VIENI AVANTI, PEPINO! - LIVIO PEPINO, TRA I FONDATORI DI MAGISTRATURA DEMOCRATICA, GIA’ MEMBRO DEL CSM, ATTACCA GLI EX COLLEGHI - “FORTI CON I DEBOLI” E’ IL TITOLO DEL SUO DURISSIMO PAMPHLET DI DENUNCIA DEI “FENOMENI DI AUTONORMALIZZAZIONE IN ATTO DENTRO LA MAGISTRATURA” - PER ESEMPIO? “LA DIFFUSA ASPIRAZIONE DI ALTI O MEDI MAGISTRATI A RUOLI DI GRAND COMMIS O SEMPLICEMENTE DI COMMIS DEL POTERE…”

Gianluca Di Feo per L'Espresso

La legge non è uguale per tutti. E la responsabilità è anche della magistratura che sta rinunciando al suo ruolo autonomo stabilito dalla Costituzione e torna a schierarsi con il potere, come accadeva fino agli anni Settanta. Trasformandosi così nello strumento per livellare i diritti dei lavoratori, abbassare la sicurezza nelle fabbriche, reprimere i conflitti sociali, criminalizzare i migranti, riempire le carceri, chiudere gli occhi davanti ai quesiti della bioetica.

Conformismo e ambizione contagiano la maggioranza di giudici e pubblici ministeri, sempre più autoreferenziali, mentre il termine "legalità" viene ridotto a uno slogan per imporre una sorta di quieto vivere. Persino «il cuneo aperto con Mani Pulite sembra richiudersi. La Giustizia ha colpito alcuni forti ma mostra tutta la sua impotenza di fronte la categoria dei forti complessivamente considerati: i corrotti come gli evasori fiscali e i finanzieri dediti ad allegre e incontrollate speculazioni».

La denuncia viene da una toga orgogliosamente rossa, Livio Pepino: tra i fondatori dell'associazione sindacale Magistratura democratica, di cui è stato presidente; poi sostituto procuratore generale a Torino, consigliere di Cassazione e fino al 2010 membro del Csm, l'organo di autogoverno dei giudici. Due anni fa ha lasciato il servizio, senza rinunciare a fare sentire la sua voce critica verso i provvedimenti degli ex colleghi: celebre lo scontro con Giancarlo Caselli per gli arresti dei No Tav della Val di Susa. Adesso Pepino dà forma completa alla sua analisi in un pamphlet di 330 pagine - in uscita per Bur-Rizzoli la prossima settimana - che sin dal titolo "Forti con i deboli" vuole aprire un dibattito sulla decadenza della giustizia italiana.

La sua diagnosi è allarmante: «Il rifiuto dei forti di accettare anche per sé, le regole poste per tutti i cittadini (prima fra tutte la sottoposizione al controllo giudiziario dei comportamenti potenzialmente illeciti) sta scardinando le basi dello stato di diritto». Certo, è il Parlamento che fa le leggi. Ma l'attenzione del testo è rivolta soprattutto al modo in cui sono state applicate. E all'atteggiamento di giudici e pubblici ministeri che sempre più spesso rinunciano a provocare quei «piccoli terremoti» descritti da Italo Calvino ne "L'apologo dell'onestà nel Paese dei corrotti": «Di tanto in tanto, quando meno ce lo si aspettava, un tribunale decideva di applicare la legge, provocando piccoli terremoti in qualche centro di potere».

Con questi interventi sismici la magistratura - secondo Pepino - introduceva «nel sistema elementi di contraddizione, offrendo alla politica e alla società importanti prospettive e input nuovi per il cambiamento». Un «fattore di disturbo di assetti consolidati basati sulla forza anziché sul diritto». Ma questa stagione si è chiusa, lasciando il posto al «moderatismo o alla rinuncia». Il libro descrive i «fenomeni di autonormalizzazione in atto dentro la magistratura.

Si va da una improvvisa e inarrestabile passione per l'accentramento e l'omogenizzazione forzata (che suggerisce procure nazionali per ogni emergenza e nuovi poteri per i capi degli uffici) alla diffusa aspirazione di alti o medi magistrati a ruoli di grand commis o semplicemente di commis del potere; alla riemergente egemonia della vocazione corporativa e funzionariale dell'apparato giudiziario (refrattario a ogni cambiamento in vista di una maggiore funzionalità del sistema giustizia); dal crescente fastidio per la partecipazione di alcuni magistrati al dibattito pubblico delle idee alla vera e propria idiosincrasia alle critiche interne ed esterne (ammesse in astratto ma respinte con sdegno, come indebite interferenze o preoccupanti delegittimazioni, quando riferite a concrete manifestazioni di attività giudiziaria)».

L'ex presidente di Magistratura democratica sottolinea: «Tutto questo fa parte di un atteggiamento diffuso anche in quella che è stata la sinistra (politica e giudiziaria): l'affermazione apodittica che il periodo eroico è finito, che non è più tempo di scontro e rottura, che occorre passare dall'eresia al governo. Posizione tanto suggestiva quanto sbagliata e fuorviante, ancorché favorita dal pensiero dominante: perché il mondo è cambiato ma permangono e anzi sono aumentate, la disuguaglianza e la povertà e perché in ogni caso una magistratura schierata, in forza della Costituzione, con i deboli, non si addice l'omogeneità del potere, qualunque esso sia».

L'analisi parte da lontano e spazia in ogni settore. Molto incisivo il capitolo sulle stragi impunite, «in cui la Giustizia ha dimostrato di avere armi spuntate. La ragione fondamentale di questa resa sta nella compromissione con le stragi di pezzi significativi dello Stato... A fronte di ciò poco ha potuto o saputo fare la magistratura, i cui accertamenti più significativi sono stati opera di singoli o di uffici isolati». Durissimi e attuali i paragrafi sull'ordine pubblico e le manifestazioni, con la rinuncia alla gestione negoziata della piazza, che si era imposta nella seconda metà degli anni Settanta grazie anche al ruolo nei cortei dei sindacati: dal G8 di Genova si è invece tornati allo scontro frontale, con il cambiamento dei modi della protesta e della risposta della polizia.

Pepino esamina in particolare l'atteggiamento della magistratura, che avrebbe usato pesi diversi nel giudicare agenti e dimostranti: «Emerge in maniera massiccia la disparità di trattamento nella gestione dei procedimenti a seconda dei soggetti coinvolti. Basta pensare ai tempi: mentre i processi per violenza o resistenza ai pubblici ufficiali hanno per lo più corsie preferenziali, le indagini per (denunciati) soprusi delle forze dell'ordine procedono - quando procedono - a rilento». Parla molto anche di diritto del lavoro, dove la paralisi dei tribunali vanifica la tutela, e usa parole molto severe nei confronti della Fiat di ieri e di oggi, contestando anche le decisioni del governo Monti in tema di licenziamenti. Spietato l'esame statistico dello «Stato penale» che riempie le carceri: «La popolazione carceraria aumenta e la sua composizione propone sulla scena soggetti tradizionalmente privi di rappresentazione nel diritto e nella sua storia: i poveri».

Pepino è categorico: la stagione innovativa aperta con la Costituzione del 1948 si è chiusa. «Nuovi soggetti e nuovi movimenti possono riprendere quel percorso. Ma per farlo non basta navigare a vista e accontentarsi del pensiero forte, magari sostenuto da un'iniezione di efficienza. Occorrono idee forti sul senso della giurisdizione e capacità - per realizzarle - di rompere gli schemi comuni. Sapendo che, per restituire giustizia ai deboli, occorre prima di tutto, limitare il potere dei forti».

 

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