHE DA LOR SIGNORI DELL’ECONOMIA E DELLA FINANZA (DA AGNELLI-ROMITI A CUCCIA) CHE NEL VOLER MANDARE A CASA LA PARTIROCRAZIA (SPESSO INDIFENDIBILE) SONO FINITI CON LE PEZZE AL CULO AD ELEMOSINARE CHE QUALCHE FONDO ESTERO SE LE COMPRI

DAGOANALISI

Il 2013 non sarà l'Anno dei Forconi come avevano annunciato catastroficamente i media scambiando per un novello Juan Peron dell'agro pontino, Danilo Calvani, che guida le sommosse popolari a cavallo di una fiammeggiante Jaguar. All'adunata oceanica promossa nella Capitale, si è presentato un manipolo di tremila descamisados che ha colto l'occasione solo per fare gli acquisti di Natale. La rivolta è rinviata a nuova data attraverso le pagine dei pagine dei quotidiani.

Dai Forconi dei masaniello (da strapazzo) ai paginoni dei giornaloni dei Poteri marci il flop resta comunque memorabile per entrambi i protagonisti della clamorosa debacle nell'anno che ha visto, in primis, le dimissioni di Papa Ratzinger dal soglio pontificio è l'elezione dell'argentino Francesco I.

Una successione epocale quella avvenuta entro le strette mura vaticane e fuori dall'Italia dei Palazzi. Mentre sulla linea della continuità (in nome della presunta stabilità) è stata la rielezione al Quirinale di Re Travicello Giorgio.

Un passaggio istituzionale quasi obbligato (e riparatore) da parte del capo dello Stato dopo le dimissioni del governo-zero guidato da Rigor Mortis e l'esito di un voto elettorale in febbraio (anticipato imprudentemente dal Colle) che ha visto la mancata vittoria al Senato di Culatello Bersani. Con l'ascesa a palazzo Chigi dell'ultimo prodotto della sinistra Dc-doc, Enrico Letta.

E nell'anno che sta per chiudersi - a ben guardare -, soltanto l'ex premier Monti, nonostante il solito accompagnamento trionfale della grancassa (stonata) dei media, ha fatto peggio del Jaguar(o) dell'agro pontino al momento di mobilitare i suoi nella presa di Roma (politica). Finendo però per raccogliere soltanto una manciata misera di preferenze.

Così, nonostante le previsioni dei Barbanera della carta stampata il 2013 non sarà ricordato né per i Forconi, in nome del falso populismo, né per le imprese governative di "Sciolta civica" di Monti e di "Italia Futura" di Luchino Montezemolo.

Una stagione davvero maledetta, la sua, tra la Ferrari umiliata dalla Red Bull di Vettel e un esordio in politica a dir poco mortificante.
Già. Il 2013 anno dei forconi (spuntati) e dei mancati tumulti popolari.

Neppure la caduta del Banana-Berlusconi e la sua cacciata dal Senato hanno provocato le prese della Bastiglia (Quirinale) da parte dei san-culottes capitanati dalla combattiva Daniela Santachè e da Dudù-Brunetta. Al più sono state minacciate mentre si consumava l'ennesima scissione con Angelino Alfano che abbandonava palazzo Grazioli per fondare altrove l'ennesimo centrino senza futuro. Nel frattempo gli unici rimasti a dar credito alla rivoluzione annunciata da Beppe-Mao Grillo sono i banchieri americani della Lehman Brothers esperti soprattutto in crack finanziari (non previsti).

Sul "rottamatore" Matteo Renzi, il più amato da "la Repubblica" di De Benedetti-Mauro, uscito vincitore-segretario dalle ultime primarie del Pd, al momento si può soltanto prendere atto che a votarlo sono stati i sessantenni dell'ex Pci. Alla faccia del rinnovamento e del passaggio generazionale strombazzato.

