1. PUTIN UCCELLA OBAMA: “QUESTA STORIA DEI GAS È UNA SPORCA PROVOCAZIONE! LE PROVE? UNA SCIOCCHEZZA ASSOLUTA”. SPREZZANTE: “L’ULTIMA VOLTA CHE HO AVUTO IL PIACERE DI PARLARGLI SI ERA IMPEGNATO A TROVARE UNA MEDIAZIONE DI PACE. DEL RESTO LUI È UN PREMIO NOBEL! STRANO CHE ADESSO NON SI PREOCCUPI DELLE FUTURE VITTIME”. E INFINE QUASI CONCILIANTE: “IL PROSSIMO G20 DI SAN PIETROBURGO SAREBBE UN’OTTIMA OCCASIONE PER DISCUTERE CON CALMA. PERCHÉ NON APPROFITTARNE?” 2. GRATTA LA GUERRA E TROVI IL SOLITO PETROLIO: L’OLEODOTTO TRA RUSSIA E STATI UNITI 3. WASHINGTON, CHE RICEVE SCHIAFFI PURE DALLA POLONIA, S’INCAZZA CONTRO LA “RETORICA PACIFISTA” DELLA BONINO (A PROPOSITO, CHI HA NOTIZIE DEL NUOVO AMBASCIATORE USA IN ITALIA, JOHN R. PHILLIPS? IN VACANZA NEL SUO BORGO IN TOSCANA?)

1. IL RAMMARICO DELLA CASA BIANCA PER I TONI ACCESI DELLA BONINO
Massimo Gaggi per il Corriere della Sera

Stupita e delusa per il passo indietro dell'alleato più fidato, la Gran Bretagna, l'Amministrazione Obama va avanti col suo piano di un attacco in Siria per punire l'uso di gas da parte del regime di Assad nonostante tutti i partner, salvo la Francia, si siano tirati indietro.

Washington ritiene di avere l'obbligo politico e morale di intervenire per non lasciare impunito un crimine contro l'umanità nonostante le defezioni a raffica (ieri si è tirata indietro anche la «fedelissima» Polonia e la stessa Nato) che il governo americano mostra di comprendere alla luce dello stato d'animo contrario a ogni intervento che prevale in Europa (opinioni pubbliche e parlamenti) e negli stessi Stati Uniti.

Ma se la rinuncia a intervenire viene compresa, al Dipartimento di Stato suscitano una certa amarezza posizioni contrarie all'attacco espresse ripetutamente e con un linguaggio assai acceso da alcuni leader europei e in particolare dal ministro degli Esteri italiano, Emma Bonino.

Tra alleati può capitare di avere divergenze, punti di vista diversi: rientra nella dialettica tra Paesi amici. Nel caso dell'Italia, quindi, non c'è una particolare delusione per la scelta del governo Letta di tenersi fuori dall'azione militare in assenza di deliberazioni dell'Onu o di altri qualificati consessi multilaterali.

Quello che ha, invece, sorpreso è la determinazione e l'enfasi con la quale la Bonino si è espressa contro ogni azione militare e i suoi ripetuti riferimenti alla necessità di mettere tutto nelle mani di quelle Nazioni Unite che, stante l'intransigenza di Mosca e il veto annunciato dalla Russia ad ogni risoluzione punitiva nei confronti della Siria, hanno di fatto le mani legate. In diplomazia, dicono al Dipartimento di Stato, contano le posizioni che si prendono ma anche le parole che si usano e i toni.

Quelli della Bonino, la sua retorica accesa, hanno sorpreso. Non è un incidente, non è il caso di parlare di sconcerto. Ma di stupore e rammarico certamente sì. Forse gli americani ricordano la maggior determinazione dei radicali italiani durante la guerra nei Balcani. Ma ieri la Bonino, tornando sulla questione siriana in un'intervista a SkyTG24 ha spiegato con chiarezza perché si sta accalorando: «La Siria non è Belgrado, un attacco comporta rischi enormi, addirittura di una deflagrazione mondiale: senza mandato Onu, Damasco reagirà e potrebbero muoversi anche Hezbollah, Russia e Iran».

In sostanza il ministro avverte che non si può entrare come elefanti nel devastante conflitto in atto nel mondo musulmano dove «allo scontro tradizionale sciiti-sunniti se ne aggiunge uno micidiale all'interno della famiglia sunnita».

Gli americani sono consapevoli di tutto ciò e, infatti, fin qui hanno temporeggiato. Ma ritengono che davanti all'uso di armi chimiche un segnale vada assolutamente dato: bisogna ricostruire un argine invalicabile. Senza, peraltro, scatenare un conflitto generale. Logica che non convince la Bonino che stavolta antepone pragmatismo ed esigenze di realpolitik ai ragionamenti sui diritti umani: «Parlano di attacchi mirati, ma i conflitti cominciano sempre così: quella è una polveriera e non è saggio buttarci dentro un fiammifero».

