PRIMA LA CONGIURA, ORA LA VENDETTA - IL BANANA GODE: LA “PISTOLA FUMANTE” OFFERTA DAL LIBRO DI FRIEDMAN CONFERMA LE SUE ACCUSE A OBAMA, MERKEL E NAPOLITANO - ZAPATERO: “L’USCITA DI BERLUSCONI DECISA AL G20 DI CANNES”

1. E BERLUSCONI PARLA DI CONGIURA: AGIRONO ALCUNE PRECISE CANCELLERIE
Francesco Verderami per ‘Il Corriere della Sera'

Della «congiura» - come l'ha sempre definita - sapeva tutto e conosceva tutti, «mandanti ed esecutori», quelli che «hanno tramato contro di me dall'estero» e quelli che «hanno agevolato l'operazione in Italia». Perché di una cosa è convinto Silvio Berlusconi, e non da oggi, e cioè che la manovra per scalzarlo tre anni fa da Palazzo Chigi fu ordita in alcune «precise cancellerie dell'Occidente».

Non fa i nomi di Obama, Merkel e Sarkozy, ma c'è un motivo se ripete che «mi hanno voluto far pagare tutto. A partire dalla mia amicizia con la Russia». La sua idea è che oltreconfine non abbiano mai accettato l'atteggiamento da Enrico Mattei della politica, i legami con Putin più del suo rapporto con Gheddafi, comunque fuori linea rispetto ai canoni di Yalta, in una guerra che aveva al centro gli affari del gas e del petrolio.

La ricostruzione è di parte, non può essere altrimenti, e chissà se il Cavaliere avrà fornito ulteriori dettagli della vicenda a Friedman. Di sicuro conosceva il contenuto delle anticipazioni e anche il lancio del libro, se è vero che ieri mattina presto aveva già ordinato al gruppo dirigente forzista di attaccare Giorgio Napolitano «ma senza mai parlare di complotto, mi raccomando».

Perché l'ex premier - che considera il Colle come il terminale italiano della «congiura» - non intende andare oltre con il capo dello Stato, non si unirà cioè a Beppe Grillo per chiederne l'impeachment, consapevole non solo che l'iniziativa non avrebbe il conforto dei numeri in Parlamento, ma che l'operazione politica rischierebbe di essere a saldo negativo: «Non vorrei certo che al Quirinale ci finisse Romano Prodi».

Così, sebbene nel suo partito ci sia chi dica che «l'arcinemico al Colle farebbe più di quanto Napolitano ha fatto per Berlusconi, cioè nulla», al leader basta l'impatto che la storia avrà sulla pubblica opinione, volano per la campagna elettorale: «Sono stato vittima di una congiura. La prova viene dalle vive voci dei protagonisti». E tra i protagonisti «italiani» c'è Mario Monti.

Della testimonianza il Cavaliere è soddisfatto, anche se non ha mancato di sottolineare il «modo miserabile» con cui il Professore si è travestito da giullare di corte, rivelando quanto tutti peraltro già sapevano e mettendo in difficoltà il Quirinale, la cui linea difensiva gli è parsa «molto debole».

Che il re fosse «nudo», che l'ex commissario europeo fosse il designato in pectore, era noto agli esponenti del governo di centrodestra, tanto che l'allora ministro Altero Matteoli disse ben prima dell'evento: «Ci siamo accorti tardi di quanto sta accadendo attorno a noi. Il piano per portare Monti a Palazzo Chigi è in fase avanzata più di quello che potessimo credere». Già in settembre, a Cernobbio, dopo l'intervento del capo dello Stato, in molti davano una pacca sulla spalla a Monti che stava lì in platea.

Ma sui «mandanti» Berlusconi non ha dubbi, non ha dimenticato quando Giulio Tremonti - di ritorno dall'ennesimo vertice a Bruxelles - gli disse: «Il problema sei tu». D'altronde, l'offensiva sul debito italiano, le ineffabili risatine in pubblico tra Merkel e Sarkozy, e ancora prima quella visita lampo di Napolitano a Washington per incontrare Obama, rappresentano per il Cavaliere elementi a sostegno della sua tesi in questa ricostruzione che sa di processo indiziario (anche) contro il Quirinale. E come non bastasse, i tasselli di un puzzle che sembrava incomponibile finché aveva resistito a Palazzo Chigi, si erano composti come d'incanto con l'arrivo di Monti: non solo al Professore - ricorda Berlusconi - «il Quirinale consentì di fare quel decreto sull'economia che non era stato consentito al mio governo», ma ci fu anche «il calo immediato dello spread», e le dimissioni «in piena autonomia» dal board della Bce di Bini Smaghi, che - dopo la nomina di Draghi all'Eurotower - per le sue resistenze aveva provocato una crisi diplomatica con la Francia .
«Silvio, devi capire. È cambiato tutto», lo aveva avvisato Gianni Letta. L'ultimo avvertimento era stato l'attacco ai titoli Mediaset. Tre giorni dopo, la sera del 12 novembre 2011, capitolò. Al momento di salire al Colle per le dimissioni, il premier evocò la «congiura» davanti all'Ufficio di presidenza del Pdl. Una donna piangeva mentre tutto attorno era silenzio. «C'è un convitato di pietra seduto tra noi», disse senza far nomi il Cavaliere. «Ci stiamo consegnando nelle mani di Oscar Luigi Napolitano», imprecò Martino.

