COPRITEVI BENE - QUEL GRAN FIGLIO DI PUTIN CHIUDE I RUBINETTI DEL GAS A KIEV E L'EUROPA TREMA (DI FREDDO) - LO ZAR PUNTA TUTTO SUL MERCATO CINESE, MA SECONDO GLI ESPERTI IL CONTRATTONE DA 400 MLD POTREBBE NON PORTARE I PROFITTI SPERATI

1.MOSCA CHIUDE IL GAS A KIEV E SPAVENTA L’EUROPA

Marco Zatterin per "La Stampa"

 

PUTIN PARLA DI EFFETTO BOOMERANG PUTIN PARLA DI EFFETTO BOOMERANG

La reazione del commissario Ue per l’Energia, il tedesco Guenther Oettinger, è fredda come i rapporti fra Kiev e Mosca. «Le prossime settimane andranno bene, però noi europei avremo un problema se l’inverno dovesse essere rigido». Inevitabile. Nella notte di domenica è fallita la mediazione tentata da Bruxelles, così ieri mattina alle otto in punto i tecnici di Gazprom hanno chiuso le forniture di gas all’Ucraina, cliente moroso, in debito di 4,5 miliardi di dollari col colosso energetico russo.

 

I due contendenti si sono vicendevolmente denunciati alla Corte di Stoccolma, l’uno perché l’altro non paga, l’altro perché l’uno cercherebbe di strozzarlo finanziariamente. Il negoziato adesso è interrotto. Come il flusso del metano. Abbiamo già avuto due guerre del gas, entrambe parecchio costose e difficili, tre giorni di stop nel 2006 e nel 2009.

 

petro poroshenkopetro poroshenko

Nessuna delle due è stata però deflagrante come potrebbe essere la terza che ora si paventa, se diplomazia e ragionevolezza non faranno il loro mestiere. Il braccio di ferro energetico fra Gazprom e Ucraina arriva mentre il Sud della repubblica è in fermento, coi carri russi oltre confine e il sangue che scorre negli scontri con le milizie indipendentiste che i più - G7 compreso - ritengono essere fomentate dal Cremlino.

 

Fra dieci giorni Kiev deve firmare la seconda parte dell’accordo di partenariato con l’Ue, padre di tutte le tensioni fra Occidente e Cremlino. Gli osservatori notano che l’acuirsi della crisi e la cerimonia del 27 giugno a Bruxelles potrebbero essere legate. Gazprom ha rifiutato la proposta di mediazione. Oettinger aveva suggerito che l’Ucraina pagasse subito un miliardo di dollari mentre il resto sarebbe saldato in sei tranche, in modo che i conti aperti fossero regolati entro fine anno. I russi volevano 1,95 miliardi all’istante, poco meno della metà di quanto dichiarano sia loro dovuto. Niente da fare.

GASDOTTO GASDOTTO

 

Il gigante di Andrei Miller ha fatto sapere di aver cambiato politica, dunque di aver deciso di spedire verso la rete di Kiev solo il gas prepagato, dunque nulla, visto che non si accettano nuovi ordini prima che la contabilità del passato sia regolata. Bocciato anche il compromesso possibile sul prezzo futuro.

 

La Commissione voleva due listini differenti, uno «invernale» di 385 dollari per mille metri cubi, uno «estivo» di 300. Mosca non s’è mossa. Ha detto 385 dollari, senza distinguo stagionali. Inflessibili. «Giusto sul principio, Kiev deve pagare - rileva una fonte Ue -. Ma la durezza della posizione fa pensare che la stretta sul metano sia uno strumento e non un fine».

 

Putin sembrerebbe intenzionato a continuare a colpire l’Ucraina e punzecchiare l’Ue. Lo Zar si è preso la Crimea e destabilizza i vicini di casa fiaccati da crisi e disordine politico. L’Europa minaccia sanzioni forti che preferirebbe evitare (ieri Hollande e Merkel hanno avuto un colloquio telefonico con il capo del Cremlino).

 

«Non c’è stata de-escalation», ammette la portavoce di Barroso, senza tirarne le conseguenze. La terza fase delle sanzioni pare la tela di Penelope, tessuta prima dei vertici, disfatta quando i leader se ne vanno. Nessuno in Europa vuole alzare il tono, così Mosca gioca una partita semplice per chi ha uno stomaco che digerisce di tutto. Col sospetto che voglia rendere difficile al presidente Poroshenko di siglare il patto con l’Ue, come ha fatto in novembre con Yanukovic.

