puigdemont rajoy

CATALEXIT - PUIGDEMONT AL BIVIO: IL SUO VICE JUNQUERAS GLI CONSIGLIA NUOVE ELEZIONI MA LUI È INTENZIONATO A DICHIARARE L'INDIPENDENZA (E COSI’ CORRE IL RISCHIO DI ESSERE ARRESTATO) -  ADESSO TRA BARCELLONA E MADRID LA BATTAGLIA È ANCHE SULLA LINGUA

carles puigdemont

A. Op. per “la Repubblica”

 

«Bueno, pues molt bé, pues adiós». Il 22 agosto scorso, nelle ore concitate del dopo attentato sulla Rambla, più che la rapidità con cui i Mossos d' Esquadra smantellarono la cellula jihadista, fu questa frase del loro capo, il "major" Josep Lluis Trapero, a fare del super-poliziotto un "eroe" degli indipendentisti.

 

Trapero liquidava così, mischiando spagnolo e catalano - «ok, allora molto bene, arrivederci» - un giornalista olandese indignato in conferenza stampa per una risposta in catalano a una domanda posta appunto nello stesso idioma. Come dire, se non capisci, peggio per te, puoi anche andare via. Il catalano è lingua ufficiale a Barcellona, assieme allo spagnolo - lo dice la Costituzione, non è affatto una prevaricazione - ma c' è chi non lo manda giù, ne interpreta l' uso come una ripicca, un gesto di sfida al centralismo di Madrid.

Puigdemont Rajoy

 

Niente di nuovo, ma ora che la regione ribelle è sotto gli occhi del mondo - e i leader delle due parti finiscono in diretta sulle tv dei cinque continenti - l' intensità dello scontro linguistico non sfugge a nessuno. Anche perché c' è chi è capace di sfruttarla ad arte, soprattutto nel campo secessionista.

 

Nel replicare due giorni fa a Mariano Rajoy, che aveva appena annunciato l' applicazione dell' articolo 155 della Costituzione, il "president" Carles Puigdemont ha concluso il suo intervento rivolgendosi, in perfetto inglese, all' Europa. Ma è chiaro che il suo intento era quello di umiliare il premier, totalmente incapace di pronunciare un' intera frase nella lingua di Shakespeare: mitica una perla rubata cinque anni fa dai microfoni durante un incontro con David Cameron, quando il presidente spagnolo balbettò un imbarazzante "it' s very difficult todo esto".

 

Puigdemont 1

Un paio di settimane fa, Puigdemont non aveva mancato di punzecchiare anche il re Felipe, che con il suo discorso in tv, pronunciato completamente in spagnolo, aveva attaccato duramente i secessionisti di Barcellona. Al termine del suo intervento in catalano, il presidente si era rivolto al monarca in castigliano, puntualizzando: «Non le parlo in catalano, lingua che lei non capisce».

 

Pura provocazione, perché in realtà, più di una volta in passato, quando la monarchia era impegnata in una complessa "operazione simpatia" in Catalogna, Felipe aveva dimostrato in più di un intervento pubblico di conoscere discretamente l' idioma.

 

mariano rajoy

Quanto al Parlament di Barcellona, l' impiego dello spagnolo nell' emiciclo è stato in parte sdoganato dall' irruzione, dieci anni fa, della formazione anti-nazionalista Ciutadans (poi diventata Ciudadanos con lo sbarco alle Cortes di Madrid) di Albert Rivera, il primo a impiegare regolarmente l' idioma di Cervantes, poi seguito dall' attuale capogruppo e leader dell' opposizione Inés Arrimadas. Ma in realtà c' è un precedente che fece scandalo: il 30 ottobre 1996, un "diputat" del Pp, Julio Ariza, osò rivolgersi in castigliano alle "loro signorie". Indignati, abbandonarono l' aula i deputati nazionalisti e indipendentisti. «Això no, si us plau, que hi ha nens», dissero inorriditi.

