25 LUGLIO, COME FAR CADERE UN REGIME - LA NOTTE PORTA (IL GRAN) CONSIGLIO: MA IN POCHI CAPIRONO IL TRAPPOLONE PER MUSSOLINI…

1 - LA NOTTE DEL DUCE
Nello Ajello per "la Repubblica"

Sabato 24 luglio, pomeriggio. «Entriamo nella trappola?» Sono le parole che Benito Mussolini bisbiglia varcando il portone di palazzo Venezia. Non è una domanda, è l'unica certezza che occupi il suo animo incline al peggio. Sono le 17,15. Il Duce indossa la divisa della milizia. I gerarchi del Gran Consiglio si trovano lì già da un quarto d'ora.
Quasi tutti nascondono una pistola. Dino Grandi - del contenuto del cui ordine del giorno "consiliare" si parla già da settimane fra "chi conosce le cose" - ha in tasca due bombe: non è sicuro di uscire incolume dal Palazzo. La mattina si è confessato e ha preso la comunione.

Un saluto di rito del segretario del partito, Carlo Scorza. Subito dopo prende la parola il
dittatore. Non sta bene per via dell'ulcera, antico malanno. Un esordio breve, il suo, centrato su due temi: la polemica contro Sua Maestà, coinvolto in ogni intrigo militare, e un attacco a Pietro Badoglio, complice di qualsiasi trama. Qualche accenno ai rovesci militari, con l'aria di sfatare luoghi comuni. La sconfitta di El Alamein va in realtà addebitata al maresciallo Rommel, comunque «mirabile combattente».

Quanto all'ordine di resa, decretato dopo la rotta di Pantelleria, non si poteva fare nulla di diverso: solo Stalin e il Mikado possono imporre ai soldati di resistere fino alla morte. Ora il
dilemma è: arrendersi a discrezione o combattere ad oltranza. L'Inghilterra è lì che vuole assicurarsi per sempre i suoi cinque pasti. E i tedeschi? A loro ci lega un patto, e
«pacta sunt servanda».

In breve si arriva al culmine dell'incontro. Per Giuseppe Bottai, ciò che ha appena detto il Duce poggia su una sola constatazione: «La dittatura ha perso la guerra. Così crolla ogni nostra illusione». Mussolini è immobile, quasi in disparte. Resta così anche mentre Dino Grandi parla dell'ordine del giorno che ha preparato per sottoporlo all'assemblea. Si tratta, in assoluto, di quanto di più duro e reciso si sia ascoltato nei raduni di partito in ventun anni di Era fascista.

Certe sue affermazioni appaiono scultoree, e molti tratti del discorso sembrano l'esordio al potere d'un successore. Di fatto, secondo Grandi, la Corona è stata menomata delle sue prerogative. Per contro, la figura del dittatore soggiace a un penoso stereotipo immaginato da Achille Starace. Mussolini perciò deve togliersi dal berretto «quella "doppia greca" che si è goffamente attribuita, deve tornare il Duce d'una volta». Intanto, occorre sollecitare la Maestà del Re ad assumere il comando delle forze armate.

«Decisamente la fortuna mi ha voltato le spalle». Ecco - secondo il Paolo Monelli di
Roma 1943 - il mormorio con il quale Mussolini commenta questa requisitoria. Tutto in sudore, ha la camicia sbottonata sotto la divisa. L'intervento di Galeazzo Ciano, il "genero di Stato", è tutto un attacco alla Germania, alla sua slealtà, alla sua abitudine a informarci delle sue iniziative soltanto a cose fatte. Non parlino ora di tradimento da parte nostra. Sono loro, Hitler e Ribbentrop, a tradirci. Per sistema.

Vale a stento la pena di notate come il successivo intervento, dovuto a Roberto Farinacci - che molti ormai chiamano "Herr Gauleiter Farinacci" - sia di segno opposto: un inno alla Germania, cui è doveroso confermare la nostra alleanza.

Il dittatore - o quasi ex tale - non ne può proprio più. Suggerisce a Carlo Scorza di rinviare la seduta all'indomani. Si sente male: non può affaticarsi. «Se in momenti gravi per la mia salute, il mio bravo medico non mi avesse curato a dovere, forse adesso voi non stareste tutti qui a discutere su di me», è una sua amara confidenza.

La proposta di sospensione viene bocciata. Grandi, protagonista ormai di un'ora storica, decreta: si esce da qui solo dopo che il mio ordine del giorno sia stato messo ai voti. Alla fine ci si limita a concedersi in rinfresco in una sala adiacente.
«C'è puzza di tradimento»: è l'osservazione che viene attribuita a Guido Buffarini Guidi. A molti pare pleonastica.

