daniela santanche giorgia meloni andrea delmastro

“NON FINIRO’ COME BERLUSCONI” – DOPO I CASI SANTANCHE’, DELMASTRO, LA RUSSA, GIORGIA MELONI PENSA CHE SIA IN ATTO UN TENTATIVO DI COLPIRE L’ESECUTIVO: “NON RISPONDO ALLE PROVOCAZIONI, IL GOVERNO NON VACILLERÀ”. QUELLO CHE LEI CHIAMA CON SPREZZO “POTERE COSTITUITO” E’ IN REALTA’ IL DEEP STATE CON CUI HANNO FATTO I CONTI GIA’ RENZI, SALVINI E CONTE (E’ MEGLIO NON AVERCELO CONTRO) -  COME DAGO-DIXIT, ALLA DUCETTA È BALENATA L’IDEA DI FAR QUADRATO SU DELMASTRO E MOLLARE AL SUO DESTINO LA SANTADECHÉ, CHE PER ORA, NON CI STA A RASSEGNARE LE DIMISSIONI (L’IPOTESI: ALLA PREMIER L’INTERIM DEL TURISMO CHE POI POTREBBE ANDARE A CARAMANNA)...

Estratto dell'articolo di Tommaso Ciriaco per la Repubblica

 

GIORGIA MELONI DANIELA SANTANCHE - MEME BY GRANDE FLAGELLO

Non sottovaluta quello che sta accadendo al suo governo e al suo partito. Ministri in bilico, viceministri ad altissimo rischio di rinvio a giudizio, addirittura il Presidente del Senato — un uomo di strettissima fiducia, l’inventore di FdI — nella tempesta per come ha gestito pubblicamente la notizia della denuncia subita dal figlio per violenza sessuale.

 

Visto da palazzo Chigi, è in atto un tentativo di colpire l’esecutivo e la forza politica che la leader ha condotto dal 3 al 30%. E però, la premier ha evitato finora commenti davanti alle telecamere. Giura di non voler alzare la tensione. Ha invitato i dirigenti a fare lo stesso, professando un metodo antico: calma e sangue freddo. «Io non rispondo alle provocazioni», sostiene in queste ore.

 

giorgia meloni difende daniela santanche meme by edoardo baraldi

Così le considera, almeno. Ciononostante, Meloni non intende neanche sottrarsi a un’analisi ruvida di quanto accaduto e potrebbe accadere. «Avevo messo in conto che un certo potere costituito si sarebbe dimenato per impedire riforme che sono necessarie — sostiene — Quindi sono consapevole di cosa accade, ma decisa a continuare il mio lavoro con serenità e concentrazione». (...)

 

Ma anche un’ostentata tranquillità, che si basa sostanzialmente su una consapevolezza: al momento, i numeri parlamentari e gli avversari poco compatti non permettono di immaginare grandi alternative all’attuale schema politico. E però, ancora una volta: la premier non sottovaluta quello che sta accadendo. Non può ridimensionare gli ostacoli, soltanto giura che quelli degli ultimi giorni non le faranno perdere lucidità: «Se qualcuno pensa davvero di crearmi problemi così — dice — sperando di far vacillare un governo che sta facendo bene in Italia e all’estero, faccia pure, se ne assume la responsabilità. Solo che il tentativo non andrà in porto, perché a me interessa unicamente il consenso degli italiani».

 

LA SELEZIONE DELLA CLASSE DIRIGENTE DI FRATELLI DITALIA - VIGNETTA ELLEKAPPA

Ancora il consenso, di nuovo la promessa di difendere la stabilità dell’esecutivo senza farsi condizionare da quanto sta travolgendo dirigenti di rango di Fratelli d’Italia, uomini fidati, amici. Certo, il comunicato di giovedì con cui le “fonti” di Palazzo Chigi si sono scagliate ad agenzie unificate contro i magistrati non sembra andare nella direzione della pacificazione, né preludere a un abbassamento dei toni.

 

La leader, però, considera quel passaggio — che ovviamente ha vagliato e avallato — una sintesi di quanto sta accadendo, oltreché una reazione dettata da semplice realismo: «Non ho picchiato duro — sostiene — Ho preso atto che si vuole alzare lo scontro, ma non rispondo alle provocazioni». Che è un altro modo per dire ai suoi: calma e sangue freddo, evitiamo altri incidenti.

 

Non risponde alle provocazioni, ma non sembra certo frenare. Ad esempio, non rallenta il progetto di via Arenula di intervenire sulla giustizia. Anzi, al vertice dell’esecutivo sembra di assistere in queste ore a una dinamica per certi versi paradossale: il Guardasigilli Carlo Nordio — spesso bacchettato ufficiosamente da Palazzo Chigi a causa di posizioni ultragarantiste o in conflitto diretto con le toghe — rischia di trasformarsi nell’interprete di una linea politica che può riassumersi così: nessun passo indietro, nessun tentennamento per riformare il pianeta dei giudici. Prima ancora del conflitto con le toghe, però, c’è la sensazione che sia iniziata a Palazzo Chigi una partita differente: tutta politica, o comunque politica prima ancora che giudiziaria. Così, almeno, Meloni sembra interpretare la sequenza di fatti, indiscrezioni, scandali emersi nell’ultima settimana.

