mohammad bagher ghalibaf donald trump

CHI MENTE TRA TRUMP E IL REGIME IRANIANO? – IL PRESIDENTE DEL PARLAMENTO DI TEHERAN, MOHAMMAD BAGHER GHALIBAF, HA SMENTITO I COLLOQUI CON GLI USA ANNUNCIATI DAL CALIGOLA DELLA CASA BIANCA. A CHI DOBBIAMO CREDERE? POSSIBILE CHE IL TYCOON SI SIA INVENTATO TUTTO? – L’AMBASCIATORE STEFANINI: “SCOPRIREMO CHI MENTE. POSSIBILMENTE ENTRAMBI. NÉ IL PRESIDENTE AMERICANO NÉ TEHERAN SON ALIENI DALLE FAKE NEWS, ANZI SPESSO LE COLTIVANO. DALL'UNA E DALL'ALTRA PARTE PUÒ ESSERE IN CORSO UN POSIZIONAMENTO PER IMBOCCARE UNA VIA D'USCITA DAL VICOLO CIECO DELLA GUERRA SENZA PERDITE DI FACCIA…”

Estratto dell’articolo di Stefano Stefanini per “la Stampa”

 

DONALD TRUMP E I GIORNALISTI

Un termine perentorio rinviato non è sorprendente – Trump lo fa spesso, l'ha rifatto ieri. Lo sono i "colloqui" Usa-Iran. A conto alla rovescia in corso, al mondo in ansia per il ticchettio del cronometro, Donald Trump ha comunicato che l'ultimatum era prorogato di cinque giorni grazie alla diplomazia bilaterale in corso fra Washington e Teheran.

 

Cioè ha detto che Usa e Iran si parlano, pur senza dire come, dove e con chi o tramite chi. A caldo, l'Iran lo nega. Chi mente?

 

Mohammad Bagher Ghalibaf

[…]  nell'arco di quarantott'ore il presidente americano è passato dal borbottare il rallentamento delle operazioni militari contro l'Iran per missione (quasi) compiuta, all'intimidazione di immediata riapertura di Hormuz alla navigazione commerciale pena fuoco alzo zero – «obliterazione», termine prediletto, delle infrastrutture civili del Paese, crimine di guerra come gli è stato subito addebitato – all'annuncio, a sorpresa, che da due giorni Usa e Iran stavano conducendo «ottimi e produttivi colloqui sulla completa e totale risoluzione delle loro ostilità in Medio Oriente».

 

donald trump - stretto doi hormuz

Pertanto aveva dato istruzioni al Pentagono di rinviare per cinque giorni qualsiasi intervento contro centrali e infrastrutture energetiche iraniane. Il cosa succederà dopo questo periodo di grazia «dipende dal successo degli incontri e conversazioni in corso». Da parte di Teheran nessuna conferma.

 

Al contrario, i dinieghi del presidente del Parlamento iraniano, Mohammad Bagher Ghalibaf, e dell'agenzia ufficiale Irna. Imperterrito, Trump invece raddoppiava parlando di rinuncia all'atomica e cambio di regime in corso a Teheran.

 

STEFANO STEFANINI

Scopriremo chi mente. Possibilmente entrambi. Né il presidente americano né Teheran son alieni dalle "fake news", anzi spesso le coltivano. Dall'una e dall'altra parte può ben essere in corso un posizionamento per imboccare una via d'uscita dal vicolo cieco della guerra senza perdite di faccia.

 

Vedremo. Al momento il cambio di scenario di ieri, temporaneo per cinque giorni o più duraturo, pone tre ordini di questioni: cosa succede in questo periodo di grazia; quali possano essere i canali diplomatici attraverso cui Washington e Teheran stanno negoziando e/o intendano farlo; quale possa essere l'esito di questa pausa diplomatica a guerra in corso.

 

Mohammad Bagher Ghalibaf

I cinque giorni di grazia, infatti, non interrompono in alcun modo la guerra. Né le conseguenze negative su forniture energetiche e prezzi; il sollievo dei mercati e il calo del Brent sono solo psicologici. I danni proseguono. […]

 

Tutte le altre operazioni militari continuano. A maggior ragione quelle israeliane. Netanyahu ha fatto buon viso all'annuncio dicendosi convinto che porti a una cessazione delle ostilità sì, ma con un Iran neutralizzato. Intanto Israele le intensificherà al massimo. L'Iran risponderà.

 

JARED KUSHNER CON STEVE WITKOFF A DAVOS - FOTO LAPRESSE

Al massimo attenuando gli attacchi a bersagli americani e nei Paesi del Golfo. Forse. Se effettivamente li rallenterà, vorrà dire che il processo diplomatico bilaterale con Washington è stato avviato e Teheran intende percorrerlo. L'Iran è tosto, ha in mano l'arma Hormuz, ma sta pagando un prezzo militare ed economico enorme.

 

Il mistero sono proprio i «colloqui» di cui Trump parla con tanta insistenza e con una certa precisione. Pur senza sottovalutare il suo rapporto creativo con i fatti, non possono essere un'invenzione.

 

BENJAMIN NETANYAHU BURATTINAIO DI DONALD TRUMP

Finora i suoi negoziatori di fiducia Steve Witkoff e Jared Kushner non si sono mossi, ma le vie della diplomazia sono infinite. L'ipotesi più plausibile è un'intermediazione, forse già in atto. Erdogan, che ha un buon rapporto con Trump, non si tira mai indietro pur con alterne fortune, vedi Ucraina.

 

L'Oman è sicuramente pronto a riprendere questo ruolo malgrado l'insuccesso dei negoziati pre-guerra. Se l'Iran, come fa capire, intende porre condizioni facendo leva sul controllo dello Stretto, forse Muscat non basterebbe.

 

Per essere garantito contro una ripresa delle ostilità, l'Iran potrebbe volere al tavolo pesi massimi come la Russia e/o la Cina. E se Putin ne avesse già parlato con Trump in quella lunga telefonata di cui sappiamo solo che c'è stata?

 

MOHAMMED BIN SALMAN CON DONALD TRUMP ALLA CASA BIANCA

Difficile che da cinque giorni di relativa grazia diplomatica scaturisca una soluzione netta. Tra vittoria e supremazia militari di Usa e Israele da una parte, tenuta politica del regime di Teheran e ricatto commerciale-energetico dello Stretto dall'altra, non rimane che la «soluzione a metà», temuta dai Paesi del Golfo.

 

Un Iran teocratico sopravvissuto dopo una guerra ha esposto tutta la loro vulnerabilità rappresenta una perdurante minaccia al loro futuro. È quanto consentirebbe a Donald Trump di dichiarar vittoria e occuparsi d'altro – è il turno di Cuba.

 

stretto di hormuz e guerra nel golfo

Questo ne fa un punto di caduta plausibile e, per molti versi, auspicabile anche per l'Europa alle prese con una crisi energetica in arrivo. Più preso mitigata, meglio è. Ma non è detto. Il sollievo di ieri deve ancora consolidarsi. Cinque giorni sono più o meno il tempo che serve per far arrivare in vista di Hormuz le navi con a bordo i marines. Tutte le opzioni sono ancora sul tavolo di Trump. L'ago oscilla ancora fra guerra e pace.

donald trump marco rubio

 

 

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