Il tradimento, o quel che sia, è in pieno corso . Grandi è in un altro locale a raccogliere le firme per il suo ordine del giorno. Lo sottoscrivono in tanti, più d'uno perché non ne prevede le conseguenze. A volte, specie nei frangenti cruciali, la stupidità non conosce limiti. All'appello - un lampante invito rivolto a Mussolini di lasciare l'esecutivo e rimettere il mandato al Re - rispondono sì, oltre allo stesso Grandi, Federzoni, De Vecchi, Ciano, Bottai. Gottardi, Bignardi, De Stefani, Alfieri, Rossoni, Marinelli, Albini, e qualche altro. A bocciare l'o.d.g. sono Scorza, Bigini, (ministro dell'Educazione), Tringali Casanova, (presidente del Tribunale Speciale), Frattari, Buffarini Guidi e il comandante della milizia, Enzo Galbiati, si astengono Suardo (presidente del Senato) e il teutonico Farinacci.

La seduta è durata una decina di ore. Fino alle 2 e quaranta, notte inoltrata. Ma già a prima sera, il finale si dà per scontato in certi luoghi di ritrovo, con un lieve oscillare di versioni: Mussolini è stato messo in minoranza. È già partito per il suo rifugio di vacanze, la Rocca delle Caminate. È in seria difficoltà, ma vedrete che ritorna. In questo clima, qualche osservatore cultural-mondano ambienta una scena destinata a diventare proverbiale.

Si svolge in un luogo raffinato, al romano caffè Aragno, covo di intellettuali quasi sempre oppressi dalla noia. A un certo punto, scoppia un piccolo tumulto. Un "seniore" della milizia, in divisa e armato, apostrofa duramente uno dei presenti che, rivolto a un proprio conoscente - il poeta Vincenzo Cardarelli - gli ha chiesto: «E lei che ne pensa?». «È vietato darsi del lei», grida il Seniore. Voi non lo sapete?».

L'episodio degenera. C'è chi difende il graduato del regime, chi spalleggia l'inesperto di pronomi. Mario Pannunzio, giornalista anche lui, e già prestigioso, finisce per rompere una sedia sulla testa del Seniore. Il tafferuglio s'allarga, fra poltrone rovesciate e bicchieri che volano. In quel momento entra da Aragno il redattore d'un quotidiano, il siculo Corrado Sofia. Grida a perdifiato: «Hanno deposto Mussolini, comanda di nuovo il Re». In un angolo, un signore dall'aria blasé commenta (sotto il fascismo il latino, per tacito decreto, è molto in auge): «Sic transit gloria mundi».

2 - LA CADUTA: "IL COMANDO A BADOGLIO: È FATTA" A VILLA SAVOIA IL RE SI LIBERA DEL DUCE
Nello Ajello per "la Repubblica"

Venticinque luglio 1943. Nonostante la tremenda nottata, il Duce arriva a Palazzo Venezia alle 9, ora consueta. Ordina di cercargli al telefono Dino Grandi. Invano. Chiama Buffarini Guidi che è già seduto davanti alla propria scrivania, in un locale vicino alla sala del Mappamondo. Egli accorre un po' trafelato, così ricorda Paolo Monelli, «con la faccia ansiosa del servitore che vuol farsi gradire».

L'accoglienza rituale è un piccolo balsamo per il dittatore, che appare alquanto rinfrancato. Da altri colloqui mattutini ha tratto la conclusione che l'ordine del giorno che ha trionfato al Gran Consiglio si rivelerà una sorta di suggerimento, rivolto alla Corona, di riprendere un ruolo nella condotta della guerra: fra lui e il sovrano potrà dunque trovarsi un accordo su come gestire questa duplicità di comando.

Neppure una visita che fa, alle due del pomeriggio, al quartiere Tiburtino, duramente bombardato dagli Alleati il 19 luglio, lo rattrista oltre misura. Tornato a villa Torlonia, dove abita, gli riferiscono che la sua richiesta di un'udienza è stata accolta da Vittorio Emanuele III. L'ora fissata è alle 17, villa Savoia. Mussolini si veste da borghese, in blu. La villa reale è a un passo. Appena è sceso dalla macchina, l'autista riceve l'ordine di parcheggiare in un angolo esterno della residenza; dopo qualche minuto lo vanno ad arrestare. Il duce lo ignora. Ricevendolo, Sua Maestà gli ha già domandato «Come va?». Tutto al pari di sempre.