Alla fin fine, l'unica data davvero memorabile dell'anno in scadenza potrebbe essere il 3 dicembre. Dopo otto anni la Corte costituzionale bocciava l'ignobile legge elettorale detta Porcellum.

E se da qualche tempo la politologia "à la carte" che tiene cattedra sui giornaloni dei Poteri marci era alla ricerca di una data (possibile) che segnasse pure la fine della cosiddetta seconda Repubblica ora è stata accontentata. Un arrovellarsi convulso e confuso quello dei direttori dei quotidiani e dei loro professori dalla virgola accigliata (a pagamento).

Un tentativo disperato (e miserabile) per chiudere in qualche modo un ventennio sciagurato dopo averlo inaugurato con un fiume di articolesse che, da un giorno all'altro, annunciavano agli ignari italiani l'inizio di una nuova mirabile stagione istituzionale per effetto di quella che, stampa e tv, volle far passare (abusivamente) per "rivoluzione italiana".

Le collezioni di Corriere, Stampa, Repubblica, Unità e gazzette varie (e avariate) stanno lì a ricordarcelo quel giorno che a giudizio (insindacabile) di Mieli, Scalfari, Mauro e dei loro editori la prima Repubblica, nata nel dopoguerra dalla Resistenza, era morta e sepolta per colpa di una partitocrazia sempre più arrogante corrotta.
Il che non era lontano dalla verità (storica).

Ben prima però dell'azione mediatico-giudiziaria di Tangentopoli era stato il referendum Segni del 1991 a dare una spallata decisiva a quel sistema politico che, nel bene come nel male, negli ultimi sessant'anni aveva consentito all'Italia di figurare tra gli otto Paesi meglio piazzati economicamente al mondo.

Anche se tutto ha origine tre anni prima, 1988, con il "Manifesto dei 31" animato dal figliolo sfortunato dell'ex presidente della Repubblica Antonio Segni, che tra i firmatari annoverava Umberto Agnelli (il tesoriere), Luchino Cordero di Montezemolo, il fisico Antonino Zichichi e lo storico del socialismo, Giuseppe Tamburrano.
La sfortunata "Italia Futura" era ancora tutta da divenire per l'ex ragazzo spazzola dell'Avvocato.

Una pattuglia d'incursori, mandata in avanscoperta a fare da ariete nel Palazzo governato dall'impresentabile Caf (Craxi-Andreotti-Forlani). Dietro gli arditi referendari agivano però i grandi potentati industriali e finanziari che volevano avere mano libera sulle annunciate liberalizzazioni & privatizzazioni: Fiat (Agnelli&Romiti), Mediobanca (Cuccia) e i pezzi da Novanta della Confindustria.

Lo schivo Gnomo di via Filodrammatici, incurante di venire meno ai suoi imprescindibili principi di non apparire mai, stavolta si recava ai tavolini dei referendari per apporre la propria firma. Un segnale visibile per quel capitalismo famigliare e avido che poteva contare su Mediobanca per difendere le proprie rendite di potere e occultare le proprie perdite, da scaricare sul gobbo dello stato.

Qualche sera fa a Milano, l'ex premier Romano Prodi - uno dei pochi che non si è piegato mai ai diktat di Cuccia -, si è preso la licenza di ricordare che la Mediobanca di don Enrico "ha messo l'Italia nel freezer e nel freezer il cibo si conserva bene ma non si moltiplica. Penso - ha aggiunto - che la sparizione della grande industria italiana debba molto a questo congelamento".
Tant'è.

Nel giugno del 1991 gli italiani furono invitati alle urne per esprimersi sull'abrogazione delle preferenze multiple alle elezioni politiche. E sotto l'azione populistica dei media e nonostante gli inviti "ad andare al mare" di Craxi il "Sì" prevalse con il 95,6%, Anche se soltanto metà degli elettori s'impegnò alla fine in quella battaglia truffaldina.