 

A Bruxelles fanno i conti e assicurano che l’Ue dispone di 51,912 miliardi di metri cubi di gas, il 64% delle riserve annuali. Allo stesso tempo, le fonti annunciano l’avvio dei «dialoghi» coi russi per illustrare le ricadute dell’intesa a due. È un modo per spiegarsi e ragionare. Sempre che i russi siano disposti a farlo. «C’è ancora tempo, sino al 27 giugno», dice subito una fonte Ue. Ma è una sottolineatura per nulla rincuorante.

 

2.L’AZZARDO DI ZAR PUTIN PUNTARE TUTTO SULLA CINA

Anna Zafesova per "La Stampa"

 

A differenza delle precedenti «guerre del gas» Mosca ora ha un margine di manovra più ampio. Il supercontratto da 400 miliardi di dollari con la Cina, firmato da Putin a maggio dopo 10 anni di negoziato, apre nuovi orizzonti a Oriente. Nonostante numerosi esperti esprimano dubbi sui reali profitti dal costosissimo progetto, la Russia sente di aver rotto la dipendenza dall’Europa.

 

GAZPROM GAZPROM

Il capo di Gazprom Alexei Miller ha fatto capire che d’ora in poi l’Europa dovrà contendersi il gas russo con i cinesi: «La concorrenza per le risorse russe è iniziata ieri», ha detto il giorno dopo essere tornato da Pechino. E per il Vecchio Continente Miller non ha avuto molte lodi: «Ha perso la gara» per il gas liquido il cui mercato per il 75% è in Asia, i rigassificatori europei non riescono a funzionare a piena potenza e i prezzi non sono competitivi.

 

«Un contratto come quello con i cinesi non si trova certo per strada in Europa», ha ironizzato, notando che la Cina in un solo giorno ha raggiunto gli stessi volumi di acquisto di metano russo fatti dalla Germania in 40 anni. E promette che la scoperta della Cina «si ripercuoterà sui prezzi europei», presumibilmente al rialzo.

 

I primi incassi dalla Cina arriveranno nel 2018, quando verrà completato il gasdotto «La forza della Siberia», ma i tentativi di ricavarne dividendi si possono fare già oggi. E così Vladimir Putin di ritorno da Pechino si dice certo che il prezzo degli idrocarburi «non può scendere, è un fatto evidente» e rivela che con Xi Jinping ha parlato di un secondo itinerario del metano, da far partire non dalla Siberia Orientale, ma da quella Occidentale, dai giacimenti del gas consumato in Europa: «Si potrebbe unire i due sistemi e diversificare le forniture verso l’Europa o verso l’Asia, in base ai vantaggi».

 

vladimir putin e xi jinping vladimir putin e xi jinping

In altre parole, l’Europa non potrebbe più avere il gas russo come certezza, dettata sia dalla configurazione dei gasdotti che dalle necessità del Cremlino, che esporta a Ovest il 75% del suo metano. I tecnici ritengono sia fantapolitica: per l’eventuale «ponte» tra i due sistemi di gasdotti ci vorrebbero qualche migliaio di chilometri di tubi e qualche decina di miliardi di dollari, senza contare che la minaccia di dirottare tutto il gas a Est non sarebbe realizzabile prima del 2018.

 

Ma intanto il messaggio viene lanciato, e subito rincarato dal ministro dell’Energia Alexandr Novak che in un’intervista alla governativa «Rossiyskaya Gazeta» promette di tenere fede agli impegni europei, ma ricorda che il mercato più dinamico si affaccia sul Pacifico e avverte: «Gli europei non potranno fare a meno del nostro gas e solo per ridurre la sua quota sul mercato ci vorranno anni».

 

Gli esperti e gli appassionati del Risiko energetico si affrontano a colpi di scenari complessi che coinvolgono il Qatar, lo shale gas, le nuove ambizioni energetiche degli Usa e tante altre variabili. Ma mentre la Russia lancia messaggi all’Europa, la Cina - consapevole di essere una carta fondamentale nel braccio di ferro tra Mosca e l’Occidente - invia a sua volta messaggi ai russi.

 

Il vicepresidente cinese Li Yuanchao è stato esplicito: «La Russia ha un grande territorio e la Cina il popolo più operoso del mondo». Cioè esattamente l’incubo di Mosca che da anni vede l’Estremo Oriente spopolarsi di russi e riempirsi di Chinatown e aziende agricole cinesi.

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