CIANCIMINO CIANCIA ANCORA SUL “PAPELLO” E VIENE PERQUISITO LINO JANNUZZI - LA PROCURA DI CALTANISSETTA CERCA TRA LE CARTE DELL’83ENNE GIORNALISTA TRACCE DELLA TRATTATIVA STATO-MAFIA - LO SCREDITATO CIANCIMINO SOSTIENE CHE FOSSE “UNA PERSONA SEMPRE PRESENTE NELLA VITA DI MIO PADRE, ENTRAVA E USCIVA DA CASA MIA, E MIO PADRE LO COLLOCAVA VICINO AD AMBIENTI DI SERVIZI DICIAMO NON TANTO AMICI DI MIO PADRE” - IL VECCHIO LINO: UN GRANDE GIORNALISTA CHE DAGLI SCOOP SUL’”ESPRESSO” FINI’ A FORZA ITALIA…

1 - TRATTATIVA STATO-MAFIA SPUNTA IL NOME DI JANNUZZI PERQUISITE LE CASE DEL GIORNALISTA. GLI INCONTRI CON CIANCIMINO
Giovanni Bianconi per il "Corriere della Sera"

L'inchiesta sulla trattativa fra Stato e mafia che accelerò la morte di Paolo Borsellino approda a casa di chi - da commentatore - ha sempre negato qualsiasi connessione fra le bombe del 1992 e qualche apparato istituzionale. Ieri, su ordine della Procura di Caltanissetta, gli agenti della Direzione investigativa antimafia hanno perquisito le due abitazioni di Lino Jannuzzi, 83 anni, il giornalista ex senatore di Forza Italia, collaboratore de Il Giornale e Il Foglio, grande fustigatore di pentiti e indagini siciliane dai tempi di Giovanni Falcone, fino alle ultime scaturite dalle dichiarazioni di Gaspare Spatuzza e Massimo Ciancimino.

Ma proprio i suoi contatti col figlio dell'ex sindaco mafioso di Palermo, e prima ancora con lo stesso Vito Ciancimino morto nel 2002, hanno spinto la Dia a ipotizzare un suo ruolo non solo di osservatore nel presunto collegamento tra boss, pezzi di servizi segreti o altri esponenti delle istituzioni che si sarebbe realizzato al tempo delle stragi.

Di qui la decisione dei magistrati nisseni di cercare a casa di Jannuzzi, che non è inquisito, qualche segreto o particolare che possa offrire spunti per la soluzione del principale mistero sulla stagione del terrorismo mafioso, che i pubblici ministeri riassumono in termini espliciti e ufficiali nel provvedimento notificato all'anziano giornalista: «Le investigazioni preliminari fino ad oggi svolte hanno evidenziato che, diverso tempo prima del 19 luglio 1992 (giorno dell'attentato a Borsellino, ndr) ha avuto inizio una "trattativa" tra soggetti appartenenti ai servizi di informazione, e/o ad altre istituzioni dello Stato, per il tramite di Vito Ciancimino, con esponenti di vertice di Cosa Nostra i quali ultimi, al fine di ottenere i benefici richiesti per porre fine al "programma stragista", deliberarono di anticipare la già programmata eliminazione del dottor Paolo Borsellino».

Massimo Ciancimino ha raccontato di aver incontrato Jannuzzi nell'autunno del 2009 a Parigi, dov'era andato per recuperare una fotocopia del famoso papello con le pretese mafiose per far cessare le bombe, di cui suo padre sarebbe stato uno dei destinatari in quanto intermediario della trattativa. Di quell'incontro in terra francese c'è traccia anche nelle telefonate intercettate di Ciancimino jr, il quale ha aggiunto che l'ex senatore è stata «una persona sempre presente nella vita di mio padre, entrava e usciva da casa mia, e mio padre lo collocava vicino a ambienti di Servizi diciamo non tanto amici di mio padre... Diceva che era molto addentro agli uomini dei Servizi».

Il giovane Ciancimino, che a sua volta è finito sotto inchiesta per calunnia nei confronti dell'attuale responsabile dei Servizi segreti Gianni De Gennaro, sostiene che era Jannuzzi a cercarlo: «Mi ha chiesto spiegazioni di quello che era la trattativa, com'era avvenuta... Mi ha chiamato fino a una settimana fa (il verbale è del 20 novembre 2009, ndr) chiedendomi di volermi incontrare in una casa dove sta lui, di fronte al Senato».

In realtà dalle intercettazioni risulterebbe che fu Ciancimino a contattare il giornalista. In ogni caso proprio la casa di fronte al palazzo del Senato, insieme a un'altra in provincia di Salerno, ieri è stata visitata dai funzionari della Dia, sotto gli occhi del direttore de Il Foglio Giuliano Ferrara avvisato e accorso ad assistere alla perquisizione.

Il risultato sono un computer e alcuni scatoloni di carte che dovranno essere esaminate, nella convinzione - fondata non solo sulle semplici e spesso non riscontrate o smentite affermazioni di Massimo Ciancimino - che i rapporti tra Jannuzzi e «don Vito» fossero più intensi e articolati di quanto sostenuto dal giornalista, che dice di averlo incontrato solo qualche volta.

«Penso che sia già tutto chiaro, ma se fosse necessario sono pronto a fornire ogni precisazione all'autorità giudiziaria, nonostante il mio precario stato di salute», commenta Jannuzzi che nelle sue pubbliche prese di posizione ha sempre difeso la versione dei carabinieri del Ros sugli incontri col vecchio Ciancimino, in contrasto con quella del giovane e altre acquisizioni delle inchieste in corso sia a Palermo che a Caltanissetta.

