MEGLIO UN DITTATORE DELL'ISIS - L’OCCIDENTE HA CAPITO CHE ORA NON SI PUÒ BATTERE IL CALIFFATO SENZA ASSAD, PUNTELLATO DA RUSSIA E IRAN - DOPO LA SCONFITTA DEL CALIFFO, IN SIRIA SERVIRÀ UNA “TRANSIZIONE MORBIDA”

Paolo Mastrolilli per “la Stampa”

obama netanyahu assad isis 1obama netanyahu assad isis 1

 

Secondo la versione ufficiale in Siria stiamo combattendo insieme l’Isis, che ogni giorno aggiunge orrore all’orrore, e Assad, che con le sue violenze ha creato il caos dove poi hanno trovato spazio i terroristi. Dietro le quinte, però, sono in corso contatti a cui partecipa anche la diplomazia italiana, per trovare una soluzione diversa, che riporti la stabilità nel Paese e consenta di sradicare gli estremisti.

 

Anzi, con le sue risorse sul terreno, l’Italia sta contribuendo a individuare gli interlocutori che potrebbero gestire questa transizione. Persone non invise al regime, con cui bisognerebbe dialogare non ponendo più la caduta di Assad come precondizione, ma abbastanza riconosciute anche negli ambienti dell’opposizione per avere poi il seguito popolare necessario a gestire il Paese.

ayatollah khameneiayatollah khamenei

 

Questi contatti, che siamo in grado di ricostruire, coinvolgono tanto membri attivi nei vari governi, come l’inviato speciale americano per la Siria Daniel Rubinstein e il suo omologo russo Sergey Vershinin, quanto ex diplomatici tipo Robert Ford, che l’anno scorso aveva lasciato il posto di ambasciatore Usa a Damasco in polemica con l’amministrazione Obama, ma resta impegnato sul terreno in chiave personale.

 

putin erdoganputin erdogan

Il punto di partenza è che la stessa opposizione, quella laica del Free Syrian Army o di Harakat Hazm, e quella religiosa di al Nusra, ammette di non vedere più la possibilità di una vittoria militare contro il regime. Ufficialmente tutti rifiutano il dialogo, ma dietro le quinte riconoscono che bisogna parlare con Assad. La sua sostituzione resta l’obiettivo finale, ma non è più considerata la precondizione, come avevano stabilito i colloqui di Ginevra.

 

Quel negoziato, infatti, era fallito proprio perché il regime aveva accettato di discutere il tema della sicurezza, ma non quello politico. Ad esempio, nei colloqui organizzati poi a Mosca, l’inviato di Damasco Jafaari aveva chiuso ogni spiraglio, rifiutando anche di considerare uno scambio di prigionieri.

 

staffan de misturastaffan de mistura

La diplomazia internazionale dunque sta rivedendo la strategia, che potrebbe mettere da parte la precondizione della caduta di Assad, per negoziare poi anche con il regime una transizione accettabile a tutti verso un governo di unità nazionale. La sua uscita di scena dunque sarebbe eventualmente l’ultimo passaggio, non il primo, come diceva la dichiarazione di Ginevra.

 

LA TREGUA AD ALEPPO

In questo quadro il tentativo che sta facendo l’inviato dell’Onu Staffan de Mistura di congelare i combattimenti almeno in alcune zone, come Aleppo, è apprezzato sul piano personale, ma non sembra avere molte possibilità di successo. È difficile infatti che i siriani rinuncino alle proprie conquiste militari, cedendo il controllo sul terreno, prima ancora di cominciare il vero negoziato sul futuro del Paese.

SAUDITI SAUDITI

 

L’elemento che sta accelerando le discussioni è anche l’influenza sempre crescente dell’Iran, al punto che secondo molti analisti operativi sarà impossibile riportare la stabilità a Damasco senza passare da Teheran. Hezbollah, le guardie rivoluzionarie iraniane, e persino i guerriglieri afghani mobilitati dalla Repubblica islamica, non hanno più un ruolo di appoggio al regime, ma sono la vera spina dorsale della strategia siriana.

 

Assad dice che non fanno nulla senza il suo consenso, ma il recente scontro con le forze israeliane vicino al Golan ha dimostrato che intere regioni della Siria sono ormai sotto il controllo diretto ed esclusivo di Teheran. E le decisioni sul terreno non le prende il ministro degli Esteri Zarif, ma il capo della Quds Force delle Guardie rivoluzionarie Qassem Suleimani.

 

G20- PUTIN, OBAMA, DILMA G20- PUTIN, OBAMA, DILMA

La crescente influenza dell’Iran è anche il fattore che sta mettendo fretta alla Russia. Finora Mosca aveva difeso Damasco e frenato le trattative, ma adesso teme di perdere peso in favore della Repubblica islamica. Quindi ha cominciato a cambiare passo, assumendo un ruolo più attivo nel favorire i negoziati, anche per sfruttare un eventuale risultato positivo sul teatro ucraino prima che sia troppo tardi.

 

La dimostrazione sta nei recenti contatti avvenuti proprio fra l’inviato americano Rubistein e il suo collega russo Vershinin. Il contenuto dei colloqui è riservato, ma i diplomatici occidentali che ne sono a conoscenza non hanno dubbi sul fatto che il tema sia stato la trattativa sulla Siria, possibilmente collegata al negoziato nucleare e alla crisi ucraina.

 

ABDULLAH RE DI GIORDANIAABDULLAH RE DI GIORDANIA

La cosa che si rimprovera all’amministrazione americana è aver finora separato le questioni, ma forse l’accelerazione dei negoziati sul programma atomico da concludere entro il 31 marzo è legata anche a uno scambio che potrebbe includere la stabilizzazione della Siria, in accordo con Mosca e Teheran.

 

POCHE FORZE MODERATE

Di sicuro c’è che sul piano militare l’addestramento delle forze di opposizione, concordato con la Turchia e svolto in Giordania, non basta. Si parla di circa 3.000 uomini, che difficilmente potrebbero piegare i 15.000 terroristi dell’Isis. Washington poi ha stabilito che la priorità sono le operazioni contro lo Stato islamico in Iraq, per vari motivi. Qui infatti la sua aviazione può appoggiare le forze di terra locali, aiutate dall’Iran, e sul piano politico interno il futuro dello stato dominato un tempo da Saddam ha una valenza preminente per la Casa Bianca.

 

abu bakr al baghdadiabu bakr al baghdadi

Bombardare Assad senza forze di terra in grado poi di controllare la Siria sarebbe invece molto rischioso, anche perché Teheran potrebbe reagire prendendo di mira proprio obiettivi americani in Iraq e altrove. Dunque gli Usa sono preoccupati per il ruolo che l’Iran e le milizie sciite stanno avendo nel Paese, anche perché la risposta delle tribù sunnite potrebbe essere una nuova guerra settaria, ma non hanno molte alternative praticabili sul terreno.

 

LO SCACCO MATTO

Il tassello che manca a questo mosaico è ancora la Turchia, che si limita a convivere con l’Isis e non chiude le sue frontiere. Ankara vuole due garanzie: primo, i curdi non devono creare un loro Stato; secondo, alla fine della partita Assad dovrà essere fuori gioco. Fino a quando non le otterranno, non si impegneranno. L’orizzonte dunque si potrebbe delineare così: dialogo col regime siriano, facilitato da Russia e Iran, per una transizione politica condivisa da Assad, e accordo con Turchia e Arabia. È un gioco complesso, ma se si realizzasse lo Stato islamico non avrebbe più scampo.

 

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