1. OBAMA MEJO DI CALIGOLA: IL PRESIDENTE PARTE PER LE VACANZE, MA IL CANE BO VIENE FATTO TRASPORTARE (IN UN VOLO SEPARATO) DAL SUPER-ELICOTTERO DEI MARINES! 2. SE LA SCENA DELLE PAPI GIRLS CHE SBARCANO IN COSTA SMERALDA CON L’AEREO DI STATO VI AVEVA COLPITO, UN AGENTE DEL “SECRET SERVICE” CHE PORTA AL GUINZAGLIO IL “FIRST DOG” È UNA SCENA CHE FA IMPALLIDIRE I CAPRICCI DELLE DIVE HOLLYWODIANE 3. A MARTHA’S VINEYARD OBAMA HA AFFITTATO LA MEGA-VILLA DI UN FINANZIERE CHE HA FINANZIATO LA SUA CAMPAGNA ELETTORALE. UNA SETTIMANA DI GOLF, MARE, E FAMIGLIA 4. MA SERGIO ROMANO METTE UNA PIETRA SUI SUOI PRIMI 4 ANNI E MEZZO: “VOLEVA INCORAGGIARE LA DEMOCRAZIA NEL MONDO MUSULMANO, TENDERE UNA MANO ALL'IRAN, LIBERARE I PRIGIONIERI DI GUANTÁNAMO, CHIUDERE LE PARTITE AFGHANA E IRACHENA, PROMUOVERE LA SOLUZIONE DELLA QUESTIONE PALESTINESE, «RESETTARE» I RAPPORTI CON LA RUSSIA. TUTTI PROGETTI FALLITI. NON È SOLO COLPA SUA, MA BARACK È DIVENTATO IL PRIMO PRESIDENTE DEL DECLINO DELL’IMPERO AMERICANO”

1. OBAMA CALIGOLA: IL CANE BO TRASPORTATO CON L'ELICOTTERO DEI MARINES
DAGOREPORT

La famiglia Obama è partita per le vacanze estive a Martha's Vineyard, isola davanti alla costa del Massachussetts famosa per essere il buen retiro dei Kennedy e dei ricchi liberal della costa est degli Stati Uniti. Barack e Michelle hanno passato tutte le ultime vacanze sull'isola, e negli anni scorsi dormivano alla "Blue Heron Farm", una villa gigantesca che è stata venduta l'anno scorso per 22 milioni di dollari all'archi-star inglese Norman Foster.

Quest'anno quindi gli è toccato "accontentarsi di un immobile che vale 7,6 milioni, e il cui affitto per otto giorni oscilla tra i 40 e i 60mila dollari.

Si tratta di un complesso ultramoderno, rinnovato nel 2006 da Rick Sundberg e di proprietà di David Schulte, magnate di Wall street che ha generosamente contribuito alla campagna Obama. 460 metri quadri, quattro stanze da letto, enormi finestre panoramiche, campo da tennis, piscina, e mezzo campo da basket.

Non solo: per permettere a Barack di passare una settimana giocando a golf e facendo il bagno con moglie e figlie, sono state affittate più di 70 camere d'albergo per le dozzine e dozzine di uomini e donne che compongono il "Secret Service", la scorta speciale che segue il Presidente.

Ma se la sicurezza del POTUS (President of the United States) non si può mettere in dubbio, sicuramente qualche polemica susciterà il trattamento di Bo, il "cane d'acqua portoghese" scelto come "First Dog" quando Obama si è insediato alla Casa Bianca. Bo infatti non ha viaggiato insieme ai suoi padroni, ma è stato avio-trasportato separatamente nel costosissimo MV-22 Osprey. Si tratta di un velivolo prodotto da Bell-Boeing, che decolla come un elicottero ma vola come un aereo, fa parte della flotta dei marines ed è a disposizione del Presidente.