2. LETTA: ‘'CAPIAMO STATI UNITI E FRANCIA MA SENZA L'ONU NOI STIAMO FUORI"
Paolo Baroni per La Stampa

«Sono momenti difficili per la comunità internazionale» rileva Enrico Letta, che in una nota diffusa da palazzo Chigi ricorda come l'opinione pubblica italiana sia «stata drammaticamente turbata dalle immagini delle vittime dell'uso di armi chimiche. Dobbiamo fare di tutto perché non accada più - aggiunge il presidente del Consiglio italiano -. Il regime di Assad possiede arsenali di armi chimiche, il cui uso è un crimine contro l'umanità».

Crimini ed azioni talmente gravi che, alla luce anche delle ultime evidenze, portano l'Italia a «comprendere l'iniziativa di Stati Uniti e Francia». Nessun veto dunque da parte del nostro Paese rispetto all'intervento militare che si sta profilando, Letta si limita quindi a ribadire che il nostro Paese non vi prenderà parte: «Senza le Nazioni Unite - ricorda - non possiamo partecipare».

L'Italia, come ha già spiegato in più occasioni anche il ministro degli Esteri, Emma Bonino, spinge per la soluzione politica. E il presidente del Consiglio nella sua nota rafforza questo concetto: «La settimana prossima a San Pietroburgo scrive - faremo di tutto perché si trovi una soluzione politica al dramma siriano, che ha già prodotto un numero intollerabile di vittime e di profughi. La rapida convocazione di Ginevra 2 è oramai ineludibile».

Come ha spiegato a sua volta ieri il ministro della Difesa, Mario Mauro, «non siamo chiamati a scegliere tra gli Stati Uniti e Assad: noi siamo alleati storici degli Usa, ma siamo chiamati ad alimentare le buone ragioni dell'opzione politica in Siria. Occorre - aggiunge - continuare, come ha detto il premier Enrico Letta, gli sforzi per privilegiare l'opzione politica in Siria e legarsi al pronunciamento dell'Onu che sarà frutto di approfondite analisi del lavoro svolto dagli ispettori in questi giorni».

La posizione del governo è condivisa sia all'interno del Pd, il viceministro Fassina ribadisce che occorre insistere nonostante tutto con la diplomazia, sia dal Pdl. Silvio Berlusconi, che a proposito della crisi siriana critica l'assenza dell'Europa, che «ancora una volta si muove in ordine sparso sulla base di logiche ed interessi puramente nazionali», sostiene che la Ue dovrebbe scongiurare l'allargamento del conflitto coinvolgendo gli Stati Uniti e la Russia nella ricerca di una soluzione politica». Per questo «i governi europei si riuniscano al più presto per discutere e concordare una posizione univoca».

PUTIN SPREZZANTE CON GLI USA "PROVE? NO, SCIOCCHEZZE"
N. L. - Da Repubblica

Arrabbiato: «Questa storia dei gas è una sporca provocazione! Le prove? Una sciocchezza assoluta». Sprezzante con Obama: «L'ultima volta che ho avuto il piacere di parlargli si era impegnato a trovare una mediazione di pace. Del resto lui è un premio Nobel! Strano che adesso non si preoccupi delle future vittime ». E infine quasi conciliante: «Il prossimo G20 di San Pietroburgo sarebbe un'ottima occasione per discutere con calma. Perché non approfittarne?».

In visita nella lontana Vladivostock alluvionata, Vladimir Putin grida al mondo tutta la preoccupazione della Russia per le minacce di un attacco americano alla Siria. I contatti non ufficiali con la Casa Bianca, che proseguono da giorni tra sottili minacce e toni insolitamente scortesi, avevano già fatto capire a Mosca che c'era poco da fare.

E per spiegare ai russi quello che sta accadendo, Putin usa senza nominarlo il vecchio schema, sempre popolare da queste parti, della "stupidità americana". «Che senso avrebbe per Assad - ragiona con l'aria da esperto di cose militari - usare armi chimiche e scatenare una reazione simile? Proprio adesso che i ribelli sono in crisi e stanno per essere definitivamente sconfitti?». «La verità - sintetizzano in coro giornali e tv di Stato - è che Obama ha abboccato a una montatura dell'opposizione siriana ».

E la presunta perfidia dei ribelli siriani trasuda da tutti i discorsi, le analisi e i reportage che dominano le scalette dei tg. L'idea che al posto di Assad possa arrivare al potere in Siria un governo di stampo islamico è un incubo per un Paese che ancora vive sotto la minaccia costante del terrorismo caucasico legato ad Al Qaeda.

Ma i timori di Putin non si fermano qui. Un'eventuale liquefazione del regime di Assad finirebbe per privare la Russia della gentile concessione fatta nell'era sovietica dal padre dell'attuale dittatore, della base militare di Tartus, base strategicamente perfetta nel Mediterraneo.

In più c'è un piano segreto franco-americano di cui i russi sono sicuri. La Siria, dicono gli esperti del Cremlino, serve per realizzare un oleodotto che possa portare in Europa il petrolio iracheno facendo una concorrenza spietata alle condutture "South Stream 1 e 2" che presto approvvigioneranno di petrolio russo tutta l'Europa. È il tasto meno nobile di tutta la vicenda, ma probabilmente quello che rischia di fare più male a tutta l'economia russa.

 

 

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