Berlusconi invece parlò di «loro». «Loro mi dicono che i mercati si sentono più rassicurati da un governo tecnico». «Loro mi consigliano di lasciare per il bene del Paese». «Loro hanno messo sotto attacco le mie aziende». Il leader del centrodestra non ha mai dimenticato quel «frangente doloroso», il viaggio verso il Quirinale «tra due ali di folla che mi gridava "buffone".

Pensai che a Sirte Gheddafi veniva baciato da tutti, dal più piccolo al più anziano. Il giorno seguente mi chiamò un amico dal Sud America, mi disse di aver visto quelle immagini in tv. "Sembrava che tu fossi un dittatore africano, di cui la gente era riuscita a liberarsi". Risposi che questa purtroppo è la politica italiana».

La linea Maginot di Berlusconi crollò in Parlamento sul Rendiconto dello Stato. Mentre Claudio Scajola con la sua corrente gli chiedeva di fare «un passo indietro», una pattuglia di «falchi» con l'ex coordinatore di Forza Italia Roberto Antonione in testa, fece crollare la maggioranza sotto la fatidica «quota 316».

Ancora qualche settimana prima, il capo dello Stato - in un colloquio di cui fu testimone Gianni Letta - aveva detto al Cavaliere che non aveva «nulla da temere»: «Lei non ha nulla da temere. Ci sono solo due modi perché un governo cada. Le dimissioni del presidente del Consiglio o l'approvazione di una mozione di sfiducia». Insomma, se «congiura» fu, ebbe molti complici in Italia .


2. ZAPATERO: AL VERTICE DI CANNES SI EVOCAVA IL PROFESSORE
Andrea Nicastro per ‘Il Corriere della Sera'

La memorialistica dei politici spesso è un'autodifesa, quasi sempre un omaggio al loro ego e, di solito, non la legge nessuno. A volte, però, si trovano chicche che non nutrono storie edificanti di aspiranti bisnonni. Su 421 pagine del suo Il dilemma, 600 giorni da vertigine (edizioni Planeta) José Luis Rodríguez Zapatero ne scrive quasi 30 piene di pepe.

All'ex presidente del governo spagnolo, all'uomo accusato di aver negato sino all'ultimo la crisi e la bolla immobiliare, al politico sconfitto alle urne per il crollo del suo progetto economico, servono per spiegare che la Spagna non era il solo grande europeo in ginocchio. Che anzi peggio di Madrid stava l'Italia di Berlusconi appena superata nella corsa del Pil. Qualsiasi siano le ragioni di Zapatero, i suoi ricordi ci fanno entrare nelle stanze del G20 tenutosi a Cannes il 3 e il 4 novembre 2011. Un vertice tesissimo, spaventato dai mercati che, affossando il debito italiano, avrebbero demolito l'euro. Lo spread era a quota 500, il costo degli interessi saliva ogni giorno. Il libro è da due mesi nelle librerie spagnole e non è mai stato smentito.

Quelli di Cannes sono i giorni precedenti l'uscita da Palazzo Chigi di Berlusconi e l'arrivo di Mario Monti. Sostituzione che, ha raccontato ieri sul Corriere Alan Friedman, era tra le ipotesi di Giorgio Napolitano almeno già dal giugno 2011 e che Zapatero considera come il risultato del G20.

«La giornata fu interminabile» scrive a pagina 293. La cancelliera Merkel aveva proposto a Madrid una linea di credito del Fondo monetario internazionale da 50 miliardi e «altri 85 avrebbero potuto andare all'Italia». Zapatero risponde un «no secco», ma già si sa che i suoi giorni sono contati. In due settimane la Spagna andrà al voto e Zapatero non è neppure ricandidato. Il pressing si farà su chi lo sostituirà. Berlusconi, invece, non aveva scadenze elettorali, ma «resisteva a tutti gli inviti che riceveva» ad accettare gli aiuti. «Nei corridoi già si parlava di Mario Monti» .

«Per me e per gli altri leader l'importante di quel vertice non era l'agenda formale», ma vedere «come ne sarebbe uscita l'Italia». Ci fu, ricorda Zapatero a pagina 296, una cena ristretta: solo 4 europei con i loro ministri economici, i vertici dell'Ue, del Fmi e il presidente degli Stati Uniti seduti attorno a un «tavolo piccolo, rettangolare che ispirava confidenza» (p. 300).

«Una cena sull'Italia e il futuro dell'euro», «quasi due ore nelle quali si mise il governo italiano sotto un duro martellamento» perché accettasse «lì, a quello stesso tavolo» (p. 302) il salvataggio del Fmi e dell'Ue come già Grecia, Irlanda e Portogallo. «Si rimproverava la mancanza di credibilità delle misure annunciate in agosto» da Berlusconi e «l'impossibilità che Roma continuasse a finanziarsi a un interesse intorno al 6,35% ».
Berlusconi e Tremonti si difesero con un «catenaccio in piena regola».

«Tremonti ripeteva: conosco modi migliori per suicidarsi». Berlusconi, «più casereccio» evocava «la forza dell'economia reale e del risparmio degli italiani». «Alla fine si arrivò a un compromesso per il quale Fmi e Ue avrebbero costituito un gruppo di supervisione sulle riforme promesse». Il Cavaliere «spiegò in pubblico che il ruolo del Fmi era di "certificare" le riforme» (p. 304). «Però il governo italiano risultò toccato profondamente». «Solo pochi giorni dopo» quel G20, il 12 novembre, «Berlusconi si dimetteva». «E Mario Monti era eletto primo ministro». «Il lettore potrà trarne le sue conclusioni» .

 

 

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