UN CALCIO ALLO STATO – PARLA UN ULTRA’: ‘SIAMO USCITI DAL RECINTO DELLE PARTITE. DAI “FORCONI” AI NO-TAV: OGGI DOVE CI SONO SCONTRI CI SIAMO NOI’ – ‘’SE LO STATO AUMENTERA’ IL LIVELLO DELLA REPRESSIONE, LE CURVE ALZERANNO IL LIVELLO DELLA VIOLENZA. E VEDIAMO POI CHI VINCE’

Paolo Berizzi per ‘La Repubblica'

Diceva un capotifoso, uno della vecchia guardia, collezionista di scontri "a mani nude" negli anni ‘90, che fare la guerra nel tuo stadio è meglio che fare l'amore con la tua donna (lui la declinava in altri termini). È vero? «Se fai i casini è perché ti piace e ci stai dentro e in quel momento lì stai bene».

Adrenalina a fiumi, forse. O no?
«Ti sale una cosa qua». Preme con il dito all'altezza dello sterno, poi lo fa scorrere fino alla gola mostrando la scritta brechtiana "dalla parte del torto" e un altro motto - "a guardia di una fede" - tatuati con inchiostro nero e blu sull'avambraccio.

Che cosa sale?
«È una specie di scarica che parte dalle gambe e divampa nella testa: e a quel punto parti. Parti e basta. Contro gli sbirri o contro i tuoi nemici. La tua storia è partire e fare danni. Hai l'asta della bandiera che è una mazza di legno o di ferro rivestita di plastica. Le hai viste a Roma? Hai bombe carta e fumogeni. E tiri su tutto quello che trovi: pietre, bottiglie, pezzi di metallo, cartelli stradali, materiale da cantiere».

L'ultrà di ultima generazione parla con il tono disincantato di un peter pan che all'infanzia senza fine ha sostituito una violenza sporca, feroce. Chiamatelo Fabrizio o come volete. Ventisei anni, un corpo per niente pompato, Atalanta e molto altro che ha ancora meno a che fare col calcio. Giacca impermeabile nera con cappuccio, marchio tecnico ispirato a una parete da arrampicata che è diventato un must per gli ultrà: un po' divisa perché anonima («nei filmati non sei riconoscibile»), e un po' segno di riconoscimento, «per distinguersi dai tifosi "normali" ». A vederlo Fabrizio, universitario fuoricorso, pare l'opposto di Genny ‘a carogna. Fisicamente, ma anche come baldanza. Dice cose da abisso umano ma senza ostentare; un suo "socio" di incidenti dice che se fosse un animale sarebbe una iena: mammifero che si ciba prevalentemente di carcasse.

Niente nome di battaglia?
«I nomignoli sono superati. Gli ultrà che si fanno ancora chiamare con un soprannome, tipo banditi o mafiosi, sono gente sopra i 45 anni. Capi, sì. Come "Genny" o come "Gastone" (Daniele De Santis, ndr). Ma destinati a uscire dal giro. Perché i nuovi sono diversi: meno cinema (protagonismi, ndr) e più scontri. Come era una volta. Prima che nascesse la figura del capotifoso, che in molte curve pensa più a fare soldi che scontri».

Ci racconta la sua ultima guerriglia?
«Domenica scorsa a Bergamo. Atalanta-Verona. Aspettiamo i veronesi, sono in tanti. Gli sbirri circondano il piazzale dello stadio di fronte al settore ospiti. Partiamo e andiamo contro i poliziotti per cercare lo scontro coi veronesi che stanno arrivando in pullman. Iniziamo a lanciare. Quando lanci una bomba carta lo fai per aprirti il varco. Per spaccare».
A Roma hanno sparato. Colpi di pistola come in Sudamerica. Nel 2014. Allo stadio. Per il calcio. Follia.
«Brutta storia. Succede se decidi che vale tutto, anche le pistole che in Italia non si erano mai viste. Ognuno si dà il suo codice. Ho iniziato a fare scontri che avevo 15 anni, mi hanno sempre detto che i coltelli sono da infami e le pistole le usano solo i rapinatori.
Non do giudizi, non so "Gastone" che cosa avesse nella testa. Comunque i napoletani di oggi fanno paura, sono i più tosti. Paragonabili solo a certe tifoserie dell'Europa dell'Est».

Torniamo a quella «scarica che sale». Quante volte la sente? Solo allo stadio?
«La senti tutte le volte che decidi di andare dove c'è casino. Chi crede che gli ultrà li trovi solo allo stadio è rimasto indietro di cinque anni almeno».

Che cosa vuole dire?
«Oggi si va dappertutto. Ci sono manifestazioni che come disordini valgono dieci partite. Se ci sono incidenti lo sai prima. E vai. Io sono nato col calcio. Mi piace lo stadio, la rivalità tra gruppi. Ma negli ultimi anni ho partecipato a decine di cortei perché sapevo che c'era casino. Dagli "Indignati" ai "Senza casa" ai "Forconi" alle proteste studentesche. E i No-Tav. L'anno scorso ero in Val di Susa ogni fine settimana. Dove ci sono scontri ci
sono anche gli ultrà. Fanno da supporto».

Perché vi siete trasformati in teppisti multitasking, buoni - si fa per dire - per tutte le occasioni?
«Abbiamo alzato il tiro. Siamo usciti dai perimetro dello stadio. Lo Stato aveva deciso di eliminarci con la repressione. Avevamo detto che non ci saremmo arresi e infatti molte tifoserie la tessera del tifoso l'hanno boicottata. Per protesta a Bergamo abbiamo assaltato Maroni con le molotov. Nessun tesserato. Niente trasferte. Niente scontri fuori casa».

E quindi?
«Lo Stato adesso ci ritrova nelle piazze. I napoletani a Chiaiano per l'inceneritore, quelli del Nord a Torino coi Forconi o in Val di Susa, romani fiorentini e livornesi a Roma coi "Senza casa". Voi li chiamate black bloc, ma sono ultrà».
La politica c'entra?
«Zero. Al vero ultrà della politica non gliene frega niente. In curva i politicizzati ci sono, ma chi vuol far politica non rischia il culo sotto una bomba con dentro i chiodi».

Il ministro degli Interni Alfano, dopo Roma, pensa un Daspo a vita per gli ultrà più violenti.
«Il Daspo è una pena ridicola. Negli anni ‘80 e ‘90 c'era il carcere. Comunque più lo Stato alza il livello della repressione e più le curve alzano il livello della violenza. Vediamo chi vince».

Ma che senso ha tutto questo?
«La gente è incazzata. Prima aveva voglia di aggregazione, adesso di fare casino».

Perché vi vestite tutti di nero, senza più sciarpe né vessilli coi colori della squadra?
«Gli sbirri ti riconoscevano da una sciarpa o da un cappellino. Così, tutti in jeans e giubbino nero, è più difficile. Anche il casco se lo metti è nero. Ti ripara, però negli agguati toglie la visuale».

 

 

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