paolo mieli donald trump

MIELI CHE COLA SUL PUZZONE TRUMP: ‘GERUSALEMME CAPITALE D’ISRAELE? L’ITALIA NON DOVEVA VOTARE CONTRO. DALLE ELEZIONI, TUTTO QUELLO CHE ARRIVA DAGLI USA DEVE ESSERE BOCCIATO, ANCHE QUANDO HA RADICI E RAGIONI LONTANE DA TRUMP. CHE MANDA CENTINAIA DI MILIONI DI ARMI IN UCRAINA PER LA DIFESA DALL’INVASIONE RUSSA. E FA BENE’

Paolo Mieli per il ‘Corriere della Sera

 

paolo mieli

Uno degli effetti più nefasti del primo anno di Donald Trump alla Casa Bianca — oltre ai molti, troppi, che siamo costretti a rimarcare pressoché quotidianamente — è stato quello di aver indotto l’Europa tutta ad una sorta di liberalizzazione delle patenti di antiamericanismo. Non c’è più bisogno di esami, è sufficiente una dichiarazione di ostilità all’attuale presidente degli Stati Uniti perché venga automaticamente concessa una licenza generalizzata di vituperio nei confronti di ogni singolo atto della politica americana (e, come ha notato qualche giorno fa su queste pagine Angelo Panebianco, di implicito ossequio a quella russa).

 

donald trump firma per spostare l ambasciata a gerusalemme

La penultima scelta di Washington sottoposta a un non meditato linciaggio è stata quella del riconoscimento di Gerusalemme come capitale d’Israele: sarebbe stato quantomeno degno di interesse ricostruire come andò nel 1995 quando, presidente Bill Clinton, una legge approvata dal Congresso stabilì che gli Stati Uniti dovessero per l’appunto spostare la propria ambasciata da Tel Aviv alla città delle tre religioni. Certo, successivamente, per ben ventidue anni, la presa d’atto di quel voto era stata sempre rinviata. Ma un rinvio non dovrebbe comportare il venir meno delle ragioni di fondo di una decisione del Congresso.

 

la sindaca virginia raggi e paolo mieli

Quali furono queste ragioni? Chi obiettò all’epoca negli Stati Uniti e tra quei Paesi d’Europa che adesso si sono schierati quasi all’unanimità nella condanna all’Onu del passo statunitense? È sicuro il nostro Paese che non sarebbe stato più saggio scegliere l’astensione? Più che la scelta in sé, colpisce la nostra irruenza, il nostro riflesso quasi automatico come troppe volte è accaduto alle Nazioni Unite (in compagnia della quasi totalità dei Paesi più illiberali della terra oltreché, ripetiamo, del resto d’Europa salvo rare eccezioni).

 

Ma non sarà, temiamo, un caso isolato. Già si può notare, qui nel nostro continente (e segnatamente in Italia), la crescita di un movimento di opinione teso a minimizzare la gravità delle condizioni in cui ancor oggi si trova l’Ucraina costantemente assediata da russi e filorussi nel Donbass. Movimento d’opinione che, di conseguenza, con un tono di voce sempre più alto, chiede siano tolte le sanzioni al Paese di Vladimir Putin.

 

donald trump allo yad vashem

Nei giorni scorsi gli Stati Uniti hanno deciso la vendita di armi a Kiev per trecentocinquanta milioni di dollari: si tratta di missili anticarro Javelin che dovrebbero essere utilizzati contro i carri armati, in una funzione ad ogni evidenza difensiva. I russi (nella persona del viceministro degli Esteri moscovita Grigorij Karasin) hanno reagito accusando gli Stati Uniti di voler «armare il partito della guerra» e minacciando un «bagno di sangue». E anche dall’Europa si è levato il consueto borbottio di rimprovero a Trump.

 

Sembrano trascorsi millenni da quando, nel 2014, un pensatore liberale, Timothy Garton Ash, scrisse una «lettera aperta agli europei» in cui li esortava ad essere meno esitanti nei confronti di quel che accadeva in Ucraina. «Fatevi un esame di coscienza e badate di non essere affetti da qualcuno dei radicati pregiudizi» che gli occidentali nutrono verso quella che fu la cosiddetta Europa dell’Est, etichettata per secoli «come remota, esotica, misteriosa, tenebrosa e così via», ci esortava Garton Ash.

 

Se non vogliamo che gli americani prendano le redini della situazione in Ucraina «perché», chiedeva ancora il pensatore liberale, «non lo facciamo noi?». Cose che si potevano dire quando era presidente Obama, possono essere riproposte oggi nell’ «era Trump»? Ancora tre anni fa, ai tempi della lettera di Garton Ash, George Soros e Adam Michnik si attivavano a favore dell’Ucraina.

