SCENEGGIATA NAPOLITANA - RE GIORGIO HA SAPUTO DELL’OK DELLA CONSULTA BEN PRIMA CHE USCISSERO I LANCI DI AGENZIA - DEL RESTO, CHI POTEVA AVERE DUBBI? PER LA CORTE IL CAPO DELLO STATO E’ “IRRESPONSABILE” E “ININTERCETTABILE” - LA CONSULTA AVREBBE “VOLATO ALTO” SEGUENDO LA COSTITUZIONE PIU’ CHE IL CODICE PENALE - CECCANTI: “PRESERVATA LA SEPARAZIONE DEI POTERI…”

Antonella Rampino per "la Stampa"

Non è ancora uscito nemmeno il flash d'agenzia che annuncia la decisione della Corte Costituzionale quando, giurano a Palazzo, la luce nello studio del Presidente viene spenta. Giorgio Napolitano va a casa. Quando l'annuncio diventerà poi un lapidario comunicato con il quale la Consulta sconfessa pienamente la linea della procura di Palermo, il Quirinale farà sapere che Napolitano «ha atteso serenamente la decisione, che accoglie con rispetto», in una giornata del resto fitta come sempre di impegni, udienze, telefonate, e preoccupazioni a cominciare dall'ennesimo stop all'ennesima possibilità che sembrava aprirsi per la legge elettorale. In sostanza, il più stretto riserbo.

Un tratto di eleganza e di necessario understatement, perché la Corte ha accolto pienamente il ricorso con il quale il Capo dello Stato contestava alla procura di Palermo di non aver distrutto le «conversazioni captate» mentre era al telefono con l'ex presidente del Senato e vicepresidente del Csm Nicola Mancino, coinvolto (ma al momento delle telefonate non ancora indagato) nell'indagine Stato-mafia. Di più: la Corte sottolinea che «non spettava alla Procura di valutare la rilevanza» di quelle intercettazioni, e neppure le spettava «di omettere di chiederne al giudice l'immediata distruzione».

Un esito così pieno non era atteso, al Colle. Se si poteva supporre, e forse ci si aspettava, che la Corte Costituzionale non avrebbe dato torto al Capo dello Stato - cosa che avrebbe aperto un conflitto istituzionale senza precedenti -, se insomma l'accoglimento del ricorso era «scontato», non lo era affatto il pieno riconoscimento a Napolitano di veder andare in cenere quelle bobine magnetiche.

La Consulta rileva in sostanza che la Procura non aveva alcun diritto di non distruggere quelle intercettazioni, per quanto casuali, visto che una legge del 1989 dice espressamente che «Il Presidente della Repubblica non è intercettabile». E soprattutto dice che, per distruggerle, i magistrati di Palermo avrebbero potuto disporre un'apposita udienza, chiusa alle parti.

Neanche la procura di Palermo commenta, il capo Messineo ieri a Roma si chiudeva in un comment. Ma per Napolitano è diverso: «Si attende di conoscere il dispositivo della sentenza». Le motivazioni saranno note a gennaio, ed è lì, nel ragionare e motivare dei giudici della Consulta, che si annida quel che a Giorgio Napolitano maggiormente interessa.

Perché dopo una polemica al calor bianco, con costituzionalisti e giuristi che da una parte (ancora domenica scorsa il professor Franco Cordero) hanno rilevato, in buona sostanza, che il Presidente della Repubblica non ha l'intangibilità del re nello Statuto Albertino, e numerosi altri che, da luglio in avanti, sottolineavano invece la fondatezza, e la linearità, dell'essersi rivolto Napolitano alla Corte Costituzionale per un chiarimento grazie al quale potrà lasciare intatte le proprie prerogative al suo successore, si può finalmente tirare un sospiro di sollievo.

Le polemiche non mancheranno, certo. I costituzionalisti argomenteranno provando a intravedere quale filo interpretativo ha seguito la Corte. Ma non resterà, per averne certezza, che aspettare. E intanto ascoltare quel che dice uno dei costituzionalisti che pure Napolitano legge sempre volentieri, Stefano Ceccanti. Per il quale la Corte, piuttosto che esaminare articoli di Codice Penale così come suggeriva la memoria di Palermo, si sarebbe tenuta - e in maniera alta - sugli articoli 87 e 90 della Costituzione, incrociando l'elenco dei poteri con l'irresponsabilità della figura del presidente della Repubblica.

Secondo Ceccanti, soprattutto, «accogliere il ricorso della Procura avrebbe azzerato il principio della separazione dei poteri, accogliere quello del Quirinale invece mantiene equilibrio tra essi, ponendo di fronte alla magistratura un Capo dello Stato non menomabile».

 

Giorgio NapolitanoGIORGIO NAPOLITANOAlfonso QuarantaFRANCESCO MESSINEO CAPO DELLA PROCURA DI PALERMOANTONINO INGROIA E FRANCESCO MESSINEO ingroia STEFANO CECCANTI

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