 

(...)

 

LA CONTROFFENSIVA DI MELONI

PRENDI I SOLDI E SCAPPA - VIGNETTA BY MACONDO

Estratto dell'articolo di Antonio Fraschilla, Liana Milella per repubblica.it

 

Non si contano gli interventi di Giorgia Meloni, dai banchi dell’opposizione, in difesa delle toghe. Erano il suo idolo. E non si contano le sue richieste di dimissioni di altrettanti esponenti delle vecchie maggioranze finiti nelle inchieste. Ma ora la musica è cambiata. A 180 gradi è mutata la reazione. E lei ha detto ai suoi più stretti collaboratori: «Non pensino di farmi fare la fine di Silvio Berlusconi».

 

Proprio così. Nella giornata in cui il laccio del caso Santanchè si stringe con quello del caso Delmastro, che a sua volta trascina con sé un caso Nordio. Il Guardasigilli in Parlamento ha difeso il suo sottosegretario, arrivando a dire – lui, un ex pm – che le carte che maneggiava non erano segrete. Sulla segretezza, invece, non ha mai avuto dubbi, pur chiedendo l’archiviazione, il vertice della procura di Roma, che si è occupata del caso: il capo Franco Lo Voi e l’aggiunto Paolo Ielo.

 

GIORGIA MELONI E DANIELA SANTANCHE

Meloni alza lo scudo contro la magistratura, “colpevole“ di indagare i suoi ministri. E certo non è una coincidenza se, nelle stesse ore, il vice presidente leghista del Csm, Fabio Pinelli, voti per la prima volta per eleggere un procuratore, quello di Firenze. Lui, avvocato di una parte coinvolta nel processo Open, non solo non si astiene, ma vota sapendo che il suo voto vale doppio. Non era mai accaduto. E questo capita mentre il fortino di Palazzo Chigi dice di sentirsi assediato dalle indagini.

 

(...)

Certo è che la premier, quando dice «non farò la fine di Berlusconi», s’avvia su una strada senza ritorno. Difendere a spada tratta i colleghi finiti nelle maglie della giustizia cambiando le regole dell’azione penale. A cominciare dalle intercettazioni, “fondamentali” sì, come dice Meloni, ma solo per i reati “gravissimi”, mafia e terrorismo, come teorizza Nordio. Via il parterre dei reati di corruzione, i più pericolosi per la politica, in cui è incappato il Cavaliere. E qui il cerchio si chiude e Meloni può dire che «non farà la sua fine». Se il Cavaliere, frenato da Giulia Bongiorno, non ha bloccato gli ascolti, Meloni, attraverso Nordio, non farà lo stesso errore. Su questo Palazzo Chigi non ha dubbi.

daniela santanche

 

Ma tra Delmastro e Santanchè la partita messa peggio è quella della ministra del Turismo. E allora eccoci al piano B, già approntato. Intanto la premier non ha per nulla gradito la sua arringa in Senato. Una ministra che «giura sul suo onore di non sapere di essere indagata» e che invece lo era già da novembre, come scritto da Repubblica.

 

Ma Meloni non ha gradito soprattutto la difesa nel merito della ministra: dalla sua dichiarazione di “estraneità” alla gestione della Ki Group, salvo poi la smentita arrivata dagli ex dipendenti, alla difesa del suo lavoro in Visibilia dove ha messo a garanzia dei creditori anche gli incassi del Twiga, lo stabilimento balneare del quale ha ceduto le quote a marito e amico, con lei che da ministra si sta occupando però del rinnovo delle concessioni.

 

giorgia meloni ignazio la russa sergio mattarella parata 2 giugno

La linea Meloni detta ai fedelissimi è chiara: FdI non ha intenzione di cedere la delega e se le cose dovessero precipitare, con una chiusura indagini e rinvio a giudizio di Santanchè o se dovessero emergere altre notizie, la delega la prenderebbe lei stessa. E poi potrebbe cederla, ma a un volto del suo partito o a un esponente di Forza Italia, «commissariato» dai meloniani (un leghista, come invece vorrebbe Matteo Salvini, non è nei radar).

 

D’altronde FdI da anni investe sul turismo e ha costruito una rete di rapporti che non vuole disperdere e che fa perno su Gianluca Caramanna, deputato e consulente sia di Santanchè sia di tutti gli assessori regionali al Turismo di FdI. È l’uomo chiave per il partito e per il dopo Santanchè avrà un ruolo, se non da ministro da superconsulente. Una cosa è certa: che già si parli così in concreto di tali ipotesi fa capire che Meloni si prepara ad affrontare un “dopo”. Insomma, al di là degli slogan sulla «magistratura politicizzata», sulla ministra del Turismo anche lei inizia a nutrire più di un dubbio. 

giorgia meloni ignazio la russa sergio mattarella parata 2 giugno

 

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