E POI DICONO CHE MONTI NON È AMICO DELLE BANCHE! - LO STATO SALDERÀ I DEBITI CON LE IMPRESE MA SARANNO GLI ISTITUTI DI CREDITO A PRESTARGLI I SOLDI (A TASSI DI FAVORE?) - EPPURE ANCHE LO STATO È UN “CATTIVO PAGATORE”: I BUFFI CON I FORNITORI SFIORANO I 100 MLD € (MA LE CARTELLE DI EQUITALIA ALLO STATO CHI LE MANDA?) - CONDONO PER I FURBETTI: L’IMPRENDITORE CHE HA LE TASSE ARRETRATE POTRÀ RIVALERSI SUL CREDITO PER CHIEDERNE LA COMPENSAZIONE…

Stefano Feltri per il "Fatto quotidiano"

La cosa più semplice sarebbe stata emettere 20-30 miliardi di nuovo debito pubblico e pagare parte delle imprese fornitrici della Pubblica amministrazione che aspettano da anni il dovuto. Ma così saliva il debito in percentuale sul Pil, lo spread rischiava di innervosirsi, gli obiettivi di bilancio di saltare e così via. Quindi il governo ha inventato un sistema più complesso che, con un po' di prestidigitazione, dovrebbe far arrivare i soldi alle imprese senza far salire il debito.

Ai tempi di Giulio Tremonti, che non aveva mai voluto provvedimenti come quello varato ieri, si sarebbe chiamata "finanza creativa", con Mario Monti semplicemente "Decreti per accelerare i pagamenti delle Pubbliche amministrazioni", per fornire alle imprese creditrici dello Stato "il carburante capace di riaccendere il motore della produttività", come dice il premier.

Lo Stato deve alle aziende 70-100 miliardi di euro per l'acquisto di beni e servizi, soprattutto nel settore della Sanità. "Non abbiamo numeri precisi", ammette un po' imbarazzato il viceministro Vittorio Grilli, perché molto del dovuto è a livello di Regioni, nel rapporto con la sanità privata convenzionata e a Roma hanno poco chiara l'entità esatta. Monti, con Grilli e il ministro Corrado Passera, ieri ha presentato un intervento che dovrebbe portare a ridurre "già nel 2012" di 20-30 miliardi i debiti dello Stato verso le imprese che, si spera, così eviteranno di fallire e di licenziare in attesa dei pagamenti.

Il meccanismo è questo: l'impresa ha un credito, si rivolge all'amministrazione debitrice e si fa certificare la somma dovuta. Se gli impiegati tentennano, dopo 60 giorni viene nominato in automatico un commissario ad acta (cioè specifico per la pratica) che ha altri 60 giorni per chiarire la situazione. A quel punto viene fissata una data per il pagamento della somma, tutta la procedura può durare al massimo un anno (dalla richiesta di certificazione). Una volta certificato il credito, l'imprenditore ha due opzioni.

La prima è andare in banca e farsi anticipare la somma, con l'istituto rassicurato da un fondo statale che garantisce fino all'80 per cento del dovuto (in pratica, se la Regione o il Comune non pagano, i soldi arriveranno alla banca da Roma). Oppure se l'imprenditore ha dei ruoli, cioè dei contenziosi con il fisco per tasse o contributi (previdenziali, ma anche assicurativi per l'Inail) non versati, può ottenere la compensazione.

E ridurre così le somme che deve allo Stato. È chiaro che a quest'ultima via possono ricorrere soltanto quelli che per il fisco sono contribuenti infedeli. Non è un condono, ma poco ci manca. Tutto chiaro? Qualche dubbio è lecito, soprattutto sui tempi effettivi e l'impatto sulla finanza pubblica (le entrate previste dai ruoli che fine fanno? C'è qualche copertura? Chissà).

Angelino Alfano e il Pdl avrebbero voluto una compensazione più drastica: lo Stato mi deve un milione, io smetto di pagare le tasse finché non ho pareggiato il conto. Ma questo, come hanno fatto notare dalla Ragioneria dello Stato, avrebbe scavato voragini nei conti, facendo mancare entrate su cui il governo conta per pagare per stipendi e pensioni. Le misure di ieri sono il primo passo in vista del recepimento della direttiva europea che impone di pagare le imprese entro 60 giorni. "La recepiremo entro fine 2012 anziché marzo 2013", assicura Monti.

La fase 2 del governo, tra piano per il Sud e soldi alle imprese, è cominciata. Ci metterà qualche mese per produrre risultati. Intanto chi ci osserva dall'esterno vede tasse alte e un 2012 sempre più fosco: l'Ocse ha previsto ieri una recessione dell'1,7 per cento (contro l'1,2 stimato dal governo). Il centro studi di Parigi prevede che il pareggio di bilancio ci sarà nel 2014, non nel 2013, e che "potrebbe esserci bisogno di alcuni interventi aggiuntivi sui conti pubblici". Monti smentisce.

La correzione si può fare in vari modi, o con altri sacrifici o avendo più crescita. Il ministro Corrado Passera sta approfittando del clima da "fase 2" per riprendersi un po' di spazio, e visibilità. Ha compilato una lista di desiderata sotto l'etichetta di "Proposte per provvedimento di urgenza in materia di infrastrutture e trasporti" (anche noto come decreto sviluppo). Il documento ancora non è arrivato al Tesoro, dove Grilli non mancherè di controllare i numeri.

Perché Passera si conferma, sotto sotto, un keynesiano che vuole lo sviluppo fatto di spesa pubblica: incentivi al settore immobiliare, sgravi sull'Iva ai costruttori e detrazione totale degli interessi per il mutuo sulla prima casa, aumento degli incentivi alle ristrutturazioni per il risparmio energetico ed esenzioni dall'Imu per le case che costano meno di 200 mila euro. Tutte cose utili, che faranno esultare la lobby dell'edilizia, ma che hanno il difetto di costare oltre sei miliardi da qui al 2017. Difficile che Passera riesca a ottenere tutto.

La crescita italiana dipende però anche dall'andamento dello spread: se questa sera a Bruxelles ci sarà un accordo per un piano di garanzie dei conti correnti che coinvolga la Bce, forse si eviterà una crisi bancaria in Spagna che, secondo le stime dell'Istituto internazionale per la Finanza (una lobby bancaria), può costare fino a 260 miliardi. Senza intesa si torna a ballare, ed eventuali impennate dello spread ridurranno le risorse a disposizione di Monti.

 

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