NEANCHE SUL DDL ANTISEMITISMO, IL CENTROSINISTRA RIESCE A ESSERE UNITO (POI NON VI LAMENTATE SE RIVINCE LA MELONI) – NONOSTANTE L’APPELLO DELLA SENATRICE A VITA LILIANA SEGRE, SOPRAVVISSUTA ALLA SHOAH, CHE HA AUSPICATO “UNA CONVERGENZA TRASVERSALE”, OGGI IL TESTO È STATO APPROVATO IN SENATO CON I VOTI FAVOREVOLI DEL CENTRODESTRA, DI AZIONE E DEI RENZIANI, IL NO DI M5S E AVS, MENTRE IL PD È RIUSCITO A SPACCARSI AL SUO INTERNO: IL GRUPPO DEM GUIDATO DA BOCCIA HA SCELTO L'ASTENSIONE, MA SEI SENATORI HANNO VOTATO A FAVORE. A COMINCIARE DA GRAZIANO DELRIO, FIRMATARIO DI UN'ALTRA PROPOSTA DI LEGGE SULL'ANTISEMITISMO DISCONOSCIUTA DAL NAZARENO….
DDL ANTISEMITISMO: OK DEL SENATO, 5S E AVS VOTANO NO, PD SI DIVIDE
(ANSA) - ROMA, 04 MAR - Primo via libera dell'aula del Senato al disegno di legge per il contrasto dell'antisemitismo, con 105 sì, 24 no e 21 astensioni. Il testo è stato modificato rispetto a quello iniziale ma il voto è stato molto frammentato, con le opposizioni divise anche all'interno.
Nel mirino, la definizione operativa di antisemitismo adottata dall'International Holocaust Remembrance Alliance (Ihra), citata nell'articolo 1 e contestata dal centrosinistra perché "generica, unilaterale e con ambiguità".
In particolare, il gruppo del Pd si è astenuto tranne alcuni senatori che come preannunciato in aula da Graziano Delrio, hanno votato a favore. Dovrebbero essere almeno 6, i cosiddetti riformisti (si attende riscontro dai tabulati). Tra loro Delrio, che aveva presentato una proposta di legge non sostenuta dai vertici del Pd. A favore pure il centrodestra e i senatori di Italia viva e di Azione. Contrari 5Stelle e Avs.
DDL ANTISEMITISMO SEGRE CHIEDE UNITÀ. PD E M5S NON VOTANO
Niccolò Carratelli per la Stampa - Estratti
schlein fratoianni bonelli conte
Gli episodi di antisemitismo in Italia sono in forte crescita. Ben 963 registrati nel 2025. E la politica resta divisa su una legge che punta a contrastarli e che oggi al Senato non verrà approvata all'unanimità.
C'è stato un aumento dei casi del 100% rispetto al 2023 e del 400% in confronto al 2022, secondo il rapporto presentato ieri dalla Fondazione Cdec (Centro di documentazione ebraica contemporanea). Diffamazioni, minacce, con un picco di discriminazioni e aggressioni fisiche.
L'ultima domenica scorsa a Milano, dove due studenti argentini, sono stati insultati e presi a pugni da un gruppo di circa dieci persone perché portavano la kippah, il copricapo ebraico. Un odio «normalizzato», non sempre contestato, ma anzi «accettato da ampie fasce della popolazione», si legge nel rapporto. La senatrice a vita Liliana Segre parla di una «chiara emergenza» e auspica «una convergenza trasversale» in Parlamento, che, «al di là degli schieramenti, abbia il respiro di vedere nell'antisemitismo un nemico di tutti».
Ma il suo appello è destinato a cadere nel vuoto. Con maggioranza e opposizione che si danno la colpa a vicenda per l'impossibilità di arrivare a un accordo su una legge condivisa. Il testo, a prima firma del leghista Massimiliano Romeo, è stato licenziato ieri dalla commissione Affari costituzionali di palazzo Madama con i voti favorevoli del centrodestra e di Italia Viva, l'astensione di Pd e M5s e il no di Avs.
Centrosinistra spaccato in tre. Uno schema che si riproporrà oggi in Aula, perché le distanze restano, nonostante i tentativi di mediazione e le modifiche apportate al provvedimento. In particolare, l'eliminazione della possibilità di vietare le manifestazioni e delle norme penali, escludendo qualsiasi tipo di sanzione, come chiedevano le opposizioni (e anche Fratelli d'Italia).
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Il nodo principale, però, è rimasto intatto all'articolo 1. È la definizione di antisemitismo secondo l'International Holocaust Remembrance Alliance e, soprattutto, i relativi indicatori, cioè gli esempi pratici dell'applicazione di quella definizione. Contestata a sinistra, in quanto metterebbe a rischio il diritto di critica nei confronti dello Stato di Israele e del governo Netanyahu, creando confusione tra antisionismo e antisemitismo.
Gli emendamenti presentati da Pd e M5s (al voto questa mattina) puntano a cancellare l'adozione del documento dell'Ihra o, quantomeno, degli indicatori. «Se non saranno accolti, nel voto finale ci asterremo», avverte il capogruppo dem al Senato Francesco Boccia, che cristallizza la posizione ufficiale del suo gruppo: «Durissimi contro l'antisemitismo, ma aperti alla possibilità di critica allo Stato di Israele.
Ci auguriamo che la maggioranza voglia accogliere le nostre proposte». Ma la porta è già chiusa: «La dichiarazione dell'Ihra è irrinunciabile – scandisce Maurizio Gasparri, capogruppo di Forza Italia –. Mica stiamo al Parlamento di Hamas. A chi piace Hannoun dovrà fare i conti con la sua coscienza». Riferimento velenoso al presidente di un'associazione palestinese arrestato a Genova con l'accusa di aver dirottato al gruppo terrorista nella Striscia di Gaza i soldi raccolti per scopi umanitari.
Questi i toni della discussione a Palazzo Madama.
Non esattamente quelli auspicati da Segre, che oggi non sarà in Aula per il voto finale. La maggioranza, del resto, si appresta a portare a casa un doppio risultato politico. L'approvazione di una legge, che l'Unione delle comunità ebraiche italiane definisce «una risposta necessaria e responsabile». E la spaccatura delle opposizioni, che voteranno in tre modi diversi, con il Pd dilaniato anche al suo interno. Se il gruppo guidato da Boccia sceglierà l'astensione, infatti, almeno sei senatori voteranno a favore. A cominciare da Graziano Delrio, firmatario di un'altra proposta di legge sull'antisemitismo disconosciuta dal Nazareno.
E convinto che «per la definizione dell'Ihra criticare il governo di Israele non è antisemitismo e questa legge non verrà mai usata per reprimere la libertà di pensiero». La pensano come lui Walter Verini, Filippo Sensi, Sandra Zampa («votare sì è una doverosa assunzione di responsabilità»), Alfredo Bazoli e Pierferdinando Casini. A loro dovrebbe aggiungersi Tatjana Rojc e si sarebbe aggiunta anche Simona Malpezzi, assente perché all'estero. Insomma, quasi un quarto del gruppo Pd (8 su 36) si trova in dissenso con la linea del partito. I riformisti dem lamentano una «gestione di questa vicenda sbagliata fin dall'inizio. Potevamo lavorare meglio e non ritrovarci a questo punto».
alessandro giuli, giovanni amoroso, gian marco centinaio, liliana segre, beppe sala foto lapresse
liliana segre
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