TRUMP FIRMA IL DOCUMENTO CHE RICONOSCE GERUSALEMME CAPITALE DI ISRAELE

 

In questi giorni, invece, il ministro degli Esteri tedesco, Sigmar Gabriel, ha rilasciato una bizzarra dichiarazione con cui ha escluso che Ucraina e Turchia possano essere ammesse nell’Unione europea. Ovvio che non sia il momento, questo, di far entrare Ankara e Kiev in Europa. Ma perché appaiare le due capitali in uno stesso discorso? E perché farlo proprio in questo momento?

 

Se stiamo ai fatti dobbiamo solo registrare che il 2017 è stato l’anno più sanguinoso per gli ucraini, da quando è iniziato il conflitto con i russi. I quali russi per giunta si sono ritirati dal Joint Center for Control and Coordination che dovrebbe gestire la tregua prevista dagli accordi di Minsk (settembre 2014). Per converso è in atto da tempo una campagna subliminale che tende a presentare la vittima di questa guerra, l’Ucraina, come un Paese in via di fascistizzazione.

 

E in quanto tale non meritevole della solidarietà occidentale. Gli ucraini in realtà non sono fascisti. Anche se gran parte di loro nel 1941, all’epoca dell’invasione hitleriana, si considerarono «liberati» dal giogo staliniano, ciò che li indusse in molti casi a collaborare con i tedeschi. Salvo poi ribellarsi anche ai nazisti, come fu per Stepan Bandera, fondatore dell’Esercito insurrezionale ucraino, che per questo venne rinchiuso nel campo di concentramento di Sachsenhausen.

putin trump

 

Bandera ebbe due sorelle internate nei gulag staliniani, due fratelli rinchiusi ad Auschwitz: una simmetria quasi perfetta della lotta contro i due totalitarismi del Novecento (pur se il suo impegno di maggior rilievo fu quello contro i russi). Quando il suo Paese, alla fine della Seconda guerra mondiale, cadde nuovamente nelle mani dei sovietici, Bandera fu costretto a cercare riparo a Monaco di Baviera dove un agente del Kgb (confesso) lo avrebbe ucciso nel 1959.

 

trump putin

Allorché all’inizio degli anni Novanta l’Ucraina ha riguadagnato la libertà, il Paese ha progressivamente riscoperto e, dopo la rivolta di piazza Maidan (febbraio 2014), onorato la memoria di Bandera nonché della poetessa Olena Teliha la quale, dalle colonne del giornale Ukrainske Slovo, aveva esortato alla lotta contro i comunisti per poi, però, essere arrestata nel 1941 dalla Gestapo e uccisa, trentacinquenne, dai nazisti nella fossa di Babi Yar. Vicende complicate ma che di per sé non dimostrano che il Paese si stia fascistizzando.

 

corteo a mosca per la pace in ucraina 10

È in atto la formazione di una nuova classe dirigente che cerca le proprie origini nella battaglia sì contro i tedeschi, ma soprattutto contro i russi che nel secondo dopoguerra sono stati padroni dell’Ucraina per più di quarant’anni. I quali russi, dopo aver «concesso» a Kiev l’indipendenza, hanno ripreso con la forza la Crimea e hanno costantemente insidiato, con i loro eserciti, le regioni di confine, Donetsk e Luhansk. È potuto così accadere che nel 2016 la cantante ucraina Susana Jamaladinova, in arte Jamala, vincesse, a Stoccolma, l’Eurovision Song Contest con la canzone «1944» dedicata alla deportazione staliniana dei duecentocinquantamila tatari musulmani di Crimea (per giunta, contro un artista russo, Sergei Lazarev).

 

ucraina festa dell indipendenza

Ed è accaduto anche che in Ucraina abbiano preso piede movimenti d’impronta decisamente fascista. E allora? Negli Stati Uniti, il senatore repubblicano John McCain, fin dall’inizio tra i più tenaci avversari di Trump, stavolta ha appoggiato con decisione la scelta di inviare i missili anticarro a Kiev anche per non lasciare quel Paese da solo, nello stesso stato d’animo in cui si era sentito negli anni Quaranta. Intelligentemente l’uomo che ha costantemente sfidato Trump nel suo stesso campo, ha spiegato che è così che si combattono le «tentazioni autoritarie» nel terzo millennio. L’Europa farebbe bene a riflettere su questa presa di posizione di McCain.

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