 

«Così no, per favore, che ci sono bambini». In tribuna c' era una scolaresca in visita al Parlamento. Già, i bambini. È proprio questo da tempo il vero tema dello scontro, alimentato da una parte della stampa madrilena che accusa le autorità catalane di indottrinamento degli alunni. Tutto perché nelle scuole catalane viene applicato da anni un modello di "immersione linguistica" che prevede il catalano come unica lingua veicolare. I critici dicono che i ragazzi non imparano bene lo spagnolo, relegato a poche ore di lezione alla settimana. La questione è controversa. C' è chi teme che Rajoy, con l' alibi del 155, possa intervenire a gamba tesa anche sulle regole dell' educazione scolastica.

PUIGDEMONT

 

 

PUIGDEMONT ULTIMO ATTO: PRONTO IL SUICIDIO (POLITICO)

 

Roberto Pellegrino per “il Giornale”

 

Domenica sera le luci, all' ultimo piano, del palazzo quattrocentesco della Generalitat sono rimaste accese fino a tardi. Nel suo ufficio che guarda sulla piazzetta con i magnifici lampioni in stile liberty, Carles Puigdemont ha incontrato, ancora una volta, la sua squadra di disobbedienti, prossima all' esautorazione tra sei giorni.

 

Sabato sera, il President, dopo avere preso parte assieme al vice Oriol Junqueras, l' ex governatore Artur Mas e il portavoce e consigliere alla presidenza, Jordi Turull, alla grande manifestazione in risposta alle misure di Madrid per commissariare la Catalogna, si era rinchiuso nel palacio per rispondere in tv, prima in spagnolo e poi in catalano, a Rajoy.

 

Puigdemont Rajoy

Lo aveva apostrofato con parole più garbate, rispetto agli epiteti di «dittatore» e «franchista» esplosi da Junqueras e Forcadell, presidentessa del Parlament, che da 48 ore urlano al Golpe de Estado. Per Puigdemont Madrid ha agito fuori dallo Stato di diritto che, in fondo, è come accusare Rajoy di essere un golpista.

 

Quell' ostinato premier di Madrid col quale ormai la cuestión catalana si è quasi ridotta a una questione prettamente personale: «Non gli rispondo», «Non è il mio Presidente del Consiglio» e via verso lo strappo totale. Domenica, tramite il portavoce Turull, il President ha confermato che non ci saranno elezioni anticipate.

 

Rajoy

Così, dopo il «protocollo Kosovo», per nulla recepito dall' Europa, ora spinge per un suicidio politico, come kamikaze che non ha più nulla da perdere: restare al comando fino a quando Madrid non invierà la Guardia Civil a rimuoverlo fisicamente dalla poltrona. Poi sarà la magistratura a fare il suo corso, contestandogli pagine di reati. E dopo le probabili condanne, multe e interdizioni, nemmeno un miracolo aiuterà il President a risorgere a leader di una nuova formazione politica. L' ha già fatto una volta, tre anni fa, quando rottamò la cianotica coalizione Ciu (Convergenza e Unione), infestata dai peggiori politici inquisiti per tangenti, (Jordi Pujol e Artur Mas), dandole un nuovo candore pubblico sotto la nuova bandiera del PDeCat.

 

Lui, sempre più solo e sordo. Anche ai consigli del suo vice Junqueras, che, come una litania, dal 10 ottobre gli suggerisce di sciogliere il Parlament e di mandare la Catalogna subito alle urne, massimo a dicembre. Prima che lo faccia Madrid nei prossimi sei mesi, quando anche la parte più pro separazione avrà avuto modo di riflettere con calma e ascoltare anche le valide ragioni del comitato unionista.

 

PUIGDEMONT

Oggi o domani, dovrà scegliere davanti al plenum del Parlament: proclamare da kamikaze la Catalogna indipendente (come sembra sia intenzionato) e, quindi, finire in arresto per l' ennesima violazione costituzionale, o scegliere una dignitosa uscita di scena, legale e indolore, restituendo alle urne la volontà di tutti i catalani e non umiliarli con la perdita dell' autonomia. Martedì o, forse, venerdì per essere in linea di collisione con il voto del Senato, Puigdemont farà l' ultima mossa dei suoi venticinque anni di carriera politica, davanti all' ultima plenaria da President, dove, secondo Turull, parlerà «soltanto» della situazione catalana.

 

O sparerà alla sua tempia l' ultima cartuccia rimasta, come si fa nel gioco suicida della roulette russa, annunciando la nascita di una nuova nazione col sacrificio della sua morte politica.

Carles PuigdemontPuigdemont

 

 

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