1- CHE FINE HA FATTO IL CONFLITTO D’INTERESSI? DOPO 20 ANNI DI GUERRA (QUASI) TOTALE AL PATONZA, NESSUNO PARLA DI QUELLO DI PASSERA, CHE HA IN MANO IL CASO-FIAT - 2- FERRARA SCATENATO: “NEL 2002 CON BANCA INTESA FU UNO DEI PROTAGONISTI DEL CONVERTENDO CHE EVITÒ A FIAT LA BANCAROTTA. E ANCORA: NEL 2009 PASSERA ERA SUPPORTER FINANZIARIO DI FIAT QUANDO MARCHIONNE STUDIAVA L’ACQUISTO DI OPEL” 3- LO STATO NON HA MAI SMESSO DI IMBOTTIRE LA FIAT DI FINANZIAMENTI PUBBLICI: PER POMIGLIANO E TERMINI IMERESE, MARPIONNE & ELKANN HANNO INTASCATO 300 MLN € 4- NEL 2000, PRIMA DELL’AVVENTO DI MARCHIONNE, L’ITALIA CHIESE ALL’UE 121 MLN PER L’IVECO DI FOGGIA, MOTIVANDOLI COSÌ: “A FOGGIA FA MOLTO CALDO E C'È MOLTO ASSENTEISMO”

1- CHE FINE HA FATTO IL CONFLITTO D'INTERESSI? NESSUNO PARLA DI QUELLO DI PASSERA, CHE HA IN MANO IL CASO-FIAT...
Da "Il Foglio"

Sono due decenni che l'Italia si trascina, o voluttuosamente si rosola, nel tormento con estasi del conflitto di interessi, l'infallibile termometro che misura la febbre della nostra democrazia malata. Il cancro, il virus. Piuttosto stagionale, del resto, visto che va e viene, come il surriscaldamento globale. Pronto al letargo quando non è più conveniente evocarlo (capitò un paio di volte, con la sinistra al governo). Meno letale del temuto, se in quasi vent'anni democrazia l'è tutt'altro che morta.

Ma il conflitto d'interessi è stato ed è lo scandalo assoluto dei moralisti e degli irrealisti. Per anni abbiamo provato a spiegare ai sordi e ai ciechi che negli Stati Uniti, dove per chi fa politica è una sfumata opportunità l'obbligo di mettere i propri asset in fondo a un blind trust, c'è un magnate dei media che si chiama Michael Bloomberg che fa il sindaco di New York, città di Wall Street, ed è monopolista dell'informazione economico-finanziaria. Al massimo a Gotham City non si fuma più. Dovrebbero essere nozioni finalmente acquisite, per chi senza infingimenti sa che l'informazione è parte del mondo reale e del gioco politico ed economico.

Eppure, mentre tre lustri di controprove non sono riusciti a smuovere il pregiudizio italiano, non appena l'ombra di un possibile conflitto d'interessi, cioè di un intreccio tra l'economia e la politica, va a coprire qualche altro corposo pezzo del sistema economico tutto svanisce nell'indifferenza (morale?) più assoluta.

Fa un po' specie che adesso, mentre si scomodano i massimi sistemi della responsabilità nazionale per il caso Fiat, mentre tutti i benpensanti si appellano al governo perché intervenga a scongiurare la chiusura di qualche fabbrica, nessuno trovi il tempo e la voglia di notare che il nostro attuale governo - formato da tecnici e professori magnificamente super partes e mirabilmente dentro e fuori dai consigli di amministrazione di aziende e banche - qualche ombra di conflitto di interessi, almeno pregresso, ce l'ha.

Perché i fili che intrecciano sistema economico e poteri finanziari sono più sottili e ritorti di quelli che servono per accendere una tv. E passi per Mario Monti, che transitò nel cda di Fiat quando ancora era un brillante quarantenne, negli anni duri di Cesare Romiti e dei bilanci disastrati. Ma il ministro dello Sviluppo Corrado Passera, di cui tutti auspicano l'intervento, nelle scelte del gruppo torinese ha avuto qualche voce in capitolo fin dal 2002 quando con Banca Intesa fu uno dei protagonisti del convertendo che evitò a Fiat la bancarotta creando, di fatto, una situazione di controllo sugli azionisti.

E ancora nel 2009 Passera era supporter finanziario di Fiat quando Marchionne studiava l'acquisto di Opel. Come definire questi, o altri, intrecci? Sono il virus della democrazia o il sale di un rapporto sempre tortuoso tra economia, politica, finanza? Lasciamo ai soloni di decidere, per ora parce sepulto al conflitto di interessi. Che è il sale del capitalismo e può essere controllato, entro una certa misura, solo dalla pubblicità degli atti politici e finanziari. Fino al prossimo, grottesco risveglio. Davanti alla televisione.