Ma pochi ricordano che anche allora la Corte costituzionale ammise la consultazione dopo aver bocciato i due quesiti suggeriti dai radicali di Marco Pannella, favorevoli all'introduzione del maggioritario al Senato. E sull'onda dell'assalto al Palazzo ci si dimenticò pure che, in realtà, ai tempi soltanto il 30% dei votanti aggiungeva le proprie preferenze (a volte con indecenti magheggi soprattutto nel Meridione) al momento di scegliere il proprio partito.
Tant'è.

Il referendum Segni, che aveva lo scopo politico di mettere in angolo i partiti (o la partitocrazia) e non di far nascere un nuovo e solido impianto istituzionale, apriva le porte prima al Mattarellum (1993) e, in seguito, al Porcellum, fortemente voluto da Silvio Berlusconi alla vigilia della tornata elettorale del 2006. E l'opposizione di "lotta e di governo" (Pd in prima fila) si è ben guardata, almeno fino all'altro ieri (intervento decisivo della Corte costituzionale), di agire con estrema durezza e determinazione per cancellare quella "porcata".

L'idea di potersi scegliere e nominare i propri parlamentari al fin fine non dispiaceva neppure a Massimo D'Alema e ai suoi nipotini (indisciplinati).
A questa "politicizzazione populista", fenomeno che non può essere spiegato soltanto dando addosso al post-politico Silvio Berlusconi, hanno contribuito in maniera decisiva i giornaloni dei Poteri marci con la loro caccia alle Caste e con la ricerca di un alibi dopo per aver sguazzato per vent'anni nella porcilaia Italia.

Ma la sentenza dell'Alta corte che boccia senza appello il sistema elettorale Porcellum, con buona pace di Matteo Renzi che assomiglia sempre più al "Signor No" di ‘Lascia e raddoppia', stavolta potrebbe segnare davvero la fine della cosiddetta seconda Repubblica. E con buona pace anche di quanti avevano immaginato che l'espulsione di Berlusconi dal Senato potesse considerarsi l'atto finale di un ventennio scandito dai Bunga-Bunga e dalle sentenze giudiziarie a orologeria.
In attesa della "terza" conviene comunque stringere le dita.

Ps.
Lo scrittore e giornalista Giampiero Mughini ha appena pubblicato per Bompiani un delicato e raffinato volume di memorie (personali) dal titolo "Una casa romana racconta" in cui vive in pratica da esiliato in patria. Anni bellissimi, confessa l'autore, quando gli imbecilli erano una minoranza e i giornali "duravano e tanti amici ci leggevano". Ma di Mughini, una mosca bianca nel nostro mestiere, andrebbe rieditato in fretta il suo saggio dal titolo "Un disastro chiamato seconda Repubblica" (Mondadori, maggio 2005) che anticipa e scarnifica, quasi in presa diretta, quel cupo panorama politico italiano che abbiamo vissuto negli ultimi vent'anni. E senza bisogno di successive revisioni o di tardivi pentimenti.

 

CALVANI il LEADER DEI FORCONI VA AL COMIZIO IN JAGUAR MARIO MONTI CON IL CANE ALLE INVASIONI BARBARICHE IL SALUTO TRA RENZI E BERSANI MONTEZEMOLO-CASINIberlusconi alfano brunetta verdini santanch nella nuova sede di forza italia 2006 - FESTA PER I 30 ANNI DI REPUBBLICA - GIGI MELEGA - CARLO CARACCIOLO - MARIO PIRANI - EZIO MAURO - EUGENIO SCALFARI Ferruccio de Bortoli Paolo Mieli Scott Jovane e Laura Donnini, amministratore delegato di RCS Libri.Mario Segni agnelli enrico cucciaenrico cuccia02 lapCesare Romiti BERLUSCONI CON PANNELLA RENZI dalemaVIGNETTA BENNY DA LIBERO RENZI NAPOLITANO DALEMA LETTA MARINA RIPA DI MEANA GIANPIERO MUGHINI undisastro mughini cover

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