Se la scena delle papi girl che scendono dall'aereo di Stato in Costa Smeralda vi aveva colpito, quella di un agente del Secret Service che scorta un cagnone nero e peloso da Washington fino a Martha's Vineyard in un sofisticato mezzo da guerra, avrebbe fatto impallidire perfino l'imperatore Caligola.


2. AMBIZIONI PERDUTE DI UN PRESIDENTE
Sergio Romano per il "Corriere della Sera"

Prima di partire per qualche giorno di riposo in uno dei luoghi più amati dai presidenti americani, Barack Obama ha annunciato la riforma del Patriot Act, vale a dire di quella legge marziale con cui il suo predecessore, dopo gli attentati dell'11 settembre, aveva enormemente aumentato, a scapito dei diritti civili, i poteri dei servizi di polizia e sicurezza. È probabile che questo fosse da tempo il suo desiderio.

Ma ha potuto agire soltanto dopo le rivelazioni di un uomo che la Casa Bianca è costretta a definire «traditore». Il «caso Snowden» ha avuto quindi tre effetti imprevisti. Ha permesso a Obama di essere finalmente «liberal», ma ha guastato i suoi rapporti con Putin e ha reso poco efficace, se non addirittura risibile, l'accusa delle «aggressioni cibernetiche» che gli Stati Uniti hanno recentemente rivolto alla Cina.

Non è tutto. Mentre Obama iniziava le sue vacanze, una ennesima catena di attentati gli ha ricordato che in Iraq, dopo la partenza delle truppe americane, il numero delle vittime sembra destinato ad avere proporzioni siriane: 1.075 morti e 2.327 feriti nel corso del mese di luglio.

Questi sono soltanto due esempi delle disavventure che hanno turbato i sonni di Obama. Quando fu eletto, nel 2008, voleva fare esattamente il contrario di ciò che aveva fatto George W. Bush. Voleva incoraggiare la democrazia nel mondo musulmano con generose dichiarazioni di fiducia, tendere una mano all'Iran, liberare i prigionieri di Guantánamo, chiudere il più rapidamente possibile la partita afghana e quella irachena, promuovere la soluzione della questione palestinese, «resettare» i rapporti con la Russia.

Non è interamente colpa di Obama se le primavere arabe non hanno schiuso ai loro Paesi le porte della democrazia, se il partito americano della sicurezza gli ha impedito la chiusura di Guantánamo, se gli ayatollah iraniani non hanno accolto la sua offerta, se l'Afghanistan è sempre per metà talebano, se i sunniti iracheni contestano ai loro fratelli sciiti il diritto di governare il Paese, se il primo ministro israeliano ha preferito puntare sulla vittoria dei repubblicani nelle ultime elezioni presidenziali americane, se la Russia di Putin è più poliziesca e repressiva di quella di Medvedev.

Obama ha avuto la sventura di entrare alla Casa Bianca nel momento in cui era già iniziato il lento declino dell'impero americano, e deve ora convivere con una società politica che reagisce a questa prospettiva troppo nervosamente.

Ma anche le reazioni del presidente hanno prodotto risultati mediocri o addirittura peggiorato la situazione. È stato un errore combattere Gheddafi senza accettare le responsabilità politiche dell'intervento. È stato un errore chiedere all'ambasciatore americano in Siria di prendere posizioni inutilmente provocatorie contro il regime di Bashar Al Assad. E non ha giovato alla politica americana oscillare ambiguamente in Egitto fra i militari e la Fratellanza musulmana.

Obama ha ancora qualche buona carta. Nella questione palestinese il suo segretario di Stato ha dimostrato di essere un tessitore paziente e tenace. A Teheran vi è ora qualcuno che potrebbe stringere la sua mano. La Russia e la Cina hanno buoni motivi per evitare tensioni e rotture che avrebbero conseguenze incalcolabili.

Ma è necessario che il presidente non si aspetti gli sconti dovuti agli Stati Uniti quando erano la sola superpotenza. Dopo due guerre perdute e una crisi finanziaria scoppiata a Wall Street, quel mondo è finito. Obama è troppo intelligente per non esserne consapevole.

 

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