2- LO STATO NON HA MAI SMESSO DI IMBOTTIRE LA FIAT DI YACHT ELKANN E MARPIONNE LO SVIZZERO DI FINANZIAMENTI PUBBLICI
Paolo Bracalini per "Il Giornale.it"

Una società per azioni interamente privata, nella forma; una società «partecipata» dai soldi dello Stato italiano nella sostanza e nella storia.
C'è un fiume di denaro pubblico che scorre costantemente, negli anni, dalle casse statali a quelle di Fiat e società controllate. Da quando l'azienda è guidata da Marchionne, cioè dal 2004, la corrente non si è interrotta affatto, anzi, alcuni maxifinanziamenti pubblici sono concentrati proprio negli ultimi 4 anni. Ma quanti, in tutto?

Una somma è difficile farla perché dentro vanno messi anche gli aiuti indiretti, più difficili da calcolare, quelli cioè sotto forma di incentivi alla rottamazione o di cassa integrazione straordinaria (l'ordinaria è a carico dell'azienda), che al momento è utilizzata negli stabilimenti di Mirafiori (5.500 dipendenti) e per 1.500 operai di Pomigliano, per dodici mesi (con domanda di rinnovo fino al luglio 2013 per Pomigliano): significa parecchi milioni di euro dal Ministero del Lavoro. Poi ci sono i sussidi per la formazione dei dipendenti della Fiat, e quindi gli aiuti regionali al Centro Ricerche Fiat.

Tantissimi rivoli, che si uniscono al torrente impetuoso degli aiuti statali diretti, ricostruiti nel dettaglio da Marco Cobianchi nel suo Mani bucate (Chiarelettere). L'ultimo regalo è del maggio 2011, quando il Cipe (Comitato interministeriale) dà l'ok a tre contratti per altrettante società del Lingotto: 22,5 milioni a Fiat Powertrain di Verrone (Biella), 18,7 all'Iveco di Foggia e 11,2 milioni alla Sevel di Chieti. Cioè più di 52 milioni di euro pubblici. Molto di più era arrivato nel 2009, 300 milioni di euro dallo Sviluppo economico per rilanciare gli stabilimenti in crisi di Termini Imerese e Pomigliano D'Arco (dove però, malgrado l'immenso aiuto pubblico, si chiede allo Stato la cassa integrazione speciale).

Nell'aprile dello stesso anno Fiat riceve 37,3 milioni per sostenere gli investimenti per la produzione della nuova Lancia Ypsilon in Sicilia, a Termini Imerese. Dove dal 2008 si va avanti a cassa integrazione. Passa un anno e la Fiat batte ancora cassa. A gennaio del 2010 l'Italia chiede il permesso alla Ue di aiutare la Fiat con altri 15,8 milioni, da versare in tre rate annuali, come incentivo per Fiat Powertrain. L'azienda torinese, come in cambio, si impegna ad assumere 1.083 persone. Il bonifico statale arriva, l'assunzione si ferma a cento. Si torna indietro nel calendario e spuntano altre vagonate di aiuti pubblici a Fiat.

Nel 2004 ecco 155 milioni di euro in cambio di investimenti industriali a Melfi, Cassino e Pomigliano D'Arco. Si arriva al 2002, quando l'Iveco ottiene oltre 121 milioni. Ma prima c'è il 2003, con un aiuto pubblico non per le auto, ma per le risorse umane della Fiat: più di 38 milioni di euro pubblici per organizzare trecento corsi di formazione per i dipendenti Fiat. E si arriva al 2000, quando l'Italia chiede alla Ue se può regalare alla Fiat 121 milioni, per evitare il minacciato trasferimento della produzione di motori diesel dall'Iveco di Foggia alla Polonia. È istruttivo il carteggio con la Commissione Ue, che esprime dei dubbi: perché lo stabilimento di Foggia ha bisogno di così tanti aiuti?

Leggendaria la risposta italiana. Prima spiega che a Foggia le linee ferroviarie sono peggiori che in Polonia, dunque bisogna trasportare su gomma, meno economica. A Bruxelles non basta, e allora l'Italia ribatte: a Foggia fa più caldo che in Polonia, quindi c'è il costo «soluzioni climatiche estive» che pesa sui conti Fiat, dunque serve l'aiuto. Ma la Ue non è convinta, e allora l'Italia li stende con l'ultimo argomento: gli operai foggiani sono più assenteisti di quelli polacchi. La Commissione si arrende, i soldi arrivano alla Fiat, che incassa e ringrazia l'Italia.

La mano pubblica accompagna la storia Fiat, ma la massa di denaro elargita lievita in particolare dalla fine degli anni Novanta, anche grazie all'appoggio del cosiddetto «partito dell'Iri», di cui faceva parte l'ex governatore di Bankitalia Antonio Fazio, che sugli aiuti a Fiat seguiva la linea per cui «l'intervento pubblico non è un peccato». Al contrario di un allora scettico commissario Ue alla Concorrenza, che invece ribatteva che lo Stato dovrebbe comportarsi «come un investitore privato», e dunque non buttare i soldi dove non serve. Si chiamava Mario Monti.

 

 

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