E sono note le sue pesanti critiche rivolte a De Gennaro, all'epoca in cui svolgeva indagini antimafia al fianco di Falcone e anche dopo, bersaglio della calunnia per la quale Massimo Ciancimino è inquisito da entrambe le Procure.

2- DAL "PIANO SOLO" A DELL'UTRI...
Gianni Barbacetto per "il Fatto Quotidiano"

Mai stato un commentatore distaccato. Lino Jannuzzi è un giornalista che le notizie, piuttosto che scriverle, preferisce farle, crearle, suscitarle. Fino all'ultimo colpo di scena, ieri, quando sono andati a cercare a casa sua quel "papello" che da vent'anni tiene con il fiato sospeso chi ancora vorrebbe capire che cosa è successo davvero nei primi anni Novanta, quando lo Stato avviò la trattativa con Cosa nostra. Le passioni di Jannuzzi, il giornalismo e la politica, si sono intrecciate fin da quando, in gioventù, fondò l'Unione Goliardica Italiana, l'organizzazione universitaria che formò molti politici della Prima Repubblica, prima di essere spazzata via dal Sessantotto.

Poi venne per Lino la militanza nel Psi, l'impegno con i Radicali, infine l'approdo berlusconiano in Forza Italia e nel Pdl. Alle fine degli anni Sessanta divenne il giornalista più famoso d'Italia con la sua inchiesta sul Sifar: grazie a gole profonde molto interne agli apparati, dilaniati da sanguinose guerre per bande, svelò sull'Espresso molte cose indicibili del servizio segreto militare e portò alla luce i progetti golpisti del cosiddetto "Piano Solo", pronto a scattare nel 1964 contro il nascente centrosinistra di Pietro Nenni.

In seguito, sul suo Velino, ha continuato a dedicarsi agli affari sotterranei della storia repubblicana, con una predilezione per quelli all'incrocio tra politica e mafia. È diventato un vero esperto di Cosa nostra, sempre molto interno alle storie che raccontava. E sempre molto schierato: dalla parte di Giulio Andreotti, a cui ha dedicato il libro "Il processo del secolo. Come e perché è stato assolto Andreotti", in cui sostiene con passione l'innocenza del Divo, malgrado la sentenza che dichiara la prescrizione del reato di mafia, accertato però fino al 1980.

Poi dalla parte di Marcello Dell'Utri, condannato in primo grado e in appello per concorso esterno a Cosa nostra. E perfino dalla parte di Vittorio Mangano, il capomafia portato da Dell'Utri nella villa di Silvio Berlusconi: in una puntata di Omnibus del luglio 2010, su La 7, sostiene che lo "Stalliere di Arcore" è stato "torturato e fatto morire in carcere, come a Guantanamo". Davvero un eroe, dunque, a differenza di tanti pentiti "che per avere un contratto di collaborazione si sono inventati tante falsità". I mafiosi sembrano ricambiare la simpatia.

"Ha scritto un libro contro Caselli e un libro pure su Andreotti ed è in intimissimi rapporti con Dell'Utri", dice nel 2001 (intercettato) il boss Giuseppe Guttadauro, che sperava in un aiuto suo e di Giuliano Ferrara. "Jannuzzi buono è!", gli risponde con entusiasmo l'amico mafioso Salvatore Aragona. Anni prima, Jannuzzi era stato ingaggiato addirittura da Pippo Calò, il boss di Cosa nostra mandato a presidiare la delicatissima piazza di Roma: gli aveva offerto 5 milioni di lire per scrivere un libro che poi, però, non ha mai visto la luce.

I suoi veri nemici sono invece i magistrati, specialmente quelli di Palermo e Milano. Nel dicembre 2001 pubblica su Panorama (e poi lo riscrive sul Giornale) un articolo in cui rivela un complotto ai danni di Berlusconi: ordito dai magistrati che si erano incontrati la settimana precedente in un albergo di Lugano, per un summit segreto a cui avevano partecipato Ilda Boccassini (allora pm in un processo a carico di Berlusconi e Cesare Previti), Elena Paciotti (ex presidente dell'Associazione nazionale magistrati e poi parlamentare europeo dei Ds), Carla Del Ponte (procuratore in Svizzera ai tempi di Mani pulite) e Carlos Castresana (capo della procura anticorruzione di Madrid).

Il fantasmagorico incontro internazionale per arrestare Berlusconi non era mai avvenuto e Jannuzzi fu condannato per diffamazione. Condannati anche l'allora direttore di Panorama Carlo Rossella, la Mondadori, il Giornale. E i risarcimenti furono pesantissimi.

Jannuzzi ha avuto e ha molti amici dentro la politica e dentro gli apparati. Ma anche qualche nemico: Gianni De Gennaro, per esempio, colpevole di aver condotto negli anni Novanta la Dia, l'appena nata Direzione investigativa antimafia, verso indagini pericolose per Silvio Berlusconi e il suo ambiente. È restato suo nemico anche in seguito, quando De Gennaro è stato confermato capo della Polizia dai governi di centrodestra.

Il suo principale obiettivo polemico è però Giovanni Falcone. Nel 1991, quando era in discussione la nomina di Falcone a capo della Procura nazionale antimafia e di De Gennaro al vertice della Dia, Jannuzzi scrive ("Cosa nostra uno e due", sul Giornale di Napoli): "Sono Falcone e De Gennaro i maggiori responsabili della dèbacle dello Stato di fronte alla mafia... L'affare comincia a diventare pericoloso per noi tutti... dovremo guardarci da due Cosa nostra, quella che ha la Cupola a Palermo e quella che sta per insediarsi a Roma... Sarà prudente tenere a portata di mano il passaporto".

Jannuzzi non espatriò. Ma l'anno seguente, Falcone saltò in aria, fu stilato il "papello", cominciò la trattativa.

 

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