A villa Savoia, invece, tutto è cambiato. Nessun particolare della notte del Gran Consiglio è ignoto in quelle stanze. Il loro plenipotenziario, abilissimo intrattenitore dell'algido sovrano, il duca Pietro d'Acquarone, ministro della Real Casa, ne è perfettamente al corrente. A informarlo, fin dall'alba, è stato Dino Grandi in persona. Gli eventi di quella seduta si inscrivono, come una profezia, in un progetto messo a punto in maniera a suo modo encomiabile. Acquarone ha avvertito il maresciallo Badoglio, il «successore »: il re vuole disfarsi di Mussolini e procedere al suo arresto. Tripudio in casa dell'anziano generale (così sostengono testimonianze ufficiose).

L'antefatto dell'incontro fra Mussolini e il Re è stato scandito da un ordine minuzioso. Già prima di mezzogiorno è pronto il decreto con il quale si nomina capo del governo il vincitore di Addis Abeba. Vi sono già state apposte le firme del Re e del Maresciallo. Tutto - direbbe un osservatore malizioso - costituzionalmente in ordine.

Altri particolari di ordine pratico sono stati predisposti con premura: quella di un'autoambulanza per caricarvi il Duce al termine del colloquio, è apparsa una buona idea. Si fa strada un solo dubbio, espresso da Cerica, il comandante generale dei Carabinieri: arrestare Mussolini va benissimo, resta da decidere dove. Fuori i cancelli della villa? Il parere del super-carabiniere è che sarebbe opportuno, e certo più sicuro, farlo all'interno dell'amena residenza.

Cerica aspetta comunque un ordine preciso: lo sollecita ad Acquarone, che ne parla al Re. Il quale, dopo qualche indugio venato da nervosismo, decide: l'arresto avrà luogo "dentro".
Non è stata, quest'ultima, una controversia da nulla, e risulta perciò lampante il turbamento del Sovrano nel risolverla. Si colloca al di fuori di ogni regola codificata, di ogni norma decente, di ogni protocollo politico- istituzionale l'ipotesi che un Capo di Stato faccia arrestare in casa propria il suo primo ministro. Come vedremo, questa circostanza susciterà aspri dissensi nella stessa famiglia del sovrano.

Ma torniamo all'arrivo di Mussolini a Villa Savoia. Dopo il saluto rituale, il re gli dice, alla piemontese: «L'Italia va in tocchi, caro duce». Non lo aveva mai chiamato «duce», sempre «eccellenza». Altra variante alla consuetudine: il re ha perso le staffe e si è messo a urlare contro Mussolini: così asserisce qualcuno che ha avuto il privilegio di poter origliare, e lo dice alla regina Elena. Infine Sua Maestà comunica al despota che ha deciso di sostituirlo e di mettere al suo posto Badoglio. Qui la regina riferisce in un'intervista quanto ha potuto osservare di persona, dalla finestra d'una sala, sul finale dell'incontro.

«Mio marito ormai tranquillo e sereno accompagna l'ospite sulla scalinata della villa». «Il colloquio è durato meno di venti minuti». «Mussolini appare invecchiato di vent'anni». Infine, il re gli stringe la mano, l'altro muove qualche passo nel giardino, ma viene fermato da un ufficiale dei carabinieri seguito da soldati, che lo accompagnano all'autoambulanza.
La regina, subito dopo aver seguito, almeno in parte, lo spettacolo, è assai irritata, soprattutto per un particolare cui accennavo poc'anzi.

«Mi sentivo ribollire», così riassume il proprio stato d'animo. «Per poco non sbatto contro mio marito che rientra. "È fatta", dice piano lui. "Se dovevate farlo arrestare", gli grido, "questo doveva avvenire fuori di casa nostra. Ciò che avete fatto non è un gesto da sovrano". Lui ripete: "È fatta", e cerca di prendermi sottobraccio, ma io mi allontano da lui. "Non posso accettare una cosa del genere", protesta. "Mio padre non l'avrebbe mai fatto". Poi vado a richiudermi nella mia cameretta».

Un particolare della vicenda ricostruito a suo modo, e chissà con quanta attendibilità, deriva dalle dichiarazione di un personaggio che non si può immaginare più diverso da una testa coronata. Parlo d'uno scrittore sublime a nome Carlo Emilio Gadda. Nella sua biografia firmata da Giulio Cattaneo e intitolata Il Gran Lombardo, egli dichiara testualmente: «Mussolini, quando sale nell'autoambulanza, se la fa addosso ». E aggiunge. «Questo me l'ha detto anche Mario Luzi, che è persona seria». Non si saprà mai su quali fonti questi due letterati di gran nome fondino le loro affermazioni in merito a una circostanza storica così decisiva.

 

 

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